Distintosi nei giorni scorsi con un editoriale del direttore Claudio Velardi, sul fronte del sì alla riforma costituzionale della magistratura, per un forte invito alla premier Giorgia Meloni a partecipare di più alla campagna referendaria, vista la rimonta del no avvertita nei sondaggi, Il Riformista si è un po’ attribuito il merito di avere scosso, diciamo così, la presidente del Consiglio. O il presidente, come l’interessata preferisce farsi chiamare.
Alla protesta rinnovata dalla premier contro l’abitudine perdurante della magistratura “politicizzata” a vanificare il contrasto all’immigrazione clandestina perseguito dal governo, in sede peraltro non solo nazionale ma anche europeo e internazionale, ancora più in generale, il Riformista ha dedicato il titolo di copertina del sapore di uno slogan: Sì parte.
Non so, francamente, se la Meloni abbia voluto davvero raccogliere l’invito pressante, ed allarmato, del giornale diretto da Claudio Velardi. Ma di sicuro il suo è stato un intervento a gamba tesa nella campagna referendaria. Che mi pare preferisca condurre cavalcando più la cronaca, maggiormente avvertita dall’opinione pubblica, che le distrazioni fatte di richiami alla Costituzione più o meno appropriati e processi alle intenzioni.
La Meloni ha indicato il caso – ultimo solo in ordine cronologico – del mirante clandestino algerino così ostinatamente protetto dalla magistratura, dopo 23 condanne, da venire risarcito di 700 euro per un suo trattenimento in un campo di raccolta. Un fatto che da solo vale dieci, cento interviste, comizi, conferenze stampa, ospitate televisive e quant’altro sulla necessità di contenimento di una magistratura passata dall’autonomia e indipendenza dell’articolo 104 della Costituzione alla prepotenza. A dir poco.






