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Mosse, mossette e cause di Byd per evitare i dazi Ue e Usa

Duplice mossa di Byd per aggirare e incrinare il muro di dazi occidentali: negli Usa si appella alla Corte del commercio internazionale sostenendo che Trump non avesse l'autorità di imporre i balzelli mentre in Europa (dove ha già fatto causa a Bruxelles depositando le proprie istanze alla Corte di giustizia dell’Unione Europea) aumenta la produzione dello stabilimento ungherese che le permette di non pagare le tariffe doganali al 27 per cento decise nell'ottobre 2024

I dazi occidentali – di Washington da un lato del pianeta e di Bruxelles dall’altro – frenano le ambizioni espansionistiche di Byd, tra i marchi cinesi maggiormente agguerriti che ha dimostrato non solo di avere ormai Tesla nello specchietto retrovisore per ciò che concerne la competizione sull’auto elettrica (oltre 2,06 milioni di veicoli elettrici venduti dal gruppo cinese contro le circa 1,22 milioni di consegne del marchio americano) ma anche di aver avviato una vera e propria invasione del Vecchio continente con vendite aumentate del 268% mentre, per tenere fermo il secondo termine di paragone, le vetture di Elon Musk inchiodavano di 38 punti percentuale. Usa e Ue si proteggono come possono, elevando muri doganali, ma Byd pare intenzionata ad aggirarli o, come dimostra la sua causa statunitense, persino ad abbatterli.

BYD SFIDA I DAZI DI TRUMP

Esattamente un anno fa Byd, Geely e Saic facevano causa alla Ue per i dazi sulle importazioni di auto elettriche cinesi (Byd, peraltro, sarebbe a sua volta sotto la lente di Bruxelles sospettata di avere utilizzato sussidi cinesi illeciti per lo stabilimento in Ungheria). Dodici mesi dopo quattro sussidiarie con sede negli Stati Uniti del gigante di Shenzhen hanno intentato una causa contro il governo federale presso la Corte del commercio internazionale contestando la liceità dei famigerati ordini esecutivi sui dazi firmati da Donald Trump col ben noto pennarellone nero su batterie e componenti esportati dalla Cina per autobus elettrici assemblati in Usa.

L’azione investirebbe pure le tasse sui sistemi di accumulo di energia e tutti gli atti che il presidente Usa ha disposto avocando a sé in base all’applicazione dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), una norma che conferisce all’inquilino della Casa Bianca la facoltà di intervenire con urgenza laddove sia minacciata la sicurezza Usa.

ANCHE LA CORTE SUPREMA FA LE PULCI ALL’OPERATO DI TRUMP

L’applicazione di tale norma, peraltro, è al vaglio della Corte Suprema degli Stati Uniti dato che ha preso corpo la tesi che Trump abbia utilizzato poteri che la Costituzione non gli riconosce, scavalcando e annichilendo le assemblee federali. La medesima tesi è sostenuta ora anche da Byd che ritiene che il testo sfruttato per giustificare l’interventismo trumpiano in territorio commerciale non faccia mai riferimento allo strumento dei dazi. A tal fine il colosso cinese chiede alla Corte del commercio internazionale di dichiarare nulli gli ordini tariffari e di imporre a Washigton un risarcimento economico comprensivo dei dazi già versati più gli interessi e le spese legali. L’azione riguarda anche ordini tariffari specifici che colpiscono Messico, Canada, Brasile e India.

IL COSTRUTTORE CINESE RADDOPPIA LA PRODUZIONE UNGHERESE

Parallelamente, nel Vecchio continente, Byd ha deciso di aumentare la produzione ungherese per aggirare i dazi di Bruxelles avendo annunciato che Szeged assemblerà anche la versione elettrica della Atto 2, attualmente importata e dunque sottoposta ai dazi comunitari al 27 per cento, oltre alla citycar Dolphin Surf.

Da quanto si apprende, la produzione europea della Atto 2 inizierà già questa primavera con l’obiettivo di arrivare a costruire 300.000 veicoli all’anno. L’Atto 2 DM-i, ossia il modello con il powertrain plug-in, continuerà a essere importata per nave dalla Cina, perché questo tipo di motorizzazioni non viene colpito dai balzelli della Ue.

BYD DEVE TROVARE NUOVI MERCATI DATO CHE IL MERCATO CINESE È SATURO

Come è stato scritto, tali mosse assai aggressive discendono direttamente dalla volontà di Byd di imporsi tra i marchi più venduti a livello globale. Ma sono motivate anche dalla consapevolezza che oramai il mercato autoctono sia giunto alla saturazione.

Proprio Stella Li, al Salone di Monaco, aveva candidamente ammesso che in Cina, dei “130 marchi attivi, non resteranno in piedi neppure 20 costruttori” entro i prossimi quattro anni. Un darwinismo industriale che sta colpendo anche il colosso di Shenzen la cui crescita delle vendite si è fermata al 7,73% nel 2025 segnando il ritmo più debole degli ultimi cinque anni e a dicembre le immatricolazioni totali sono diminuite del 18,3% rispetto all’anno precedente, prolungando il calo per il quarto mese consecutivo e registrando la più grande flessione mensile da quasi due anni.

SE PERSINO BYD RALLENTA…

Per questo Byd, che sempre lo scorso anno ha visto uscire dalla compagine azionaria Berkshire Hathaway, holding di Warren Buffett, ha abbassato il target di vendite per il 2025 del 16% a causa dell’indebolimento delle vendite domestiche a partire da luglio. Nessuna crescita è infinita, specie quelle a tripla cifra registrate finora dagli arrembanti costruttori di auto cinesi e per questo Byd e le rivali necessitano con urgenza di nuovi sbocchi per non rallentare la produzione.

 

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