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Funzionerà la strategia di Usa e Israele contro l’Iran?

La strategia di escalation dell'Iran fa deflagrare il paradigma di sicurezza del golfo Persico. L'analisi di Francesco D’Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano di Studi Strategici "Niccolò Machiavelli".

L’architettura di sicurezza integrata del Golfo Persico sta attraversando una violenta fase di transizione. La logica fondamentale degli ultimi quattro decenni – secondo cui le basi militari statunitensi assicurano un dividendo di sicurezza netto positivo alle nazioni ospitanti le forze militari USA – è stata infranta dalla decisione unilaterale della Casa Bianca di attaccare l’Iran e resa inefficace dalla strategia militare del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Comunemente noto come Guardiani della rivoluzione o, dal persiano, pasdaran, l’IRGC è un corpo militare istituito da Ruhollah Khomeyni e Mohsen Sazegara, dopo la rivoluzione iraniana del 1979, diventato il più potente dei tre componenti delle forze armate dell’Iran.

Nell’attuale contesto di conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, la presenza di risorse americane di primo livello si è trasformata da “ombrello di sicurezza” a “bersaglio cinetico”, calamitando gli effetti devastanti di una guerra ad alta intensità nel territorio sovrano degli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), con onde telluriche che si sono immediatamente propagate a livello planetario.

IL CROLLO DELLA DOTTRINA TRUMP

La Dottrina Trump elaborata nel 2017 durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, che caratterizzava la protezione statunitense come un servizio a pagamento, non è riuscita a contrastare le capacità asimmetriche iraniane, che hanno preparato meticolosamente la loro rappresaglia e stabilito il processo decisionale, nonostante le condizioni di estrema incertezza determinate dalla decapitazione della leadership degli ayatollah.

Le minacce del regime teocratico, di scatenare una guerra regionale in caso di attacco americano, a marzo 2026 sono diventate realtà a seguito delle operazioni Epic Fury e Roaring Lion: quando l’IRGC ha implementato, con successo, una strategia di “contagio regionale”. Questa strategia prevede che qualsiasi attacco cinetico contro il suolo iraniano da parte delle forze statunitensi o israeliane venga contrastato con attacchi di secondo ordine contro gli organi economici delle nazioni ospitanti forze statunitensi.

Il 28 febbraio 2026, questa dottrina è stata attuata attraverso raffiche sincronizzate di droni, divenuti grazie all’IA, dei veri e propri “missili vaganti” invisibili e inarrestabili; e missili balistici a guida di precisione (PGBM) contro infrastrutture critiche negli Emirati Arabi Uniti (EAU), in Qatar, Kuwait, Bahrain e persino in Europa (Cipro). Questi attacchi non sono dovuti a errori dei sistemi di guida o a danni collaterali. Si tratta, invece, di attacchi di precisione, volti a disaccoppiare le capitali del Golfo dagli obiettivi militari di Washington.

L’architettura di sicurezza globale, ancorata per ottant’anni alla percepita invincibilità della proiezione militare degli Stati Uniti, è entrata in uno stato di frammentazione senza precedenti a causa della politica estera della presidenza Trump 2.0. Tra il 2024 e l’inizio del 2026, una serie di scontri militari ad alta intensità e di cambiamenti nelle politiche strategiche, hanno alterato radicalmente la classificazione del rischio per gli alleati del Consiglio di cooperazione del Golfo e dell’Indo-Pacifico. Questa erosione della fiducia nell’affidabilità politica e nelle capacità di deterrenza degli Stati Uniti, è iniziata con la Guerra dei 12 giorni del 13-24 giugno 2025 ed è culminata con lo shock sistemico dell’Operazione Epic Fury, lanciata a sorpresa il 28 febbraio 2026.

LA GUERRA DEI 12 GIORNI HA DELEGITTIMATO IL PARADIGMA DELLA DETERRENZA SISTEMICA INTEGRATA

La guerra di Am Kalavi (Leone Nascente), del giugno 2025, ha infranto un tabù ventennale di scontro indiretto tra Israele e Iran. Iniziato da Israele in seguito al fallimento dei negoziati sul nucleare, il conflitto ha visto gli Stati Uniti abbandonare il loro ruolo di stabilizzatore regionale per partecipare attivamente agli attacchi contro i sistemi strategici iraniani. Sebbene gli impianti nucleari iraniani di Natanz, Fordo e Isfahan furono “gravemente danneggiati” e l’AIEA confermò che le conseguenze radiologiche furono evitate, l’attacco di rappresaglia alla base aerea di Al Udeid in Qatar il 24 giugno 2025 dimostrò che anche le basi americane erano attaccabili. Per il Consiglio di cooperazione del Golfo, la violazione della sovranità del Qatar è stata un evento “sconvolgente”. La grande influenza attraverso la quale il premier israeliano Netanyahu esercitava sul presidente Trump, ha portato i leader del Golfo a concludere che la politica estera degli Stati Uniti non era più una variabile prevedibile, ma un rischio strategico e fonte di instabilità regionale.

