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Guerra all’Iran: effetti e scenari economici. Report Pictet

Che cosa succederà ai mercati con la guerra all'Iran. L'analisi di Andrea Delitala, Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management, e Marco Piersimoni, Co-Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management.

L’ATTACCO DI USA E ISRAELE ALL’IRAN E LA REAZIONE DI TEHERAN

L’attacco congiunto di USA ed Israele all’Iran del 28 febbraio ha colpito le più alte figure del regime di Teheran, a cominciare dalla Guida Suprema dell’Iran, Khamenei, fino al capo delle forze armate Mousavi. Mentre scriviamo, stanno procedendo gli attacchi sulle infrastrutture militari iraniane. Teheran ha lanciato missili e droni contro Israele, UAE, Qatar, Kuwait, Bahrain, Giordania e Arabia Saudita, non limitandosi solo alle basi USA ma colpendo anche le infrastrutture civili, come gli aeroporti di Dubai, Abu Dhabi e Doha ed i porti in Oman. Il tentativo sembra quello di destabilizzare l’intera regione, mettendo pressione sulle monarchie sunnite affinché queste si facciano portavoce della richiesta di una riduzione della pressione militare americana.

IL RUOLO DELLO STRETTO DI HORMUZ

I Pasdaran, le guardie rivoluzionarie iraniane, hanno dichiarato chiuso lo Stretto di Hormuz, snodo vitale per il transito delle materie prime energetiche (a livello mondiale, 20% del petrolio e 20% del gas liquido); altre fonti iraniane hanno lasciato intendere che non vi è intenzione di ostacolare il traffico commerciale. Questa (voluta?) ambiguità ha fatto sì che gli operatori marittimi abbiano sospeso il traffico commerciale nel Golfo Persico, indipendentemente dalle capacità militari iraniane. Sono state colpite alcune raffinerie in Arabia Saudita, che ha dichiarato la chiusura di questi stabilimenti.

GLI SVILUPPI DEL CONFLITTO E GLI SCENARI MACROECONOMICI E GEOPOLITICI

Per quanto riguarda i possibili sviluppi in Iran, le comunicazioni recenti dell’amministrazione americana sembrano andare nella direzione dell’approccio usato in Venezuela: non tanto un cambio di regime, quanto piuttosto facilitare l’instaurazione di una nuova amministrazione appoggiata dagli apparati esistenti e radicati da quasi 50 anni nella repubblica islamica, come le guardie rivoluzionarie, l’esercito, la polizia ed il clero. La sopravvivenza degli apparati del regime, e di fatto del regime stesso, potrebbe essere considerato una “vittoria” nella retorica iraniana, così come “vittoria” potrebbe essere per Stati Uniti ed Israele la decapitazione della leadership ed aver inflitto danni molto significativi all’infrastruttura militare e verosimilmente al programma nucleare (obiettivo dichiarato di questa campagna). Nel quadro attuale, risulta difficile immaginare un’espansione del conflitto, dato che non è immediatamente identificabile qualche attore in grado di fornire supporto militare/politico significativo a Teheran. Di fatto, la Russia non ha la possibilità di intervento visto l’impegno militare in Ucraina, mentre la Cina tradizionalmente non ha un ruolo militarmente attivo in Medio Oriente.

Gli eventi recenti alterano immediatamente la fiducia degli investitori, con l’aumento del premio al rischio. In seconda battuta, la crisi di fiducia può coinvolgere gli operatori economici che potrebbero rallentare consumi ed investimenti. Dal punto di vista puramente macroeconomico, la situazione attuale, aumento dei prezzi dell’energia ed ostacolo al traffico commerciale, configura uno shock di offerta con possibili implicazioni stagflattive. Questo è soprattutto vero per l’Europa, che risente immediatamente dell’aumento delle quotazioni del gas. Se la situazione attuale dovesse durare a lungo, ci sarebbe anche un problema per le economia asiatiche, Cina in testa, molto dipendenti dal petrolio in arrivo dal golfo Persico.

Fig.1: Impatto di un aumento del 50% nel prezzo del petrolio

Nella tabella di seguito riassumiamo il ventaglio degli scenari possibili con le implicazioni di mercato, cercando di stimare le probabilità di questi scenari. È giusto ricordare come, a seguito dell’annuncio di Trump dell’invio di un sostanzioso contingente militare nella regione, i mercati avessero iniziato ad anticipare la possibilità di un conflitto, come evidente dal movimento delle ultime settimane di petrolio, oro e tassi di interesse.

Lo scenario che riteniamo più verosimile è una transizione verso un regime più collaborante con gli Stati Uniti, certamente interessati ad estendere il controllo del flusso di combustibili fossili da parte di un fornitore finora molto legato alla Cina (come peraltro nel caso del Venezuela). All’interno di questa evoluzione sono ricomprese ipotesi di una rapida retromarcia del regime che si renda disponibile a negoziare, fino a scenari di trasformazione più profonda della leadership, verosimilmente a seguito di un confronto interno ed esterno più cruento e duraturo.

Le ipotesi residue sono: una conflagrazione più estesa dello scacchiere mediorientale (25%) in cui altri Paesi siano risucchiati nel confronto bellico con allungamento del conflitto ben oltre le 2-4 settimane ipotizzate dall’ amministrazione USA; ed infine quello di un allargamento del conflitto ad altri Paesi fuori dal Golfo Persico (5%).

Fig.2: Possibili scenari ed implicazioni di mercato
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