Il presidente Donald Trump sembra prediligere il fine settimana per l’avvio delle sue campagne militari. Il 28 febbraio, le forze americane hanno colpito nuovamente l’Iran in decine di attacchi coordinati con Israele che hanno portato alla morte di Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran. Una teoria suggerisce che Trump agisca deliberatamente quando i mercati petroliferi sono chiusi per permettere alla polvere di depositarsi ed evitare che i prezzi impazziscano. Se così fosse, questa volta è improbabile che funzioni – scrive The Economist.
I mercati erano già nervosi: venerdì il petrolio ha chiuso a 73 dollari al barile, il valore più alto da luglio. All’inizio dell’anno, molti analisti prevedevano un eccesso di offerta che avrebbe spinto i prezzi verso i 55 dollari. Invece, le crescenti tensioni nel Golfo e le sanzioni occidentali più stringenti hanno causato un aumento dei prezzi del 20% circa quest’anno. Un blocco dello Stretto di Hormuz — dove transita circa un terzo dei flussi marittimi globali — potrebbe spingere le quotazioni verso i 100 dollari.
Questa volta l’intervento sembra destinato a durare. Trump ha dichiarato che i bombardamenti continueranno “per tutto il tempo necessario”, e la ritorsione dell’Iran è molto più seria: nelle ultime 24 ore sono piovuti missili su Israele, sui vicini arabi e sulle basi americane nella regione. La reazione dei trader dipenderà da tre fattori.
Gli obiettivi dell’Iran
Il primo riguarda ciò che l’Iran colpirà nel Golfo. Inizialmente gli attacchi hanno colpito solo asset militari americani, ma da allora hanno raggiunto porti, aeroporti e infrastrutture civili. Di fronte a una minaccia esistenziale, la leadership iraniana potrebbe cercare di trascinare i vicini nella crisi per costringere l’America a negoziare. Diversi campi petroliferi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait sono nel mirino dei missili e dei droni iraniani.
Il blocco dello Stretto di Hormuz
Il secondo interrogativo è se la produzione potrà raggiungere il mercato. Hormuz non è mai stato chiuso al traffico marittimo, ma l’Iran sembra intenzionato a farlo. Il 28 febbraio, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha trasmesso avvertimenti secondo cui il transito non è più consentito. Rendere operativa questa minaccia sarà difficile, poiché le forze americane smantellerebbero probabilmente qualsiasi blocco in poche ore, tuttavia lo stretto sta diventando comunque impraticabile a causa del disturbo dei segnali satellitari e del rischio di mine.
Le compagnie di assicurazione stanno aumentando le tariffe o cancellando del tutto le polizze. Almeno cinque grandi petroliere hanno invertito la rotta il 28 febbraio e vasti ammassi di navi in attesa si stanno formando ai lati del passaggio. Le rotte alternative sono di utilità limitata: anche alla massima capacità delle condutture bypass, circa 8-10 milioni di barili al giorno rimarrebbero comunque esposti.
Il futuro del regime
Il terzo e più grande interrogativo è se Trump riuscirà a ottenere il cambio di regime auspicato. Senza i mullah e le Guardie della Rivoluzione, il paese smetterebbe di essere una fonte di instabilità e l’aumento delle esportazioni iraniane potrebbe rendere il greggio persino più economico.
Lo scenario alternativo vede invece i falchi ancora al comando. Chiunque prenderà il posto di Khamenei potrebbe sentirsi obbligato a una prova di forza mantenendo chiuso Hormuz. In questo caso, un premio al rischio di 8-12 dollari al barile potrebbe rimanere una caratteristica fissa dei mercati globali a tempo indeterminato.
Trump potrebbe accelerare i tempi attingendo alla Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti. Ma se nel 2022 la riserva conteneva quasi 570 milioni di barili, oggi ne conta 415 milioni. Al ritmo massimo di prelievo, durerebbe solo tre mesi. L’incertezza scatenata dalla guerra in Iran potrebbe durare molto più a lungo.
(Estratto dalla rassegna stampa di eprcomunicazione)