Il successivo attacco israeliano al Qatar nel settembre 2025, mirato alla leadership di Hamas, ha ulteriormente infranto l’affidabilità dell’ombrello americano, poiché ha coinvolto un alleato degli Stati Uniti che ne ha attaccato un altro all’interno di un’area residenziale in cui erano presenti anche scuole.

Un precedente che, purtroppo, si è drammaticamente ripetuto il 28 febbraio 2026.

LA DECAPITAZIONE DELLA LEADERSHIP IRANIANA

Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno abbattuto un altro tabù: eliminare attraverso l’uso della forza militare il Capo di Stato di una nazione sovrana. Un atto di assoluta gravità in violazione delle norme internazionali e dei principi che regolano la protezione della leadership statale.

Lanciando un migliaio di attacchi nelle prime 12 ore, l’operazione Epic Fury ha immediatamente raggiunto uno dei suoi obiettivi primari: la decapitazione del regime iraniano attraverso un attacco di precisione che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei. Ulteriori bombardamenti hanno distrutto l’edificio in cui era prevista la riunione dell’Assemblea degli esperti, bloccando temporaneamente la selezione di un successore, facendo sprofondare la Repubblica islamica in una crisi sistemica.

Le Nazioni Unite e Human Rights Watch hanno documentato che gli attacchi dell’Operazione Epic Fury del 28 febbraio 2026 hanno causato “danni enormi”: diverse centinaia di morti, la chiusura dello spazio aereo regionale, con centinaia di migliaia di viaggiatori bloccati e ripercussioni su tutto il traffico aereo mondiale. In Iran, la scuola elementare Shajareh Tayyebeh a Minab è stata colpita durante le lezioni, causando la morte di 168 bambine e 14 docenti, secondo fonti iraniane. Una vera e propria strage che ha evidenziato il fallimento catastrofico degli “attacchi di precisione” guidati dall’IA in ambienti urbani popolosi, dove le strutture militari e governative sono limitrofe a quelle civili. Le immagini satellitari hanno confermato almeno otto siti di impatto all’interno del circostante complesso delle forze navali dell’IRGC, dimostrando che la vicinanza a obiettivi militari è una condanna a morte per la vita civile nel moderno teatro cinetico.

LA RISPOSTA PIANIFICATA DELL’IRAN: “TERRA BRUCIATA”, ATTACCHI REGIONALI PER PROVOCARE DISRUPTION GLOBALE

La rappresaglia iraniana “terra bruciata” ha preso di mira il traffico energetico dello Stretto di Hormuz e i centri urbani di tutti gli Stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo.

LA TRIADE DEGLI OBIETTIVI IRANIANI

I – Internazionalizzazione dello spazio di battaglia: colpendo Dubai e Doha, Teheran costringe il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e Pechino a intervenire, poiché la sicurezza energetica cinese, come quella europea, è direttamente legata alla stabilità del Consiglio di cooperazione del Golfo.

II – Guerra di attrito: l’IRGC sta utilizzando la guerra cognitiva per convincere la popolazione e le élite del Golfo che la base aerea dell’Aeronautica militare del Qatar di Al Udeid, situata a Sud-Ovest della capitale Doha, utilizzata anche dalla United States Air Force e dalla Royal Air Force, la più grande base statunitense in Medio Oriente – e la base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti, che si trova a circa 30 chilometri a Sud di Abu Dhabi, che ospita forze aeree emiratine, americane e francesi – non rappresentano risorse economiche e sicurezza, ma una minaccia per la pace regionale.

III – Disaccoppiamento sovrano: costringere i Paesi del Golfo a una scelta tra il Partenariato strategico degli Stati Uniti e la sopravvivenza fisica. Il ritiro del proprio ambasciatore da Teheran da parte degli Emirati Arabi Uniti il ​​1° marzo 2026, suggerisce un temporaneo passaggio a una deterrenza dura, ma la vulnerabilità economica di fondo rimane irrisolta.

