Dal calcio allo spazio, dalle reti alle migrazioni, non c’è tema al quale nella discussione pubblica non si appiccichi il termine “geopolitica”, ormai l’intercalare più comodo e innocuo per riempire il dopocena con gli amici o un talk show televisivo. Un abuso che finisce per coprire i pochi casi – si contano sulla punta delle dita – ai quali il termine si applicherebbe davvero. È il caso dell’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), il concorrente sconosciuto della Via della Seta, ma soprattutto lo strumento concreto per cambiare la geopolitica di un Medio Oriente troppo spesso associato a confini armati e linee di separazione.
IMEC è un corridoio multimodale, che collega l’India all’Europa attraverso un sistema logistico integrato che arriva via mare negli Emirati Arabi Uniti, taglia la penisola araba in ferrovia e arriva in Israele, da dove riparte via mare per ogni altra destinazione. Non è soltanto una ferrovia, ma la ferrovia ne è il nucleo geopolitico principale, per due motivi.
Il primo, tutto sommato banale, è che il tracciato fornirebbe la prima alternativa al canale di Suez, l’infrastruttura che dal 1869 collega il Mediterraneo al Mar Rosso, abbreviando le rotte per l’India e per questo diventando uno dei “colli di bottiglia” della geopolitica. Un’infrastruttura strategica, pilastro dell’economia non solo egiziana, se si pensa allo sconquasso causato pochi addietro dal suo blocco per una portacontainer arenata. Insomma, i monopoli sono brutti e la resilienza passa per le alternative.
Il secondo è che la sua entrata in servizio è il segno della volontà di pensare il Medio Oriente in termini diversi. Costruire e far funzionare IMEC è un matrimonio politico tra i partecipanti, che ci investono le proprie infrastrutture o il capitale per costruirle. Molto è stato già fatto. Negli Emirati è già operativa Etihad Rail; l’Arabia Saudita ha investito nella propria rete est-ovest; Israele ha rafforzato il porto di Haifa, oggi parzialmente gestito dal gruppo indiano Adani Ports. Il corridoio prevede inoltre infrastrutture energetiche e digitali parallele alla linea ferroviaria: pipeline per l’idrogeno, cavi in fibra ottica, connessioni dati ad alta capacità.
In un modo o nell’altro, tutti sono interessati al suo successo.
Sul piano politico, IMEC rappresenta una risposta occidentale alla Belt and Road Initiative cinese, appunto la nuova Via della Seta. Non tanto per la scala, ma per il modello che propone: una rete promossa da India, Stati del Golfo, Israele, Unione Europea e Stati Uniti, che punta a costruire interdipendenze tra partner politicamente allineati.
L’Europa ha un interesse diretto. In un momento nel quale l’affidabilità USA è in dubbio, diversificare le rotte significa ridurre la vulnerabilità delle catene logistici he e contenere costi assicurativi e di trasporto. Non solo container, dunque, ma anche energia e informazioni.
Per Israele i vantaggi sono evidenti. L’integrazione con Emirati e, potenzialmente, Arabia Saudita trasformerebbe la normalizzazione politica in una interdipendenza economica quotidiana, molto più difficile da disfare di una dichiarazione diplomatica. Haifa diventerebbe un nodo stabile tra Asia ed Europa, con ricadute economiche e strategiche.
Questo non vuol dire che IMEC sia, da solo, risolutivo dei conflitti regionali. Non è una soluzione magica. Le tensioni restano, e la stabilità politica è condizione indispensabile per la piena operatività del corridoio. Ma la logica è chiara: un piano di grande respiro che mira a moltiplicare e rendere strutturali gli scambi, aumentando il costo economico della rottura.
In una regione dove da decenni si combatte per ogni metro di terra o addirittura sulla sua qualifica giuridica, finora le infrastrutture sono state sinonimo di separazione. Oggi, quella linea ferroviaria di cui nessuno parla può diventare lo strumento per scardinare le divisioni alimentate dalla logica egemonica regionale, per esempio dell’Iran sciita. Più che un binario, IMEC è quindi una scommessa strategica. E, per la prima volta dopo molto tempo, una scommessa che passa più dai binari che dai missili.






