A quasi sessant’anni dalla sua morte Totò è sempre un mito. I suoi film, le sue poesie e le sue canzoni fanno ancora sorridere o commuovere. Le sue battute più memorabili sono diventate parte del lessico quotidiano. Mezzo secolo di carriera in cui ha fatto registrare il tutto esaurito nei cinema e nei teatri lo rende immortale. Sembra dunque difficile credere che per lungo tempo sia stato considerato un genio incompreso: amatissimo dal pubblico ma snobbato dai critici cinematografici. Di fatto un errore grossolano a cui s’è rimediato tardivamente. Francesco Piccolo con “Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò” (Einaudi, 128 pagine, 16 euro) fa un racconto straordinario che con grande sensibilità va oltre l’attore di successo e descrive la grande umanità del protagonista.
Quello che emerge è Totò come non lo abbiamo mai visto al cinema. Eppure è perfettamente coerente con la gran parte dei personaggi che ha interpretato. Negli ultimi anni Totò è completamente cieco ma vive la sua condizione con dignità e ironia. Tanto meno rinuncia a lavorare interpretando ancora altri film. Magari per muoversi ha bisogno dell’aiuto di qualche collega o collaboratore come Enzo Turco che gli sono devotamente affezionati. Il più delle volte gli basta sentire una voce per capire come orientarsi. In ogni caso, quando è il momento di girare, si toglie gli occhiali scuri e si muove con disinvoltura fra arredi di scena e cavi elettrici come se vedesse ancora tutto. Il set è stato la sua vita, lo conosce a memoria. Finito di girare, rimette gli occhiali scuri che nascondono gli occhi. E forse anche i pensieri, i dubbi e i ricordi.
Dei suoi cinquant’anni di lavoro Totò non ha nulla di cui pentirsi. Anche quelle che, dialogando con Peppino De Filippo, definisce “le commedie sceme” sono servite ad allietare milioni di persone. Però qualche rimpianto ci può stare. I cosiddetti intellettuali non si sono mai sforzati di capirlo. Pochi si sono accorti che battute come “gli adoratori del gatto atlantico” erano un elegante esempio di satira politica. Certo tutti gli attori che hanno lavorato con lui lo hanno stimato e amato. Tanti registi lo hanno chiamato anche se non sempre per un ruolo da protagonista. Alla fine, a intuire più di ogni altro le sue capacità interpretative, è stato Pier Paolo Pasolini che lo ha voluto come protagonista di “Uccellacci e uccellini”. Qualunque attore, anche il più grande qual è Totò, si chiederebbe a questo punto come verrà ricordato. Per un film d’artista o come il “guitto” che sapeva improvvisare? Se lo chiede anche Totò ma, come racconta Francesco Piccolo in “Cosa sono le nuvole”, sa rispondersi con grande dignità e classe: è stato il suo lavoro, a volte si è anche divertito e, in fondo, è come se avesse fatto un “suo” film per tutta la vita. Sarà una reminiscenza o un riflesso condizionato il modo con cui Totò vive la malinconia degli ultimi anni e l’handicap della cecità fa venire in mente altre sue parole: “Signori si nasce e io lo nacqui”.