L’attacco al complesso Ras Tanura di Saudi Aramco del 4 marzo 2026 rappresenta una violazione sistemica della catena di approvvigionamento logistico, energetico e finanziario globale.

Mentre Riyadh sostiene che le esportazioni rimarranno stabili, l’indice di volatilità del greggio Brent (VIX) è aumentato di oltre il 15% già sei ore dopo l’impatto confermato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, nel suo Oil Market Report di Marzo 2026, e il Brent nei mercati si è rapidamente rivalutato da 60 ai 109 dollari a barile di oggi, con prospettive di ulteriori aumenti.

Il modello degli Emirati Arabi Uniti, basato sullo status di “porto sicuro”, ha subito uno shock esistenziale quando gli attacchi hanno colpito il distretto finanziario di Dubai. La chiusura temporanea delle sedi di cambio e le successive dichiarazioni di “Forza Maggiore” da parte di QatarEnergy il 2 marzo 2026, in merito alle spedizioni di GNL, sottolineano la fragilità dello Stretto di Hormuz, “choke point” strategico naturale per i traffici marittimi che costituisce un passaggio obbligato per il commercio globale. Essenziale per la geopolitica, il suo blocco o rallentamento dei flussi di navigazione, causa impatti immediati su supply chain, costi di trasporto e forniture energetiche mondiali attraverso il quale scorrono tipicamente 21 milioni di barili di petrolio al giorno, oltre a GNL, materie prime critiche e merci.

La matrice di attrito ibrida iraniana

Con gli attacchi statunitensi e israeliani, il Golfo Persico da corridoio energetico strategico moderatamente stabile è diventato una “matrice di logoramento ibrida” ad alta densità. La Repubblica islamica dell’Iran, in seguito alla eliminazione della sua leadership con i raid iniziali dell’operazione Epic Fury il 28 febbraio 2026, ha decentralizzato la sua struttura di comando, autorizzando le unità regionali dell’IRGC a eseguire una dottrina denominata “Mare bruciato”.

Questa matrice opera su tre livelli interconnessi:

  • Cinetica di saturazione delle difese missilistiche di livello 1 tramite sciami di UAV di massa a basso costo.
  • Asimmetria infrastrutturale: prendere di mira nodi economici non militari e di alto valore strategico (desalinizzazione, terminali petroliferi e GNL).
  • Predominio dei segnali di navigazione: sfruttare lo spoofing del GPS e la manipolazione dell’AIS per bloccare il transito marittimo.

ALLERTA ATTACCHI SWARM INTELLIGENCE

Il cambiamento tattico dell’IRGC si basa sulla probabilità bayesiana secondo la quale, anche un tasso di intercettazione del 90% dei droni lanciati – attualmente mantenuto dalle batterie THAAD e Patriot PAC-3 degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita – è insufficiente a garantire la difesa quando il denominatore delle minacce in arrivo supera le 500 unità per ondata.

Tra il 28 febbraio e il 3 marzo 2026, il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha rilevato 812 droni iraniani, intercettandone con successo 755. Tuttavia, i 57 droni che hanno penetrato il sistema di difesa, hanno causato incendi localizzati al terminal del carburante di Musaffah e impatti residenziali ad Abu Dhabi.

Insostenibilità dei costi degli attuali sistemi antidrone:

  • asimmetria dei costi: ogni UAV della serie Shahed costa dai 20.000-50.000 dollari.
  • onere difensivo: un singolo intercettore Patriot MSE costa 4,1 milioni di dollari.

Risultato: gli Stati Uniti e i loro alleati si trovano ad affrontare un costoso e attualmente problematico dal punto di vista dei tempi di produzione, “orizzonte di logoramento difensivo”, in cui le scorte di intercettori si esauriscono più velocemente di quanto possano essere ripristinate dalle basi industriali.

L’effetto parafulmine delle Basi militari USA

Strutture americane come la base aerea di Al-Udeid (Qatar) e la base aerea di Sheikh Isa (Bahrein) sono diventate bersagli primari per le rappresaglie dell’IRGC. Il 1° marzo 2026, un attacco a Camp Arifijan in Kuwait ha causato la morte di sei militari statunitensi, portando alla chiusura temporanea dell’ambasciata statunitense a Riyadh il 3 marzo 2026.

