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Cosa combina la leadership americana?

Il nuovo equilibrio mondiale dipenderà in larga misura dalla capacità di Washington di ricostruire consenso attorno alla propria leadership. L'intervento di Costantino Del Riccio

L’attuale configurazione del sistema internazionale non può essere interpretata come una semplice oscillazione degli equilibri di potere.

Non si tratta di un fisiologico riassestamento tra grandi attori, ma di una discontinuità che mette in discussione i presupposti politici, economici e istituzionali su cui si era retto l’ordine globale degli ultimi decenni.

L’ordine internazionale emerso dopo la Guerra fredda si fondava su una combinazione di primato militare statunitense, integrazione economica, apertura dei mercati e istituzioni multilaterali.

Gli Stati Uniti ne erano al tempo stesso il principale beneficiario e il garante politico-strategico, avendo contribuito a costruirlo e legittimarlo. La loro leadership si traduceva in stabilità, prevedibilità delle regole e capacità di gestione delle crisi.  La politica estera seguita dalla presidenza di Donald Trump non ha ridotto le capacità materiali statunitensi. Sul piano militare, finanziario e tecnologico, Washington resta una potenza senza rivali: il dollaro mantiene un ruolo centrale, la superiorità militare è ampia e la capacità innovativa rimane strutturale.

La discontinuità si è manifestata nella capacità di indirizzo, ossia nella produzione e mantenimento della stabilità globale.

Gli Stati Uniti restano l’attore centrale del sistema internazionale, ma il ruolo è stato ridefinito, la leadership è stata reinterpretata come uso contingente della forza e difesa immediata dell’interesse nazionale, più che come gestione di un equilibrio multilaterale.

Il ricorso ai dazi, la rinegoziazione selettiva degli impegni internazionali e una gestione personalizzata delle alleanze hanno inciso sulla percezione di affidabilità americana. Le relazioni transatlantiche sono state ricondotte a una logica contrattuale, indebolendo l’idea di un’architettura strategica comune fondata su valori condivisi e obiettivi di lungo periodo. L’imprevedibilità è stata rivendicata come strumento decisionale, e la rottura delle consuetudini diplomatiche come prova di forza.

A questa trasformazione si aggiunge la gestione di crisi regionali ad alta intensità, tra cui il confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il coinvolgimento di Washington in dinamiche di escalation rappresenta un banco di prova per la credibilità della leadership statunitense, evidenziando le difficoltà nel costruire cornici diplomatiche stabili e nel mantenere la tradizionale funzione di garanzia.

Sul piano interno, tale orientamento incontra un consenso sempre più limitato. Ampi settori dell’elettorato percepiscono gli impegni internazionali come onerosi e sbilanciati a favore di attori esterni. La riduzione del coinvolgimento negli organismi multilaterali e il ricorso a strumenti di potenza diretta vengono giustificati come forme di riequilibrio, più che come una rinuncia.

A livello internazionale, la reazione è stata improntata alla cautela. Stati e governi hanno adattato i propri comportamenti in chiave pragmatica, con l’obiettivo di ridurre l’esposizione al rischio. In questo quadro si inserisce il rinnovato attivismo dell’Europa verso la Cina e l’India: non un riallineamento antiamericano, ma una strategia di diversificazione. I contatti diplomatici con Pechino e il rafforzamento dei partenariati con l’India e l’Australia rispondono alla necessità di operare in un contesto percepito come meno stabile.

Cina e India occupano oggi una posizione strutturale nell’economia globale; Pechino, in particolare, ha assunto un ruolo centrale nelle filiere delle terre rare, delle batterie, dei veicoli elettrici e in numerosi segmenti critici delle catene tecnologiche.

Tuttavia, la centralità economica e tecnologica non si traduce automaticamente in leadership geopolitica. Essere il perno di un ordine internazionale richiede non solo risorse materiali, ma anche legittimazione e fiducia. In un sistema caratterizzato da interdipendenza, la fiducia è una risorsa essenziale, in sua assenza, anche le potenze più forti faticano a trasformare l’influenza in stabilità duratura.

Se Pechino intende capitalizzare l’attuale fase per assumere un ruolo di leadership, dovrà intervenire in modo significativo sul piano istituzionale: la trasparenza dei mercati finanziari, la prevedibilità delle regole, la tutela degli investitori e l’accessibilità dei sistemi giuridici restano nodi cruciali.

Persistono inoltre limiti strutturali sul piano monetario: la valuta cinese potrà avere una funzione regionale, ma difficilmente sostituirà il dollaro, nel sistema monetario internazionale, nel medio periodo.

Ne deriva l’esigenza di superare una narrazione semplificata del sistema globale come scelta tra Stati Uniti e Cina. In realtà, i Paesi tendono a diversificare le proprie relazioni, senza aderire a un progetto politico alternativo.

In questo scenario, il ruolo degli Stati Uniti rimane centrale, sebbene in una forma trasformata. Le capacità materiali statunitensi continuano a non avere equivalenti; ciò che risulta meno definito è il modo in cui tali risorse vengono tradotte in una funzione di stabilizzazione. Le tensioni in Medio Oriente e il confronto con l’Iran rendono evidente questa ambiguità. L’assetto attuale non segnala il superamento della rilevanza americana, quanto una sua ridefinizione.

L’eventuale evoluzione verso un nuovo equilibrio dipenderà in larga misura dalla capacità di Washington di ricostruire consenso attorno alla propria leadership e di riconsiderare, in termini credibili e condivisi, le regole politiche e istituzionali dell’ordine internazionale che essa stessa ha contribuito a plasmare.

 

 

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