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Il coraggio dei magistrati per il Sì

In Italia esiste una verità che gli addetti ai lavori conoscono bene, ma che quasi nessuno osa dire ad alta voce: la magistratura non è un monolite, ma un sistema attraversato da rapporti di potere, appartenenze correntizie e meccanismi di carriera che poco hanno a che fare con il merito e molto con la fedeltà. Un commento del Generale in congedo della Guardia di Finanza Alessandro Butticé.

Non è una scoperta recente. Lo racconta con dovizia di dati e documenti Stefano Livadiotti in «Magistrati. L’ultracasta», pubblicato da Feltrinelli nel lontano 2009, quando descriveva una magistratura, all’epoca governata dall’allora Zar delle correnti, Luca Palamara, e diventata nel tempo uno “Stato nello Stato”, protetta da un autogoverno che ha finito per blindarsi contro ogni tentativo di riforma. Lo confermerà poi, dall’interno, il Luca Palamara pentito, è vittima del Frankestain di cui era stato parte, in Il Sistema, spiegando come le correnti abbiano operato come vere strutture di potere, capaci di decidere chi sale, chi resta fermo e chi viene messo ai margini. Chi non volesse dare credito, per ragioni ideologiche, come molti sostenitori, anche togati, del NO, a Luca Palamara (che in materia di funzionamento della giustizia dovrebbe meritare almeno lo stesso credito attribuito da molti dei suoi detrattori a Tommaso Buscetta in materia di funzionamento di Cosa Nostra) dovrebbe leggersi il libro di Livadiotti, che era un compianto giornalista de l’Espresso, e quindi di sinistra. Un libro che dovrebbe diventare un libro di testo per la preparazione dei concorsi in magistratura. E forse delle stesse facoltà di giurisprudenza nazionali. Perché il funzionamento della giurisdizione, non riguarda solo i magistrati.

Eppure, nonostante tutto questo sia noto, dirlo pubblicamente resta un atto rischioso. Soprattutto per un magistrato in servizio.

Per questo le parole della giovane magistrato Annalisa Imparato (nella foto), pubblico ministero della Procura di Santa Maria Capua Vetere che ha il coraggio di sostenere apertamente, anche sui social, mettendoci faccia e firma, la riforma dell’ordinamento giurisdizionale, meritano attenzione e rispetto. Non perché siano rivoluzionarie, ma perché infrangono un tabù: quello del silenzio obbligato.

Quando un magistrato ancora in servizio afferma pubblicamente che il CSM incide sull’intera vita professionale delle toghe, che le correnti condizionano incarichi extragiudiziari spesso molto ben retribuiti, che esistono vere e proprie “scuole di partito” già nella fase del tirocinio, non sta facendo propaganda. Sta descrivendo una realtà che molti colleghi ammettono solo a porte chiuse, o tra amici. Come mi hanno sempre confessato tanti amici magistrati. E non da oggi.

Il problema è che dichiararlo apertamente non è senza prezzo. E, nonostante troppi si coprano dietro il sangue versato da eroi come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non tutti i magistrati hanno la toga della stessa stoffa e, soprattutto, il loro stesso coraggio. Per fronteggiare un sistema che ha tutte le caratteristiche di un sistema di tipo mafioso. Perché fatto anche di omertà e intimidazioni.

Luca Palamara, dopo l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, lo ha detto senza giri di parole: il sistema delle correnti funziona con strumenti che ricordano quelli delle organizzazioni di potere più chiuse. Memoria lunga e vendetta fredda. Chi rompe il patto non scritto dell’allineamento può pagare con l’isolamento, con una carriera rallentata, con l’esclusione dai circuiti che contano davvero. Non serve illecità, basta la discrezionalità.

Solo qualche giorno fa Il Foglio raccontava di essere venuto in possesso di un’inquietante telefonata del 2016 tra due esponenti del movimento No Tav: “’Sto cazzo di Padalino… adesso mi sa che cercano tramite Magistratura democratica di dargli una tamponata”. Andrea Padalino era il PM che perseguiva le violenze dei manifestanti e, secondo quanto raccontato dal Foglio, venne poi indagato da magistrati delle correnti di sinistra e assolto dopo 4 anni. Ora chiede giustamente chiarezza.

Se dovesse prevalere il NO alla riforma – magari alimentato da narrazioni distorte, da paure strumentali e da una difesa corporativa spacciata per tutela dell’indipendenza – il rischio è evidente: magistrati come Annalisa Imparato, Anna Gallucci, Carmen Giuffrida, Andrea Miranda, Gennaro Varone, Alfonso D’Avino, Luigi Salvato, Giuliano Castiglia, Giuseppe Capoccia, e non tanti altri, che si esprimono apertamente a favore della riforma, potrebbero diventare inermi bersagli interni, esposti a un logoramento lento, silenzioso e perfettamente “regolare”. Simile a quello subito dal PM Andrea Padalino.

È per questo che dovremmo essere grati a chi si espone. Perché il loro non è protagonismo, ma senso dello Stato. Ricordano che l’indipendenza della magistratura non coincide con l’irresponsabilità, che l’autonomia non può trasformarsi in autoreferenzialità, che la giustizia appartiene ai cittadini, non alle correnti.

La storia italiana insegna che i magistrati più scomodi spesso non sono stati colpiti solo dai criminali che si riconoscono come tali, ma anche da chi agiva – o si nascondeva – all’interno delle istituzioni, alcuni vestendo persino toghe ed uniformi. Giovanni Falcone prima delle bombe conobbe l’isolamento, la delegittimazione, il “fuoco amico”.

Oggi nessuno merita definirsi Falcone, e nessuno deve esserlo per forza. Ma il meccanismo è lo stesso. E proprio per questo il dovere dell’opinione pubblica e del giornalismo è chiaro: vigilare, raccontare, proteggere chi sceglie di parlare.

Ricordiamocene ora.

E soprattutto ricordiamocene se e quando questi magistrati dovessero aver bisogno del nostro sostegno. Anche – e soprattutto – mediatico.

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