La transizione da “Guerra limitata” a ” Disgregazione regionale totale” è attualmente a un punto di svolta. Un singolo evento con vittime di massa in un hub civile (ad esempio, l’aeroporto internazionale di Hamad) innescherebbe probabilmente un punto di rottura sistemico, portando all’uscita definitiva delle istituzioni finanziarie occidentali di primo livello dalla regione del Golfo.

La strategia delle rappresaglie iraniane evidenzia che gli attacchi non si limitano al perimetro militare. L’impatto psicologico delle intercettazioni di droni in zone abitate che comunque hanno colpito alberghi, grattaceli, aeroporti e costretto alla chiusura totale dello spazio aereo del Qatar, paralizzando la rete di trasporto di Doha per 72 ore, é stato terribile per gli abitanti. Eventi che dimostrano come le basi statunitensi sono soggette ad attacchi di precisione e a saturazione, che sfruttano il contesto civile circostante come cuscinetto collaterale di guerra cognitiva.

PUNTI DI ROTTURA SISTEMICI: ESPOSIZIONE ALL’ACQUA E ALL’ENERGIA

La vulnerabilità più critica del Gulf Cooperation Council è la dipendenza assoluta dalla desalinizzazione dell’acqua di mare, che rappresenta il 41,8% della capacità operativa globale totale del Medio Oriente.

La linea rossa della desalinizzazione

Il 3 marzo 2026, gli attacchi iraniani hanno preso di mira impianti di desalinizzazione e depositi di petrolio sauditi. Riyadh ha storicamente definito gli attacchi alle infrastrutture idriche come una “linea rossa” che prevede una rappresaglia cinetica diretta contro il suolo iraniano.

  • Impatto: un attacco riuscito a un impianto di grandi dimensioni (ad esempio Jubail 2, capacità 1 milione di m³/giorno) innescherebbe una crisi umanitaria entro 72 ore, poiché il Regno possiede riserve idriche strategiche limitate.

Petrolio e GNL: il collasso dello Stretto di Hormuz crea uno shock globale

La dichiarazione di condizioni di “Forza Maggiore” di QatarEnergy del 2 marzo 2026, a seguito di scioperi nei pressi della zona industriale di Ras Laffan, ha di fatto interrotto un’arteria primaria del mercato energetico globale.

Il CENTCOM ha precisato che lo Stretto di Hormuz “non è stato chiuso” nel senso tecnico del termine, ma il crollo del traffico navale e la paralisi assicurativa rendono il blocco de facto già una realtà.

Il traffico nello Stretto di Hormuz è crollato dell’80 %, con solo 28 navi in ​​transito in un periodo di 24 ore rispetto a una base di 138. Per descrivere la gravita della situazione, è opportuno evidenziare che mentre completo questa analisi, sono circa 1.000 le navi che trasportano petrolio e gas per un valore superiore a 25 miliardi di dollari che si trovano bloccate perché non riescono ad attraversare lo Stretto di Hormuz, secondo la CEO della Lloyd’s Market Association.

Edison ha comunicato di aver ricevuto da QatarEnergy la notifica di condizioni di “forza maggiore”: nonostante le consegne di marzo non siano coinvolte, l’azienda qatariana non potrà rispettare gli obblighi contrattuali su alcune consegne di GNL previste per aprile 2026.

LEGGE MARITTIMA E CAOS DEI SEGNALI

La Marina dell’IRGC (IRGCN) in un a settimana di guerra ha creato un blocco dello Stretto di Hormuz con un attacco nella “Zona Grigia”. Invece di una chiusura formale e legale dello Stretto, che avrebbe innescato una massiccia battaglia legale internazionale, ha dispiegato sistemi di disturbo GPS e spoofing AIS nei pressi di Port Khalid/Sharjah, interrompendo il commercio marittimo senza alcun intervento cinetico.

LA SFIDA DELL’IRGC: IPOTESI PER UNA VIA DIPLOMATICA

  • Strategia di disaccoppiamento: colpire i nodi economici del GCC per imporre una “Dichiarazione di neutralità” e l’espulsione delle forze statunitensi.
  • Intervento per il sostegno bellico o per la mediazione di Pechino: alimentare il caos in tutto il Medio Oriente per costringere la Cina a mediare un accordo di pace che salvi il regime iraniano e non sottometta le risorse energetiche al predominio statunitense.
  • Crollo regionale totale: rappresaglia esistenziale di attacchi non coordinati da parte di attori non statali (Houthi, Hezbollah, proxy russi, ecc.)  di cellule terroristiche e dell’IRGC che agiscono indipendentemente dal comando superstite di Teheran, in un tentativo deliberato di innescare una depressione economica globale, tramite la chiusura fisica per un lungo periodo di Hormuz.

