Siamo costretti a dare una brutta notizia per tutta l’assortita compagnia di giro che in Italia e in Europa ha salutato con favore la sconfitta elettorale di Viktor Orban a favore di Peter Magyar: l’Ungheria non ha mollato di un centimetro la posizione tenuta da Orban e ha dato via libera al “prestito” (tra molte virgolette) di 90 miliardi della Ue all’Ucraina. Questo soltanto dopo che, proprio nelle stesse ore, il petrolio aveva ricominciato a fluire attraverso l’oleodotto di Druzhba verso l’Ungheria e la Slovacchia, la cui interruzione era stato il motivo per cui Orban aveva puntato i piedi decidendo di fare mancare la necessaria unanimità prevista per gli atti legislativi necessari per dare esecuzione agli accordi di dicembre.
Ma l’Ungheria non ha modificato nemmeno la posizione assunta a dicembre che, ricordiamolo, aveva ottenuto il consenso di Orban solo a patto che l’Ungheria (con Repubblica Ceca e Slovacchia) fosse stata esentata da qualsiasi conseguenza finanziaria. In quella sede fu quindi raggiunto un accordo a 25, con l’essenziale precisazione della esenzione a favore dei tre Paesi.
Sbloccato il flusso di petrolio, ecco che è arrivato subito il via libera preliminare degli ambasciatori permanenti e poi l’atto formale del Consiglio. Esattamente come aveva chiesto Orban e né Magyar si è sognato di spostare una virgola, mettendo a carico del bilancio ungherese (sia pure pro-quota) ulteriori debiti per capitale e interessi che graveranno invece sugli altri 25 Stati membri. A meno che qualcuno non creda – restando serio – che la Ue possa attingere ai beni russi congelati per rimborsare le obbligazioni emesse sui mercati per erogare il prestito all’Ucraina. Una eventualità di cui si parla dal 2022, senza cavare un ragno dal buco.
E così, messi in sicurezza i conti del Paese e riattivato il flusso di petrolio russo, tra mercoledì e giovedì – prima in sede di Coreper (riunione degli ambasciatori) e poi con l’adozione formale con procedura scritta da parte del Consiglio – sono stati adottati gli atti legislativi necessari per dare seguito all’accordo raggiunto, in linea di principio, tra i capi di governo durante il Consiglio Europeo del 18 dicembre 2025.
Del resto, a conferma che c’era davvero poco da festeggiare, sono arrivate oggi sul Financial Times le parole del premier polacco Donald Tusk che «ha avvertito i suoi colleghi leader dell’UE di essere “molto pazienti” e “cauti” quando si tratta di trattare con l’Ungheria».
Aggiungendo poi che «alcuni dei nostri colleghi, forse hanno una sorta di illusione che si sia trattato di uno scontro tra il blocco progressista e l’estrema destra. Non è vero“, concludendo che Magyar potrebbe «deludere alcuni colleghi del Partito Socialista, più progressisti. Tutti loro devono capire la situazione ungherese». Gli ungheresi, ha infine precisato, «rimangono più scettici nei confronti dell’Ucraina rispetto alla maggioranza dell’UE, ed è improbabile che Magyar cambi posizione su migrazione, clima o questioni legate alla religione o all’identità nazionale».
A questo punto, si impone una riflessione su come sia possibile che un Paese con un Pil pari ad appena il 10% di quello italiano, sia riuscito e riesca tuttora a difendere strenuamente gli interessi e i valori nazionali, a prescindere dal premier di turno; mentre in Italia – tra le prime quindici economie al mondo – siano genuflessi col piattino in mano a mendicare qualche decimale di punto di deficit in più o in meno.
La domanda è retorica, perché la risposta è chiara. Dal 1992.







