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La pace pasquale è un passaggio periodico

Riflessioni pasquali a margine dell’avversione di Papa Leone contro la guerra e contro il potere. Perché il peccato aiuterebbe a non “dare la colpa” e perché dovremmo evitare di urlare sempre “crocifiggilo”. Il commento di Battista Falconi

 

Il Sabato Santo, giornata un po’ neutra nel mezzo del triduo pasquale, svolta la via Crucis, consumata la Coena Domini e in attesa della Pasqua di Resurrezione (cose per chi ci crede o ci spera, lo sappiamo bene, la maggioranza dei cosiddetti cattolici le ignora e le deride) è una pausa ideale per riflettere sulla colpa: untema inconsueto nella nostra agenda, che invece ci aiuterebbe a leggere più consapevolmente. Il Papa, portando la Croce al Colosseo ma anche in diverse precedenti occasioni, l’ha declinato soprattutto sulla guerra e sul potere, con cenni che sarebbe banale limitare a una critica a Donald Trump, anche se questo tema vede il presidente Usa principale protagonista.

Leone XIV sfugge alla stereotipata bipartizione della Chiesa tra mondo-modernità e conservazione-tradizione e questa sua irriducibilità è uno degli elementi che fa confidare in lui, assieme alla sobrietà. Ma su un punto potrebbe apparire “de sinistra”: l’orrore, la sua ripulsa senza sconti per la guerra. Un elemento forse biografico, che rimanda ad età e provenienza di uno statunitense che ha conosciuto indirettamente l’ultimo conflitto ufficialmente definito come mondiale e direttamente le proteste contro l’intervento in Vietnam, e che si trova oggi in un pianeta scosso da scontri violenti che rincorre come volano di ricchezza la “difesa”. Un concetto complesso e articolato, come scrive giustamente il ministro Crosetto, ma che proprio per questo è pericolosissimo ridurre a business come accade (Trump ora chiede un mega budget da 1.500 miliardi).

Il legame con il potere è profondo, teologico e antropologico. Il dominio di un essere umano sugli altri, la potestà di disporne, è intrinsecamente negativa, anzi diabolica, poiché rimanda alla ribellione satanica di voler essere come Dio. Ma poiché non siamo ingenui utopisti sappiamo che il suo esercizio è ineluttabile, che non si danno società senza governo né un genere umano senza educazione e accudimento dei bambini da parte degli adulti, fase che è il principio originario di qualunque potere.

Il punto di equilibrio può essere nella consapevolezza del peccato, non della colpa. Perché proprio il peccato aiuta a non “dare la colpa”. La condizione di mancanza e di imperfezione ineliminabile, che vizia il nostro agire e i rapporti col prossimo fa sì che neppure la Resurrezione e il Dio fattosi Uomo per salvarci possono illuderci di essere buoni o dalla parte giusta, sempre e per sempre. Tant’è che occorre una Pasqua ogni anno, un passaggio per costruire la pace, pur sapendo che dal giorno stesso riprenderemo a demolirla.

Quest’idea del peccato di origine non vuol dire essere soggetti a un patologico senso di colpa, come dice la psicologia d’accatto, ma l’opposto. Ci conferisce la fiducia che senza un intervento superiore nessuno può redimersi e che, quindi, siamo tutti correi della malvagità. Ciò che invece accade ogni giorno, nel giudizio su qualunque fatto, è che si creano capri espiatori sui quali scaricarla: un’azione produce una conseguenza dannosa – bambini traumatizzati, giovani disorientati, vecchi abbandonati, morte di innocenti, persone senza casa, terre senza pace, bilanci pubblici e privati in crisi, una sconfitta di calcio, infelicità personali, difficoltà relazionali… – e noi cerchiamo qualcuno da condannare, lavandocene così le mani.

Ma anche Pilato, nel suo intimo, sapeva perfettamente che anche lui stava mandando a morire ingiustamente quel povero Cristo, esattamente come la folla che gli urlava contro. Ecco perché dovremmo evitare di urlare “crocifiggilo”: se non facessimo coro contro, in qualunque momento e per qualsiasi ragione, le cose forse andrebbero un pochino meno peggio.

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