Da domani, prepariamoci a proseguire nel mesto corso di un periodo di delusione collettiva, segnata da sacche di infelicità crescenti, basti guardare ciò che succede nei rapporti interpersonali e famigliari, e vivacizzata dai timori per la guerra mondiale, il debito e i divari crescenti e l’ambiente che va a scatafascio. Chiunque vinca, le cose proseguiranno più o meno come prima.
Se vincerà il No la legislatura proseguirà, come già chiarito dalle leader di maggioranza e opposizione. Se vincerà il Sì la riforma della giustizia non procederà spedita, si impantanerà nelle norme sull’attuazione. In entrambi i casi cambierà poco, nella nostra vita concreta e in quella pubblica. L’Italia non ha un’alternativa di governo credibile e non ce l’avrà nemmeno allora alla presumibile data primaverile delle elezioni, quindi il Presidente Mattarella non accelererà un ricambio che sarebbe un salto nel vuoto, oltretutto in una fase di particolare tensione e incertezza internazionale. Ma la maggioranza attuale non ha la postura per concordare una collaborazione che trasformi la riforma della magistratura, come pure quella elettorale, in un’innovazione reale verso l’ammodernamento del Paese.
Insomma: ci aspetta un periodo di stagnazione compensata dal climax della polemica retorica, una batracomiomachia, una logomachia, una spirale ininterrotta di inviti ad abbassare i toni e di urla fastidiose, di voci che si danno l’una sull’altra per raccomandarsi specularmente concretezza e pacatezza. Nel frattempo, di fatti ne vedremo pochi: la vicenda Delmastro è effettivamente fastidiosa e potrebbe indurre un po’ di repulisti al ministero della Giustizia, qualcuno prevede o auspica un voto di fiducia poco più che rituale per confermare la sopravvivenza del governo, i tempi per l’approvazione della nuova legge elettorale potrebbero essere accelerati. Questo per quanto riguarda i fatti dipendenti dalla nostra volontà e dalla politica, perché intanto la realtà impersonale della finanza e della tecnologia potrebbe riservare chissà quali sorprese in serbo dietro ogni angolo quotidiano.
Dopo tre anni abbondanti, al governo Meloni debbono essere riconosciuti non pochi meriti nella gestione di un’economia meno depressa di altre e di una politica internazionale ambigua ma galleggiante. Chi sperava nella rivoluzione è rimasto deluso ma chi ha l’età per ricordarsi le precedenti già annunciate e fallite, tipo Tangentopoli e seconda repubblica, era preparato al flop. Non ce l’hanno fatta Craxi, Berlusconi, Bossi: come avrebbe potuto riuscirci Giorgia che, rispetto a loro, non ha l’appoggio di una leadership politica preesistente ancorché in crisi, non dispone di un patrimonio economico-finanziario da spendere per acquistare una classe dirigente sul mercato, non si arroga la libertà intellettuale prossima alla follia necessaria per eccedere in populismo?
Una nazione è un sistema complesso, l’Italia forse lo è in particolare, di più, perché unisce storicamente contraddizioni stridenti che costituiscono a un tempo il suo limite e il suo fascino, tipica quella tra genialità individuale e deficit sistemici. Una premier underdog non poteva fare molto più di quanto ha fatto. Ora siamo in dirittura di arrivo, presumibilmente non torneremo a votare in autunno per evitare al futuro esecutivo una difficile manovra economica da comporre in fretta, anticiperemo di qualche mese e fino ad allora campicchieremo. Ci siamo abituati anche come europei, come occidentali e come cittadini delle democrazie: tre condizioni che ci ostiniamo a chiamare crisi ma senza il coraggio di cambiare. E ci siamo abituati come esseri umani.







