Che Ford stesse “annusando” troppo da vicino le case automobilistiche cinesi, quelle che per intenderci gli americani non fanno entrare negli Usa fin dall’amministrazione Biden adducendo non meglio precisati motivi di sicurezza nazionale connessi ai numerosi sensori di bordo, era nell’aria da tempo.
I TANTI CONTATTI TRA FORD E IL MONDO CINESE
Qualche settimana fa il Wall Street Journal aveva infatti riportato di una possibile alleanza tra Ford e Byd sulle batterie. “Quindi Ford vuole sostenere la catena di approvvigionamento di un concorrente cinese e, contemporaneamente, rendersi più vulnerabile all’estorsione di quella stessa catena di approvvigionamento? Cosa mai potrebbe andare storto?” aveva immediatamente scritto su X il consigliere di Donald Trump, Peter Navarro, lasciando intendere che il tycoon non avrebbe mai benedetto un simile accordo.
Più o meno nel medesimo periodo un altro quotidiano economico, il Financial Times, aveva ventilato di una nuova possibile jv ritenuta “contro natura” dall’entourage e dall’inquilino della Casa Bianca: quella tra Ford e Xiaomi.
FORD HA SEMPRE SMENTITO, MA…
In entrambi i casi dall’Ovale blu si erano affrettati a smentire mentre il rappresentante per lo Stato del Michigan, John Moolenaar, che aveva tamponato Ford per i suoi accordi col principale produttore di accumulatori al mondo, Catl (la Casa americana vorrebbe riconvertire i suoi attuali impianti di produzione di batterie negli Stati Uniti per produrre celle al litio ferro fosfato e sistemi di accumulo di energia su larga scala), inviava una lettera al Ceo del marchio automobilistico per ricordargli i potenziali rischi: “La Cina ha già dimostrato negli ultimi mesi di poter utilizzare la catena di approvvigionamento automobilistica come un’arma. Si tratta – ha poi aggiunto velenoso – di una vulnerabilità seria che peggiorerebbe ulteriormente se Ford dovesse stringere una nuova partnership con Byd”.
L’IDEA DI JIM FARLEY
A quanto pare però qualcosa di vero, in tutte queste indiscrezioni, c’era se la rivista americana AutoNews ha riportato di un incontro tra l’amministratore delegato di Ford, Jim Farley, e diversi esponenti dell’amministrazione Trump circa la fattibilità di una cornice normativa che permetta ai colossi cinesi dell’auto di vendere negli Stati Uniti a patto che producano in loco e soprattutto vengano obbligati a fondersi in joint venture con gli omologhi americani la cui quota di maggioranza sia nelle mani degli statunitensi. In questo modo, avrebbe spietato Farley, si eviterebbero temuti casi di spionaggio e concorrenza sleale ma soprattutto si permetterebbe agli statunitensi di ficcanasare nel know-how maturato in Cina che oggi rende le auto asiatiche inarrivabili per i costruttori occidentali.
L’aspetto ilare della questione è che Farley non ha inventato nulla ma sta solo scopiazzando un modello che il regime cinese ha imposto negli ultimi quarant’anni, fino a qualche mese fa, a tutti coloro che dall’Occidente decidevano di delocalizzare in Cina: Pechino permetteva agli imprenditori di sfruttare la manodopera locale poco retribuita e poco avvezza a chiedere con forza il rispetto dei propri diritti (ancor meno a rivendicazioni sindacali) ma in cambio ha preteso e ottenuto che le fossero rivelati “i segreti del mestiere”. Molti osservatori oggi concordano del resto che se la Cina è una potenza dell’auto in costante ascesa il merito sia stato tutto delle Case automobilistiche tedesche, tra i migliori costruttori al mondo, nel Dragone da una quarantina d’anni.
IL PRECEDENTE DI TIKTOK
Gli Usa, come s’è detto, non amano affatto i prodotti made in China e in particolare le auto: l’amministrazione Biden scopiazzando una decisione di Pechino che ha a più riprese interdetto la circolazione alle Tesla prodotte a Shanghai in zone sensibili del Paese temendo che i sensori di bordo facessero “spionaggio” hanno alzato immensi muri commerciali. Tuttavia il pragmatismo dimostrato da Trump nell’affaire TikTok potrebbe lasciare la porta socchiusa a nuove scappatoie. Anche perché la Cina è un partner commerciale che sempre più colossi statunitensi vorrebbero avere la possibilità di corteggiare: precludere a priori ogni possibilità di affari rischia solo di avvantaggiare Paesi come il Canada, la Ue e la Russia che, presi a schiaffi da Washington, hanno iniziato a guardarsi attorno. Soprattutto a Est.