LA DIVERGENZA DELLA SOPRAVVIVENZA

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) sta affrontando la sua più significativa frattura interna dalla sua nascita. Il modello “Sicurezza per il Capitale”, che ha sostenuto il partenariato tra Stati Uniti e Golfo, è stato fondamentalmente destabilizzato dalla strategia di “Contagio Regionale” della Repubblica Islamica dell’Iran. Mentre il GCC ha mantenuto una superficiale dimostrazione di unità durante la 50a Riunione Straordinaria del Consiglio Ministeriale del 1° marzo 2026, l’analisi delle risposte diplomatiche e cinetiche rivela una frattura sempre più profonda tra Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar riguardo alla soglia per una ritorsione militare diretta contro l’Iran.

LA LINEA RIGIDA DEGLI EMIRATI ARABI UNITI: IL DISACCOPPIAMENTO DIPLOMATICO

Gli Emirati Arabi Uniti hanno abbandonato il loro tradizionale ruolo di de-escalation regionale per assumere il ruolo di falco leader. Questa svolta è guidata dalla percepita minaccia esistenziale al loro modello economico, basato sulla fiducia degli investitori e sullo status di “porto sicuro”.

La chiusura dell’ambasciata e il ritiro strategico

Il 1° marzo 2026, il Ministero degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha annunciato la chiusura della sua ambasciata a Teheran e il ritiro dell’intera missione diplomatica e condannato gli attacchi missilistici iraniani. Questa mossa ha fatto seguito agli attacchi sincronizzati sul porto di Zayed e Jebel Ali, che Abu Dhabi ha classificato come una “palese violazione della sovranità nazionale”.

La dottrina della “sicurezza indivisibile”

Gli Emirati Arabi Uniti hanno spinto per l’attivazione di un meccanismo di difesa collettiva sotto l’egida del Consiglio di cooperazione del Golfo. Tuttavia, la probabilità di una risposta cinetica unificata rimane bassa a causa delle preoccupazioni dell’Arabia Saudita per le potenziali ripercussioni sui suoi megaprogetti Vision 2030.

LA STRATEGIA DELL’ARABIA SAUDITA: DIFESA SENZA GUERRA

Riad si trova in una precaria posizione intermedia. Pur dovendo affrontare il più alto volume di eventi cinetici in entrata, cerca di evitare una conflagrazione regionale su vasta scala che comprometterebbe definitivamente la sua diversificazione economica.

La linea rossa di Ras Tanura

In seguito al secondo attacco con drone alla raffineria di Ras Tanura il 4 marzo 2026, il governo saudita ha ribadito il suo “pieno diritto” di rispondere alla “palese aggressione iraniana“. Tuttavia, il portavoce del Ministero della Difesa, Generale di Divisione Turki Al Malki, ha sottolineato che le difese  aeree saudite rimangono concentrate sull’intercettazione piuttosto che sugli attacchi offensivi contro il territorio iraniano.

Pressione interna e moderazione geopolitica

  • Moderazione geopolitica: il grattacielo Kingdom di Riyadh è stato illuminato il 3 marzo 2026 con la scritta “Signore, rendi questo Paese sicuro”, a indicare un cambiamento nel messaggio dello Stato verso la resilienza interna.
  • Rischio: la mancata risposta decisa potrebbe essere interpretata da Teheran come una mancanza di determinazione, con il rischio di ulteriori attacchi all’oleodotto East-West.

QATAR: IL PARADOSSO DELLA NEUTRALITÀ E L’ESPOSIZIONE AL GNL

Il Qatar, come già avvenuto per il finanziamento e l’asilo offerto ai vertici di Hamas, si trova in una posizione paradossale e impossibile da gestire: ospita le forze statunitensi nella base aerea di Al-Udeid mentre il suo territorio è preso di mira dagli attacchi iraniani.

