Il Corriere della sera festeggia i 150 anni con un concerto alla Scala, gli strilloni in piazza del Duomo, gli auguri di Mattarella e degli altri vip raccolti in un libro allegato, la copia anastatica del primo numero. Operazione nostalgia in piena regola. Nel frattempo, la Stampa lamenta il proprio declino con la svendita da Gedi a Sae, nel quadro della cessione ad Antenna che coinvolgerebbe anche Repubblica e le altre testate. “Preoccupazione” per occupazione e libertà d’informazione è stata espressa da sindacati e istituzioni locali, ricordando anche qui “la storia centenaria” del quotidiano torinese. Una sussiegosa signora molto anziana trova un marito ma pretende pure di mantenere lo status sociale di cui godeva da giovane. Definirla un’altra operazione nostalgia sembra appropriato. Anche i giornalisti della tele-anti-Meloni La7 sono agitati per ragioni più onestamente bottegaie, tipo stipendi e precari. Intanto, però, i dati sul mercato dell’informazione sono desolanti, in particolare l’imperterrito picco delle vendite della carta stampata, l’esodo dei giovani dal televisore verso altri media video e quello dai palinsesti verso lo streaming, anagraficamente trasversale.
I sempre meno giornalisti che campano di questo mestiere rimpiangono un passato in cui il loro monopolio non doveva vedersela con la globalizzazione, con il digitale, i new e social media, l’infodemia e i pacchetti informativi. Novità che rimandano almeno a trent’anni fa, con il web 2.0 e i motori di ricerca, le VTC e le video call, cui hanno risposto con ostinata neofobia, rifiutando le integrazioni col nuovo mondo finché non sono state imposte per contratto, eludendo il principio dell’abbattimento della distinzione tra fonte e destinatario dei messaggi, rivoluzionario ma non così stravagante.
Incapaci di adattarsi al nuovo, i giornalisti hanno peggiorato il vecchio. Nei telegiornali sono arrivate le dichiarazioni dei politici raccolte dal solo operatore e persino auto-registrate al posto delle interviste, i conduttori hanno assunto i talk come spazi proprietari in cui ribadire la propria opinione tramite ospiti compiacenti, i soloni accettano la versione web solo perché consente di scrivere di più, la mono-maniacalità notiziale impera e produce lamentele diffuse. In sostanza sono morti la domanda, che nel giornalismo è più importante della risposta, e la conversione del processo informativo sostituita dalla conferma, si ignorano l’accelerazione della fruizione mediatica e fatti eclatanti a favore di un’agenda setting insensata.
Non è stato mai risolto il problema di oggettivare sul piano formativo e normativo lo specifico professionale del giornalista, che in molti paesi esteri infatti non esiste, e addirittura l’informazione cerca di conservare il principio dei “sindacati unici”, tanto per dire il livello di apertura democratica. Salvo però mescolare l’opinione sul fatto fino a farla prevalere, ma solo se a farlo è chi appartiene alla categoria, non se lo fa il comune cittadino sui social. Salvo non ammettere mai, in questa mescolanza, di aver espresso un parere fesso, vedi polemica sui commenti di Aldo Cazzullo per Sanremo.
Adesso è arrivata la AI che imprimerà a questi processi l’ennesima espansione esponenziale. Stavolta ci sono finiti in messo, con i giornalisti, anche scrittori, traduttori, pittori, fotografi, insegnanti (e questo davvero cambia molto le cose), cioè tutte le professioni intellettuali, esattamente come in passato era toccato alle professioni manuali con le catene di montaggio, l’automazione, i robot. Può spiacere, ma è il progresso, bellezza, e non puoi farci proprio niente.







