Ursula von der Leyen è in grado di gestire più di un’emergenza alla volta? La presidente della Commissione ha deciso di cancellare il dibattito strategico che aveva programmato per lunedì 13 aprile con il collegio dei commissari sulla Cina e sostituirlo con una discussione sulla situazione in Medio Oriente e il suo più ampio impatto sull’Europa. “Sarà un’occasione per il collegio di fare un bilancio congiunto di tutte le attività che la Commissione sta svolgendo per affrontare la situazione attuale, dall’energia ai trasporti, dalla migrazione alla sicurezza interna, e di tutti i settori politici interessati da questo conflitto”, ha detto ieri la portavoce della Commissione. La sfida posta dalla Cina può attendere. Il dibattito strategico su come affrontare le minacce cinesi “è stato rinviato e vi comunicheremo presto una nuova data non appena sarà fissata”, ha spiegato la portavoce.
La guerra di Donald Trump in Iran ha provocato enormi danni immediati all’Ue e ai suoi Stati membri. L’impennata dei prezzi dell’energia solleva il rischio di una stagflazione. All’inizio del conflitto, invece di concentrarsi sulla risposta che la Commissione può fornire sulla base delle sue competenze, von der Leyen aveva avocato a sé il ruolo che spetterebbe ad Antonio Costa e Kaja Kallas di condurre la politica estera dell’Ue. Nei primi giorni di guerra aveva sostenuto l’obiettivo di Trump del cambio di regime in Iran e aveva moltiplicato i contatti con i leader del Golfo e del Medio Oriente. Dopo un discorso controverso nel quale von der Leyen aveva sostenuto la necessità di non curarsi del diritto internazionale, la presidente della Commissione è stata richiamata all’ordine. Costa e Kallas hanno ripreso il sopravvento nella gestione dei rapporti internazionali sulla guerra in Iran. E il senso di urgenza di von der Leyen è scomparso.
Sono passate quasi sette settimane dalle prime bombe americane-israeliane e dagli attacchi della Repubblica islamica contro i paesi del Golfo. Sono passate tre settimane da un Consiglio europeo, nel quale i leader avevano incaricato la Commissione di presentare “senza ritardo” delle proposte per far fronte alla crisi energetica. Causa pausa pasquale, von der Leyen non ha ritenuto utile convocare il collegio dei commissari né il primo aprile, né l’8 aprile. Al di là del dibattito strategico sulla Cina – ora cancellato e sostituito con il Medio Oriente – la ripresa delle riunioni della Commissione era stata programmata per il 28 aprile. Dal suo viaggio in Australia a fine marzo, l’agenda ufficiale di von der Leyen è rimasta vuota. Ad aprile i suoi social media hanno dato conto di tre attività: una telefonata con Keir Starmer, un discorso per ricevere un premio ad Hannover e gli auguri di Pasqua con un pulcino in mano attraverso un mini-video su Instagram.
Alla riunione di lunedì del collegio dei commissari sarà annunciato il pacchetto chiesto dal Consiglio europeo per rispondere alla crisi energetica? Forse. Ma non attendetevi nulla di originale per proteggere cittadini e imprese, come chiedono i gruppi al Parlamento, né grande attività per spingere gli Stati membri a ridurre in modo coordinato la domanda di energia, come sostengono molti esperti. La “scatola degli attrezzi” dovrebbe limitarsi a consigliare aliquote fiscali più basse sull’elettricità per fare in modo che sia tassata meno dei combustibili fossili, misure per le infrastrutture di rete e la modernizzazione dell’ETS.
Di fronte alla carenza di gas naturale liquefatto provocata dalla guerra, il think tank Bruegel ha suggerito un’alleanza tra Ue, Giappone e Corea del Sud – che insieme acquistano circa il 60 per cento del GNL mondiale – per coordinare gli sforzi ed evitare di farsi concorrenza. Qualcuno dalla Commissione ha chiamato Tokyo e Seul? Pubblicamente non è dato sapere.
Invece di cancellare il dibattito sulla Cina, per la “scatola degli attrezzi” sull’energia Von der Leyen avrebbe potuto convocare la sua Commissione mercoledì 15 aprile o la settimana successiva. In un’era di policrisi, ci sono molte urgenze da affrontare. Tra le altre cose, al Consiglio europeo del 19 marzo von der Leyen aveva promesso di presentare la roadmap “One Europe, One Market” per definire “le principali misure legislative con una tempistica, obiettivi e traguardi ben definiti da raggiungere entro la fine del 2027” sul mercato interno. La roadmap “dovrà essere approvata dal Consiglio, dal Parlamento europeo e dalla Commissione, e noi intendiamo firmarla e presentarla al vertice informale di Cipro ad aprile”, aveva detto von der Leyen. Il vertice informale a Cipro si terrà il 23 e 24 aprile. La roadmap non si è ancora materializzata. Difficile immaginare come il Parlamento possa firmarla, dato che non si riunirà prima della fine di aprile.