La nazione più gravemente minacciata da una dimensione di questo conflitto che non ha ricevuto quasi nessuna copertura mediatica non è Israele, l’Iran o uno stato del Golfo con basi statunitensi. È il Qatar, il più grande esportatore mondiale di GNL, che rappresenta circa il 20% dell’approvvigionamento globale di GNL. Praticamente tutte le esportazioni di GNL del Qatar devono transitare attraverso lo Stretto di Hormuz prima di raggiungere i mercati europei e asiatici. Contemporaneamente, il Qatar ospita la più grande base militare statunitense in Medio Oriente, la base aerea di Al-Udeid, che l’Iran ha preso di mira direttamente. La convergenza di questi fattori – dipendenza dalle esportazioni di energia, accoglienza militare, vulnerabilità geografica – crea una fragilità unica nelle catene di approvvigionamento globali del gas naturale che non è stata sufficientemente analizzata, oppure considerata a proprio vantaggio, da Washington. Se l’Iran mantenesse o intensificasse la sua posizione di interdizione dello Stretto continuando al contempo le operazioni missilistiche contro il Qatar, l’impatto sullo stoccaggio di gas europeo all’inizio della stagione estiva di rifornimento, e sulle economie asiatiche importatrici di GNL, tra cui Giappone, Corea del Sud e India, sarebbe grave e potenzialmente destabilizzante.

I due shock cinetici che hanno scosso il Qatar

Nei primi giorni di settembre del 2025, un singolo evento ha infranto un fragile equilibrio in un piccolissimo Stato del Golfo, dove imponenti grattacieli squarciano il cielo del deserto, dove vasti giacimenti di gas pulsano della linfa vitale delle economie globali e dove antiche rivalità con i suoi confinanti covano sotto una patina di diplomazia moderna: il Qatar. Un crocevia di potere che da tempo fa affidamento sulla lontana ma formidabile ombra della protezione americana. Tutto è iniziato con il rombo dei missili che hanno squarciato la notte su Doha, la scintillante capitale del Qatar, prendendo di mira un complesso residenziale dove i leader di Hamas si erano riuniti per negoziare un potenziale cessate il fuoco nel conflitto in corso a Gaza. Non si trattò solo dell’ennesimo attacco in una guerra lontana, ma dell’audace incursione di Israele nel territorio sovrano di un alleato chiave degli Stati Uniti, una mossa che ha messo a nudo le crepe nelle promesse di sicurezza di Washington e ha spinto le nazioni arabe a riconsiderare profondamente su chi possono veramente contare in tempi di crisi. Mentre la polvere si depositava sul sito bombardato, esperti e leader iniziarono a sussurrare, e poi a gridare, su come questo attacco avrebbe potuto portare i Paesi del GCC a considerare un cambio delle alleanze incentrate sugli Stati Uniti, verso partnership con potenze emergenti come India, Cina e il blocco BRICS in espansione, rimodellando il panorama geopolitico in alleanze tattiche che potrebbero ridefinire i flussi energetici globali, le partnership di difesa e persino l’equilibrio di potere in Medio Oriente.

Il 2 marzo 2026, a seguito degli attacchi sferrati contro l’Iran con l’operazione Epic Fury, il Ministero della Difesa del Qatar ha confermato l’abbattimento da parte dell’Aeronautica Militare di due aerei (SU-24) provenienti dalla Repubblica Islamica dell’Iran, sette missili balistici intercettati con successo dalle difese aeree e cinque droni intercettati dalle Forze Navali del Qatar Amiri, che avevano preso di mira diverse aree del Paese. Nonostante queste provocazioni dirette, Doha ha ufficialmente negato di partecipare alla “campagna contro l’Iran” tra Stati Uniti e Israele.

Forza maggiore economica

La sospensione della produzione di GNL a Ras Laffan il 2 marzo 2026, seguita dalla dichiarazione di Forza Maggiore il 4 marzo 2026, ha trasformato il Qatar da mediatore strategico in vittima predestinata delle pesanti ricadute geopolitiche ed economiche del conflitto.

OMAN: L’ULTIMO ATTORE DIPLOMATICO

Il Canale di mediazione dell’Oman è attualmente l’unico vettore di de-escalation praticabile, ma la sua efficacia è ostacolata dalla natura iper-proxy del conflitto, che coinvolge elementi Houthi, Hezbollah e della Resistenza islamica in Iraq. L’Oman rimane l’unico Stato del Consiglio di cooperazione del Golfo che tenta di preservare una linea di condotta neutrale. Il Ministro degli Esteri Sayyid Badr Albusaidi ha dichiarato il 1° marzo 2026 che “la porta alla diplomazia rimane aperta”, anche se infrastrutture come il porto di Duqm e la petroliera Skylight hanno subito incidenti cinetici.

