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Ma non si vergognano i giornaloni a invocare sempre aiuti statali?

Il Corriere della Sera in prima linea per denunciare che con la riformulazione di un emendamento al decreto Milleproroghe sono state tolte di netto le agevolazioni all’informazione, all'editoria di carta, che la maggioranza inizialmente aveva proposto. A rischio la qualità dell'informazione, secondo i giornaloni (che negli editorialoni in primi pagina pontificano contro l'interventismo statalista). Ma di quale qualità stiamo parlando? La lettera pungente di Francis Walsingham

Caro direttore,

hai scelto proprio un mestiere difficile. Il turn-over nell’editoria è continuo, il precariato è massimo e se non hai il supporto continuo dei finanziamenti pubblici non puoi nemmeno lavorare decentemente.

Scrive infatti oggi il vicedirettore del Corriere della Sera, Daniele Manca, nelle pagine economiche (sì, hai capito bene, quanto sto per leggerti non è un editoriale in prima pagina): “Con la riformulazione di un emendamento al decreto Milleproroghe sono state tolte di netto quelle agevolazioni all’informazione, alla carta, che la maggioranza (ottenendo l’avallo anche dell’opposizione) inizialmente aveva proposto”.

Manca (ma sappiamo bene che la sua posizione è condivisa da tutti coloro che ricevono i sostegni all’editoria) parla di “schiaffo” che “brucia ancor di più perché a parole il governo e la maggioranza non fanno che richiamare giornali, giornalisti e mondo dei media a una sempre maggiore responsabilità nel loro lavoro. Alla necessità di un’informazione libera quanto accurata, forte nel contrastare la deriva dei social”.

Capito? La deriva social. Peccato poi che proprio sui social del Corriere si leggano pezzi del calibro di questo: “Se state cercando di dimagrire, sappiate che il digiuno intermittente non è la soluzione“. E’ una utile informazione medica, mi dirai dato che di sicuro vorrai difendere la categoria. Ok, e allora questo: Stefano Accorsi: “Arrivai a dire ‘sono Dio’ e lì mi sono sfracellato. Con mia moglie Bianca un amore bello, mio figlio fa il cameriere“. Costume, replicherai. Va bene. E questa invece sarebbe cronaca sportiva? “Fuori programma divertente alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Un meraviglioso cane, di nome Nazgul (sono i nove servitori più potenti e temuti di Sauron nel Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien), ha dribblato sorveglianza e metal detector e si è presentato in pista, nella zona del traguardo, durante le qualificazioni della sprint a squadre femminile dello sci di fondo. Con il collare addosso il lupo cecoslovacco aveva voglia di correre sulla neve e farsi coccolare”.

Sarei curioso di sapere se Daniele Manca segue i social del Corriere. Mi paiono alquanto alla deriva e dato che lui sostiene che l’informazione autorevole dovrebbe “contrastare la deriva dei social” io ho invece più il dubbio che contribuisca ad alimentarla. Però magari sono io che non avendo mai fatto corsi e master di giornalismo (vedo su Google che Manca insegna alle nuove leve) non capisco la portata informativa di notizie comeJutta Leerdam mostra la biancheria intima dopo l’oro. Dalla Nike intasca un milione“. E ovviamente foto a corredo della sportiva in reggiseno. Con il copy social che indugia su dettagli pruriginosi: “Per molti è l’atleta più sexy di queste Olimpiadi invernali, ma Jutta Leerdam — pattinatrice olandese di velocità sul ghiaccio, 27 anni, fidanzata dello youtuber-pugile Jake Paul — è molto di più. Vincente, prima di tutto, con la medaglia d’oro nei 1000 metri e quella d’argento sui 500 a ribadirlo. E bravissima nel fare soldi con sponsor e con qualunque stratagemma possibile. Lunedì, subito dopo aver tagliato il traguardo davanti a tutti sui 1000 metri con tanto di nuovo record olimpico, Leerdam ha abbassato la cerniera della tuta da gara per mostrare la biancheria intima bianca marchiata Nike”. Curioso pure che si citi apertamente il marchio quando si poteva dire “biancheria griffata”. Ma che ne voglio sapere io?

Mi permetto pure di ghignare quando Manca, durante le sue lagnanze, scrive: “Dimenticati gli appelli che a ogni convegno e persino in iniziative di governo sull’Intelligenza artificiale sottolineavano i pericoli legati agli algoritmi. Alla creazione di quelle fake news che alterano i rapporti sociali, che aumentano il divario tra le classi”.