La lista delle cose da fare per la Commissione è lunga. Un altro esempio è l’allargamento. In attesa che le elezioni in Ungheria determino la fine o meno di Viktor Orban e del suo veto sull’apertura dei capitoli negoziali per l’Ucraina, l’Ue potrebbe lavorare alle riforme interne necessarie ad accogliere i nuovi membri. Il Montenegro potrebbe entrare nel 2028, l’Albania nel 2029. La Commissione doveva presentare le sue proposte per le riforme interne a novembre. Invece nulla. Il Consiglio europeo di dicembre aveva invitato nuovamente la Commissione “a presentare” le sue proposte per “far avanzare il lavoro in parallelo”. Di nuovo nulla. Una fonte della Commissione ci ha spiegato che, senza un consenso generale preventivo degli Stati membri sulle principali riforme interne per l’allargamento, von der Leyen non si muoverà. “Se andrà bene, le proposte saranno presentate in estate”, ci ha detto la fonte.
Non è solo una questione di date, ma di metodo e di governance. Nel suo secondo mandato von der Leyen ha ulteriormente accentuato il suo metodo di governo centralizzato e verticale della Commissione. Prima di essere approvato dal collegio, tutto deve essere analizzato, filtrato ed eventualmente riscritto dal gabinetto della presidente. Le raccomandazioni dei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta si sono concretizzate solo in parte e con enorme ritardo. Iniziative importanti – come l’Industrial Accelerator Act che ha introdotto il Made in Europe – sono state più volte rinviate. Proposte annunciate come imminenti – come la revisione dei benchmark per le quote gratuite del sistema di scambio di emissioni ETS – hanno accumulato ritardo.
“Von der Leyen gestisce un dossier alla volta e una crisi alla volta”, ci ha spiegato un’altra fonte interna alla Commissione. Il metodo di lavoro tradizionale dell’istituzione è stato ribaltato: le direzioni generali eseguono gli ordini del gabinetto della presidente invece di alimentare di proposte il collegio.
La decisione di von der Leyen di cancellare e rinviare il dibattito strategico della Commissione sulla Cina non rende l’emergenza cinese meno urgente. Secondo i dati Eurostat, il deficit commerciale dell’Ue con la Cina si è ampliato ulteriormente nel 2025 salendo a 360 miliardi di euro dai 304 miliardi del 2024. Le esportazioni della Cina verso l’Ue sono cresciute del 6,3 per cento. Quelle dell’Ue verso la Cina sono calate del 6,5 per cento. Non si tratta più di prodotti a basso costo, ma di automobili, tecnologia, chimica – tutti settori in cui la Cina ha sovracapacità produttive. “E’ inutile che la Commissione parli tanto di re-industrializzazione dell’Ue se il principale fattore di de-industrializzazione, cioè la Cina, non viene affrontato”, ci ha detto un rappresentante di un’organizzazione imprenditoriale.
La Commissione si difende sostenendo che molte delle iniziative adottate negli ultimi anni sono dirette contro la Cina: i dazi sui veicoli elettrici, i dazi sull’acciaio, il “Made in Europe”, gli accordi commerciali con India e Australia. “Anche se non c’è stato un dibattito strutturato a livello di collegio sulla Cina, la Cina ovviamente è parte delle discussioni in modo regolare come si vede da varie iniziative politiche”, ha spiegato ieri la portavoce.
La politica dell’Ue sulla Cina risale al 2019 quando, sotto Jean-Claude Juncker, la Commissione la definì “partner, concorrente e rivale sistemico”. Von der Leyen ha fornito il suo aggiornamento nel 2023, quando alla Casa Bianca c’era ancora Joe Biden, con il discorso del “de-risking” dalla Cina. Alla luce del deficit commerciale e dell’aggressività di Pechino, think tank ed esperti ritengono che l’Ue dovrebbe rispondere con più forza, usando le sue leve, come lo strumento anti-coercizione. E’ la Commissione che deve decidere se farlo. Un dibattito strategico tra commissari sarebbe utile. “Troveremo presto una nuova data per questa importante discussione. Quindi, da questo punto di vista, non c’è da preoccuparsi”, ha detto la portavoce della Commissione.
(Estratto dal Mattinale Europeo)