Il fronte unito del Consiglio di cooperazione del Golfo per un riallineamento multipolare

L’equilibrio geopolitico del Medio Oriente ha raggiunto un punto di svolta terminale tra giugno 2025 e febbraio 2026, segnando la transizione definitiva da un periodo di “copertura strategica” all’emergere di una “autonomia strategica” tra gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC). Questo cambio di paradigma è stato catalizzato dalla guerra di 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025 e consolidato dallo shock sistemico dell’operazione Epic Fury del 28 febbraio 2026. L’analisi dei comunicati diplomatici e dei dati cinetici conferma che gli stati del GCC hanno reso operativo un “fronte unito” per isolare le loro economie non basate sugli idrocarburi e le infrastrutture civili dal fallimento del quadro di sicurezza occidentale. Pertanto, rimangono elevate probabilità che nei prossimi mesi il Consiglio di cooperazione del Golfo si possa riorientare verso un “blocco di neutralità”, se le difese aeree statunitensi (THAAD/Patriot) continueranno a mostrare falle nella tenuta contro gli attacchi massicci di droni Swarm Intelligence iraniani.

SCENARI POSSIBILI DEGLI ESITI DEL CONFLITTO

  • Ipotesi 1: Lo scudo sovrano – Il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) potrebbe finalizzare un sistema integrato di difesa aerea regionale attraverso il Consiglio congiunto di difesa, disaccoppiandosi di fatto dal comando e controllo degli Stati Uniti per evitare il “paradosso delle infrastrutture”.
  • Ipotesi 2: Il perno multipolare – Il Consiglio di cooperazione del Golfo potrebbe integrare i patti di difesa con Turchia, Pakistan e Cina per diversificare i fornitori di sicurezza, poiché il ritiro americano dall’Indo-Pacifico segnala un declino permanente dell’affidabilità della Casa Bianca.
  • Ipotesi 3: Stabilizzazione della successione – L’insediamento di Mojtaba Khamenei è un tentativo di “isolamento istituzionale” da parte dei rimanenti elementi intransigenti della classe clericale e del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Storicamente, Mojtaba Khamenei ha operato all’interno dell’Ufficio della Guida Suprema, esercitando influenza sull’IRGC e sulla Forza di Resistenza Basij, senza un mandato pubblico ufficiale. Il suo riconoscimento formale da parte del Consiglio degli Esperti segue un breve periodo ad interim sotto Alireza Arafi, a indicare un consolidamento del potere nel mezzo delle proteste nazionali che persistono dal dicembre 2025. gli Stati Uniti si sono rifiutati esplicitamente di riconoscere la legittimità di questa transizione, con il presidente Donald Trump e il segretario Marco Rubio che hanno chiesto al popolo iraniano di “rovesciare” il governo e di stabilire un futuro non governato da “chierici radicali”. Tuttavia, il team della resa a Teheran potrebbe imporre al neonominato successore costituzionale di Ali Khamenei e all’ordine post-decapitazione in Iran, di perseguire una rapida de-escalation regionale mediata da Oman e Qatar.
  • Ipotesi 4: Il frammentato sistema dei signori della guerra – L’Iran collassa in comandi provinciali autonomi dell’IRGC, con conseguenti attacchi asimmetrici persistenti alle navi del GCC, che nemmeno un “Fronte Unito” può scoraggiare completamente.
  • Ipotesi 5: Boots on the field – Gli Stati Uniti lanciano un’offensiva di terra per stabilizzare l’Iran, costringendo gli stati del GCC a riabbracciare l’ombrello di sicurezza nonostante i costi astronomici alle infrastrutture e alle esportazioni.

IPOTESI DI RIALLINEAMENTO

  • “Coalizione di ritorsione” guidata dagli Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi e Manama si muovono verso una partecipazione cinetica attiva insieme a Stati Uniti e Israele.
  • “Asse di neutralità” saudita-omanita: Riad adotta una posizione esclusivamente difensiva per proteggere la Vision 2030, prendendo le distanze dalle operazioni offensive di Washington.
  • Frammentazione del GCC: il crollo formale del GCC poiché gli stati membri perseguono accordi di sicurezza reciprocamente esclusivi.
  • “Grande patto” mediato da Pechino: la Cina interviene per garantire la sicurezza del GCC in cambio dell’esclusione permanente delle basi offensive statunitensi.
  • Egemonia regionale iraniana: gli Stati del GCC cedono alle pressioni di Teheran, portando al ritiro di tutte le forze statunitensi dal Golfo.

