Il primo annuncio è stato il 9 aprile, durante l’informativa urgente alla Camera sull’azione del Governo e sulla crisi energetica.Giorgia Meloni aveva anticipato la missione, dopo Golfo e Algeria: “Mi recherò presto in Azerbaigian”. Il 13 aprile Ansa parlava di “inizio maggio” e ieri, a Federalberghi, la premier ha confermato: “Tra un paio di settimane”, sarà a Baku il 5 maggio.
Obiettivo evidente, pur specificando che la missione era avviata prima dell’escalation iraniana, assicurare approvvigionamenti energetici e diversificare le fonti. Fine ancor più strategico date l’instabilità in Medio Oriente e le tensioni sullo Stretto di Hormuz, le cui chiusure intermittenti mettono a rischio gli approvvigionamenti di gas e petrolio, fanno temere shock energetici e aumento dei prezzi.
L’Azerbaigian è già un partner di primo piano per l’Italia: il gas approda in Puglia attraverso il TAP, le forniture attuali sono attorno ai 12 miliardi di metri cubi annui e si punta a circa 20, un quarto del fabbisogno nazionale. Ma Baku copre anche una quota rilevante delle importazioni italiane di petrolio greggio. Insomma un’alternativa stabile alle forniture da Golfo Persico e Iran, perno di una diversificazione delle fonti avviata appunto in Algeria e Golfo. La linea della premier è che “l’instabilità è diventata normalità” e l’Italia deve attrezzarsi per ridurre la dipendenza da singoli quadranti geopolitici.
La relazione ha ricadute ampie, vedasi la presenza della compagnia statale azera Socar in Italia, le possibili intese nella Difesa, l’interesse per le nostre forniture industriali, gli investimenti nelle rinnovabili in Italia tramite fondi sovrani. La missione in uno dei pochi fornitori in grado di offrire continuità e prevedibilità nel breve-medio periodo è nodale. Uno snodo per la sicurezza energetica, un passaggio cruciale per la politica estera ed economica, una risposta concreta all’instabilità mediorientale. Non un viaggio simbolico.
L’opposizione M5S parla di “diplomazia del fossile” e di mancanza di investimenti strutturali nelle rinnovabili, ma Hormuz e il rischio shock rendono l’accelerazione diplomatica indispensabile e l’Azerbaigian ineludibile nella mitigazione del rischio immediato, quale leva di sicurezza. Peraltro, la capacità azera nel gas è indubbia: nel primo trimestre 2026 export per 6,5 miliardi di metri cubi (+8,3% su base annua) di cui circa la metà verso l’Europa, con i principali giacimenti a Shah Deniz, Azeri-Chirag-Guneshli, Absheron. Ma la strategia di Baku va oltre e investe rinnovabili e nucleare. Socar è un partner industriale protagonista fuori dai confini e trasversale a raffinazione edelettrico.
La visione, secondo il ministro dell’Energia Parviz Shahbazov, è un mix tripolare tra gas naturale, rinnovabili (con progetti fino a 8 GW nei prossimi anni) e nucleare civile, una “transizione energetica intelligente”, per posizionarsi come hub della connettività Asia–Europa, un ponte non limitato agli idrocarburi. Baku promuove interconnessioni con Turchia, Asia centrale, avvia progetti elettrici con Kazakhstan e Uzbekistan. Le relazioni nei Balcani vedono il progetto con la Serbia sulla costruzione di una centrale elettrica a gas a Niš.
Un paese attivo sul piano diplomatico, anche in contesti complessi. Da ricordare l’accordo con la Russia sui risarcimenti per l’aereo Azal abbattuto nel 2024, che rilancia una cooperazione “di reciproco beneficio”. L’Azerbaigian resta però uno dei Paesi più contaminati da mine al mondo, a seguito dei conflitti con l’Armenia, specie nelle aree riconquistate dopo il 2020. Un pericolo per la popolazione civile, oltre 400 i morti e feriti, un freno al ritorno degli sfollati e un ostacolo alla ricostruzione.
Anche su questo la collaborazione Roma-Baku c’è, anche con soggetti privati: Ettore Rosato, segretario del Copasir, e l’ambasciatore Gianluca Brusco hanno definito lo sminamento un atto politico e umanitario. L’ambasciatore Rashad Aslanov parla delle mine come ostacolo allo sviluppo e alla pace, ricorda i 10 miliardi di dollari investiti nella ricostruzione, chiede maggiore cooperazione. Il rapporto con l’Italia va oltre l’energia.







