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Perché l’Iran non mollerà tutto su Hormuz

Il parlamento dell'Iran sta approvando una legge che consolida l’uso geopolitico di Hormuz: la guerra sta cambiando la visione del mondo di Teheran. L'analisi di Stefano Feltri tratta da Appunti.

 

L’Iran ha trasformato lo stretto di Hormuz in un’arma geopolitica per conquistare una nuova rilevanza, non soltanto in uno strumento di guerra.

Come osserva nella sua newsletter Iran Analytica Hamidreza Azizi, “dopo un mese di guerra l’Iran non sembra più considerare lo stretto di Hormuz come una leva temporanea per influenzare il conflitto e ottenere concessioni di breve termine, piuttosto lo tratta come un asset che può essere gestito anche nel dopoguerra e condizionarne così le evoluzioni”.

Il Parlamento iraniano sta approvando una legge che consolida questo uso geopolitico di Hormuz. Il testo di quella legge ben riassume come la guerra sta cambiando la visione del mondo dell’Iran, che sembra scoprire una nuova forza e una certa ambizione proprio in quello che doveva essere il momento di massima difficoltà.

L’articolo 4 della legge sullo stretto, prevede che il governo possa riscuotere pedaggi dalle navi che attraversano Hormuz in misura tale che “la rotta attraverso lo Stretto di Hormuz resti comunque meno costosa rispetto ad altre rotte di transito. Gli importi previsti per i servizi di assistenza alla navigazione saranno stabiliti nel regolamento attuativo della presente legge”.

E’ un modo molto formale per specificare che la Repubblica Islamica vuole spremere la sua principale risorsa geopolitica come fosse una rendita di monopolio. Ma c’è di più.

L’articolo 5 della legge stabilisce che l’Iran creerà una “piattaforma per la registrazione dell’offerta e della vendita delle merci in transito attraverso lo Stretto di Hormuz” e anche che “il pagamento dei costi e delle transazioni sulla suddetta piattaforma sarà possibile esclusivamente tramite valute digitali sviluppate con la partecipazione di società iraniane”.

In un colpo solo, l’Iran vuole aggirare la barriera di sanzioni ed embarghi che dal 1979, l’anno della rivoluzione islamica, cerca di isolare il Paese dal commercio mondiale: la visione geopolitica dietro questa legge vede l’Iran come nuovo snodo economico e diplomatico di rilevanza globale.

Nessun Paese potrà più permettersi di isolare la Repubblica islamica, in qualunque forma esca dalla guerra, perché dovrà trattare il transito delle sue merci su una piattaforma iraniana.

E le sanzioni economiche occidentali smetteranno di avere grande efficacia, se tutti i partner commerciali dell’Iran che devono transitare dallo stretto di Hormuz pagheranno in criptovalute invece che in dollari o euro il pedaggio e le tasse sul transito.

Le casse degli ayatollah e delle Guardie della rivoluzione ne trarranno grande beneficio, mentre la capacità del cosiddetto Occidente di imporre un proprio ordine mondiale basato sulle regole ne uscirà ancora ridimensionata.

L’articolo 8 del disegno di legge sullo stretto di Hormuz rivela l’ambizione regionale dell’Iran: il regime non punta soltanto a sopravvivere, ma a ridisegnare i rapporti con molti dei Paesi dell’area che in queste settimane ha bombardato, in quanto alleati veri o presunti degli Stati Uniti.

Nella legge c’è scritto che “al fine di rafforzare la solidarietà tra i Paesi dell’area del Golfo Persico e promuovere la pace e lo sviluppo sostenibile regionale, il Ministero degli Affari economici e delle Finanze è tenuto, entro un massimo di dieci giorni dall’entrata in vigore della presente legge, a istituire, in collaborazione con il Ministero degli Esteri, un Fondo per la ricostruzione e lo sviluppo del Golfo Persico”.

A quel fondo potranno aderire “i Paesi non ostili dell’area del Golfo Persico”. In una nota all’articolo 8 c’è una provocazione nei confronti degli Stati Uniti: “Le risorse del Fondo saranno costituite mediante le riparazioni di guerra versate all’Iran e agli altri Paesi membri, nonché dagli investimenti di altri Paesi o di tutte le imprese”.

Con pochi articoli di un disegno di legge, dunque, i vertici superstiti del regime iraniano non soltanto vogliono presentarsi sicuri di resistere, ma addirittura convinti che usciranno vincitori dal conflitto con i due grandi nemici storici, Israele e Stati Uniti, al punto che questi pagheranno i danni della guerra che hanno iniziato.

Si tratta certamente dell’uso di uno strumento legislativo a scopi di propaganda, ma i piani formalizzati del regime di Teheran sullo stretto di Hormuz fanno sembrare un po’ fantasiosa anche l’idea che si torni presto allo status quo precedente alla guerra.

In un articolo sul Financial Times, il diplomatico degli Emirati Arabi Uniti Badr Jafar scrive: “Comunque si risolva la crisi attuale, nessun governo tornerà a una situazione di dipendenza strategica da uno stretto angusto controllato da un vicino imprevedibile. Gli oleodotti e i gasdotti saranno ampliati. Sarà costruita la capacità portuale necessaria. Le reti elettriche, i sistemi idrici e i corridoi commerciali che collegano le economie della regione saranno formalizzati”.

La prospettiva degli Emirati è per forza di cose ottimistica: il messaggio è che il modello di business e di prosperità del Golfo non è compromesso dalla guerra, ci sarà una transizione faticosa ma petrolio e gas continueranno a fluire verso i mercati occidentali e asiatici. Magari non più da Hormuz, ma troveranno la loro strada.

Anche in questo scenario, però, il mondo sarà diverso. Con quali costi e con quali implicazioni ad oggi è difficile dirlo.

L’unica certezza è che non ci troviamo di fronte a problemi di rapida soluzione. Il governo australiano, con il premier laburista Anthony Albanese, è stato tra i primi a parlare in modo chiaro ai cittadini: “La realtà è che gli shock economici causati da questa guerra si faranno sentire per mesi”.

Nell’immediato, il governo Albanese si è mosso come quello italiano di Giorgia Meloni: tagli alle tasse sul carburante che hanno dato effetti per pochi giorni. L’Australia importa il grosso del carburante da Singapore, e si tratta di prodotti petroliferi raffinati che passano proprio dallo stretto di Hormuz.

Si può mitigare l’effetto momentaneo a spese della fiscalità generale, con riduzioni temporanee delle imposte, ma se le petroliere non si muovono, c’è poco da fare. Alcuni Paesi cruciali nelle forniture all’Australia, come la Malesia, stanno limitando le esportazioni per privilegiare i consumi domestici.

Dall’altra parte del mondo, l’Italia si trova in una situazione simile. Tagliare le accise ha due conseguenze spiacevoli: è molto costoso per le casse pubbliche e non riduce la domanda in un momento in cui invece l’offerta è inferiore. Dunque, lo sgravio fiscale aggrava il problema che sta provando a risolvere, perché fa allargare la distanza tra domanda e offerta di carburanti, dunque sale la pressione sul prezzo.

La Slovenia, già il 20 marzo, ha introdotto forme di razionamento alle stazioni di servizio: nei distributori della catena MOL, i privati non possono rifornirsi per più di 30 litri, mentre i veicoli pesanti hanno il limite dei 200 litri. Anche Shell ha presto iniziato a tagliare, prima con un limite a 200 litri, poi a 100.

In Italia si evoca questo scenario come fosse la catastrofe massima, perché qualunque impatto sul nostro stile di vita della guerra è considerato inaccettabile.

(Estratto da Appunti)

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