IL SILENZIO DELLE GRANDI POTENZE

La campagna militare statunitense-israeliana iniziata il 28 febbraio 2026 con l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei e attacchi simultanei in 26 delle 31 province dell’Iran, ha generato un ambiente mediatico di straordinaria intensità e selettività.

Quello che la copertura mediatica dominante offre è un registro cinetico: conteggi delle sortite, tassi di intercettazione, sbarramenti missilistici, conteggi delle vittime, aumenti dei prezzi degli idrocarburi. Ciò che sistematicamente nasconde è il sottosuolo strutturale: l’architettura energetica che si sta frantumando, l’opportunismo delle grandi potenze che operano sotto le condanne diplomatiche, la dimensione della guerra ibrida che ha già penetrato le infrastrutture critiche dei Paesi del Golfo, minaccia le fonti energetiche europee e di alimentare la proliferazione nucleare.

Un Vantaggio per la Russia

La copertura mediatica delle risposte russe e cinesi alla guerra è stata inquadrata come una condanna diplomatica con inazione strategica – sia Mosca che Pechino hanno rilasciato dichiarazioni di biasimo dell’attacco contro l’Iran, mentre al contempo rifiutavano l’intervento militare a favore del proprio alleato. Questa focalizzazione non è solo incompleta, è ingannevole. La Russia non è un osservatore passivo di questo conflitto: è un beneficiario attivo, nonostante la mancata difesa di un alleato al quale sta fornendo preziosissime informazioni di intelligence, mentre tenta di sfruttare più direttamente le vulnerabilità strategiche dell’Ucraina. La guerra contro l’Iran ha creato una diversione dei sistemi Patriot che degradano ulteriormente la capacità di difesa aerea dell’Ucraina. Kyiv, era già gravemente a corto di intercettori Patriot da 4 milioni di dollari per unità, che costituiscono la sua principale difesa contro i missili balistici russi. Le forze statunitensi stanno ora consumando su larga scala quegli stessi intercettori, per difendersi dai bombardamenti iraniani di missili e droni che prendono di mira le basi statunitensi e gli alleati del Golfo. Questo contesto rappresenta un degrado concreto e misurabile della capacità difensiva dell’Ucraina, un vantaggio militare diretto per la Russia che non viene minimamente segnalato come una dimensione del conflitto iraniano. Inoltre, il meccanismo di distrazione diplomatica ha sospeso l’unico serio quadro trilaterale USA-Russia-Ucraina emerso dall’invasione del 2022. I colloqui di Abu Dhabi del gennaio 2026 – il primo impegno diretto di questo tipo in quasi quattro anni – sono stati di fatto accantonati, poiché l’attenzione e le già limitate risorse diplomatiche dell’Amministrazione Trump, sono state interamente dirottate sul teatro iraniano. La Russia trae vantaggio da questa sospensione: lo shock petrolifero indotto dalla chiusura dello Stretto ha spinto gli Urali oltre i 70 dollari al barile, ben al di sopra di tale soglia, una manna inaspettata(?) per il Cremlino. La guerra in Iran ha, strutturalmente, esteso la capacità della Russia di sostenere la sua campagna in Ucraina.  Ogni settimana senza un cessate il fuoco è una settimana in cui le sue crescenti entrate petrolifere finanziano la prosecuzione delle operazioni. Inoltre, la Mosca avrebbe condiviso con l’IRGC informazioni sui movimenti di truppe, navi e velivoli americani, anche attraverso immagini provenienti da satelliti militari.

La posizione della Cina

Secondo quanto riportato dalla CNN gli Stati Uniti dispongono di informazioni di intelligence secondo cui la Cina potrebbe prepararsi a fornire all’Iran assistenza finanziaria, pezzi di ricambio e componenti per missili. Oltre agli eventuali aiuti economici e militari indiretti, Pechino starebbe utilizzando anche strumenti tecnologici per sostenere Teheran. Negli ultimi mesi, infatti, sono circolate immagini satellitari diffuse da società cinesi che mostrano con grande precisione basi e sistemi militari statunitensi in Medio Oriente. Tuttavia, il sostegno di Pechino sarebbe più prudente rispetto a quello di Mosca. L’obiettivo principale della leadership cinese, oltre a imparare dagli eventi e dagli errori altrui, è più interessata alla fine del conflitto, che sta mettendo in pericolo le proprie forniture energetiche su cui si basa una parte rilevante della sua economia.

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