Skip to content

delmastro

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Sarà Delmastro l’asso del No?

Umori e malumori nel centrodestra su Delmastro, referendum e non solo. Il corsivo di Falconi

Delmastro, gli anarchici bombaroli o Bossi: quale sarà l’asso della manica per il referendum, il deus ex machina che volgerà finalmente le sorti a favore del Sì o del No?

Alcuni fautori della riforma per cui andremo a votare domani sperano che la morte del Senatur attiri consensi nostalgici, forse memori dello storico successo ottenuto dal Pci dopo la scomparsa di Berlinguer, ma i due fatti non hanno alcun nesso politico. Oppure che a spingere la riforma della giustizia sia lo sgomento per i due compagni di Alfredo Cospito morti durante il confezionamento di un ordigno: qui la logica è più stringente (Mercogliano fu assolto in Appello, Ardizzone era stata prosciolta) e non a caso l’episodio torna utile anche per titoli infelici e reazionari tipo “due bombaroli in meno”.

Molto più sensato però, purtroppo, che aiuti il No l’ennesima gaffe del sottosegretario alla Giustizia, soprattutto dopo la foto che lo mostra attovagliato nel ristorante sospetto di mafia, assieme alla già molto avversata capa di gabinetto di Nordio, quella della “magistratura plotone d’esecuzione”, e ad altri funzionari del ministero. Una scena di convivialità istituzionale inquinata che è persino peggio della già imperdonabile leggerezza, usiamo il termine meloniano, di essersi messo in società con i famigliari di un sospetto mafioso. C’è comunque da considerare che la comunicazione procede più per conferma che per conversione e che quindi i margini di crescita dei contrari sono probabilmente esauriti, dopo tanta enfatizzazione del No alla riforma e al governo.

Specularmente, i favorevoli avrebbero invece potuto e dovuto chiarire meglio e sin dall’inizio gli aspetti semplici e fondamentali della riforma: intaccare l’impunibilità che consente ai magistrati di condurre un servizio giudiziario inefficiente e arbitrario, allineare l’Italia alla separazione di carriere vigente nella maggioranza dei paesi avanzati, finalizzare richieste di riforma auspicate da tempo e da tutte le parti politiche. La maggioranza avrebbe anzi dovuto cercare questo consenso con più convinzione al momento del confezionamento della riforma e ancor più evitare di cedere alla polarizzazione politicizzata, che ha avvantaggiato le opposizionicome accade quasi sempre e soprattutto a legislatura così avanzata.

Si è andati avanti su un percorso scivolosissimo, sin da quando i consensi alla riforma erano ancora prevalenti, confidando negli eterni poteri taumaturgici di Giorgia pellegrina e factotum, che stavolta si è però rivelata stanca, stressata e insoddisfatta. E ne ha quasi tutte le ragioni, solo che si pensi alla clamorosa vicenda di Delmastro e Bartolozzi, che, come una qualsiasi Santanchè, sono rimasti inchiavardati ai loro posti nonostante ne avessero entrambi combinate già parecchie altre prima. C’è anche da dire che ovviamente le dimissioni di una carica governativa non sono certo indolori e che a Meloni si può addebitare di non aver costruito una squadra all’altezza, in questi tre anni. Basti ricordare la traumatica sostituzione di Sangiuliano con Giuli: Giorgia è ancora prigioniera di cerchietti magici ristretti e di scarso valore, inadeguati a una leader che si è imposta in tutto il mondo.

I cerchietti amichettistici e parentali l’hanno ossequiosamente assecondata anche quando la premier si è stretta intorno al collo il cappio di un’innovazione importante ma complessa e di interesse parziale, quella sulla giustizia, posponendo l’altra riforma “madre” su sistema elettorale, premierato, nome del leader, soglia di sbarramento (e magari anche vincolo di mandato). Che sarebbe stata più chiara e di maggior presa sull’elettorato, proprio e non solo.

Torna su