Ora, fermo restando che le fake news avranno pure tante colpe, ma di certo non stanno scardinando il divario tra le classi sociali (credo che le cause di ciò siano da ricercare altrove, in notizie che puntualmente danno proprio le pagine economiche del Corriere) e che se gli italiani sono analfabeti funzionali pronti a bersi qualunque fesseria la soluzione non è nel finanziare pubblicamente un giornalista-demiurgo che li prenda per mano, mi viene in mente questa notizia dell’autunno 2024: “OpenAI e GEDI annunciano una partnership strategica per rendere accessibili contenuti news in lingua italiana all’interno di ChatGPT”. La partnership “offre inoltre a entrambe le società nuove opportunità per ulteriori collaborazioni su funzionalità e prodotti basati sull’AI, migliorando il modo in cui i lettori accedono e interagiscono con le notizie in Italia”.

Insomma se non puoi vincerli unisciti a loro? Non sto dicendo che gli articoli di Repubblica e Stampa siano scritti dall’AI, come accade sul Foglio, però anche qui la commistione mi allarma, sarà che ormai ho una certa età o che dopo aver usato abbondantemente ChatGpt e visto gli strafalcioni che combina, non riesco a entusiasmarmi per questi algoritmi sedicenti intelligenti.

Spigolature, certo.

Ma vorrei tanto chiedere ai giornalisti delle principali testate se credono realmente che sui loro quotidiani l’informazione sia sempre all’altezza della qualità decantata. Soprattutto vorrei sapere da questi signori perché, dato che sostengono che con i finanziamenti pubblici la qualità dovrebbe essere garantita, oggigiorno si leggono continuamente notizie così: “La sorella di Lindsey Vonn perde la testa per i medici italiani: “Dimenticate le app di dating“. O come questa: “Scopre cosa sta facendo il suo gatto in cucina: la reazione a distanza è tutta da ridere”.

Diciamoci la verità: tettone, culetti e gattini hanno invaso da tempo l’informazione italiana. Sarebbero dovuti restare nei social, invece parte del lavoro quotidiano delle redazioni web è ricamarci attorno notizie farlocche per giustificare la loro presenza e portare qualche clic in più al giornale.

Clic che, dal momento che online si guadagna con le pubblicità, porta soldi. A proposito delle pubblicità, allego una fotografia di una homepage a caso, non dirò quale, ma ti prego di notare una cosa: i banner pubblicitari sono graficamente identici alle notizie vere e proprie, stesso font, stessa grafica. Eppure dovrebbero differenziarsi. Immagino ci saranno leggi (magari pure norme deontologiche) contro questo mal costume. Possibile che nonostante i fondi pubblici le testate vogliano spingere il proprio lettore all’errore per un clic in più?

Questo sarebbe giornalismo di qualità?

 

E poi ci sono casi in cui non si capisce se si sta sfogliando un quotidiano o un volantino di un megastore della tecnologia.

Il Corriere ha persino una intera pagina dedicata alle offerte.

 

Manca potrà pure pontificare dicendo che “Oggi, nonostante il calo delle vendite delle copie cartacee e la moria, nel disinteresse dei partiti, di quei punti di socialità fisica che erano le edicole, l’editoria fa sì che ancora decine di milioni di cittadini possano accedere a informazioni approfondite e accurate. E questo grazie ai giornali. Cartacei ma anche in edizione replica digitale su tablet e telefonini”, ma la realtà è che l’informazione di qualità è da ricercare col lanternino e comunque, specie online, si deve fare lo slalom tra paywall, pop-up, refresh della pagina (un amico smanettone mi spiegava che più che aggiornare in tempo reale potrebbero servire per far credere al sistema che il lettore sia un altro a ogni refresh, chissà…) e quant’altro.

Inoltre, le continue offerte sugli abbonamenti (“L’offerta di Natale per i lettori del Corriere: un abbonamento a 2,5 euro a settimana e un secondo è in omaggio. Notizie, lezioni, giochi e newsletter: ecco cosa comprende“) non sono le prime a svalutare l’informazione seria e di qualità? Se mi tirano dietro per pochi centesimi al giorno una sottoscrizione, come posso credere e pretendere rispetti certi livelli?

Tutto questo, ripeto, non è ciò che vaticino accadrà senza fondi pubblici ai quotidiani, ma ciò che accade già oggi nonostante i soldi di tutti noi alle principali testate. Non sarebbe il caso di trovare altre forme di business? Oppure dobbiamo continuare ad avvilire il giornalismo?

Lorsignori ribatterebbero: ma noi invochiamo aiuti per le edizioni di carta, quelle di qualità, di approfondimento, di inchieste. Ma cari signori: siete proprio sicuri della qualità delle edizioni cartacee zeppe di pastoni politici insulsi, raffiche di intervistine a politici e ministri, pezzi telefonati dai partiti di maggioranza e di opposizione e cronache economiche e finanziarie composte quasi esclusivamente di comunicati stampa?

Boh, davvero boh.

Un dubbioso

Francis Walsingham

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