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L’industria tedesca sbuffa contro l’Ets, il sistema europeo sulle emissioni di CO2

L'azienda chimica tedesca Basf ha chiesto alla Commissione europea di ripensare l'Ets, accusando il sistema - che prevede lo scambio delle quote di CO2 - di essere obsoleto e dannoso per l'industria locale. Anche la Germania e l'Italia chiedono una riforma, mentre la Francia ha un'altra idea. Tutti i dettagli.

L’azienda chimica tedesca Basf, la più grande nel settore a livello globale, ha chiesto all’Unione europea di ripensare l’Ets, ovvero il sistema comunitario per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica. Sistema che, a detta dell’amministratore delegato Markus Kamieth, è “obsoleto” nonché dannoso per la competitività dell’industria nel Vecchio continente.

COS’È L’ETS E COME FUNZIONA, IN BREVE

Riassumendo molto, l’Ets istituisce a livello europeo un mercato per la compravendita dei “permessi” di emissione di CO2. Ogni anno, infatti, alle aziende vengono assegnate delle quote di emissione in una quantità che si riduce progressivamente nel tempo: le aziende più inquinanti dovranno perciò acquistare altri permessi se vorranno continuare a emettere CO2 senza incorrere in sanzioni; le aziende più “pulite”, al contrario, hanno la possibilità di vendere le proprie quote inutilizzate.

Lo scopo dell’Ets è rendere sconveniente l’utilizzo di combustibili fossili e favorire la diffusione di fonti e tecnologie low-carbon. L’impatto economico del meccanismo è avvertito soprattutto dalle aziende energivore (cioè che consumano grandi quantità di energia nei loro processi) e hard-to-abate (cioè difficili da decarbonizzare perché i loro processi non sono facilmente elettrificabili).

LA CRITICA DI BASF

A detta di Kamieth – che oltre a guidare Basf è anche il presidente del Cefic, un’associazione che rappresenta l’industria chimica europea -, l’Europa è “l’unica regione al mondo” che applica delle sanzioni economiche alle aziende per le loro emissioni. Così facendo, Bruxelles ha messo l’industria pesante in una posizione di “notevole svantaggio competitivo” rispetto alla concorrenza estera. Senza contare che in Europa i prezzi dell’energia sono mediamente più alti rispetto agli Stati Uniti o alla Cina.

L’IMPATTO DELL’ETS SUI CONTI DI BASF

Kamieth ha fatto sapere che Basf paga “centinaia di milioni” di euro all’anno per i permessi di emissione, “e la situazione è destinata a peggiorare drasticamente nel corso dell’anno prossimo se non ci saranno cambiamenti e riforme all’Ets”. I costi legati al sistema in questione, cioè, potrebbero raggiungere 1 miliardo di euro all’anno.

Inoltre, le vendite di Basf sono in calo ogni anno dal 2022, quando la Russia ha invaso l’Ucraina e i prezzi europei dell’energia sono aumentati vertiginosamente. Nel 2025 l’azienda ha registrato un Ebit (utile prima degli interessi e delle imposte) di 1,6 miliardi, in calo rispetto ai 2 miliardi del 2024.

LA CRISI DELL’INDUSTRIA CHIMICA EUROPEA

Non è solo Basf a essere in crisi, ma l’intera industria chimica europea: nel 2025 gli investimenti sono crollati di oltre l’80 per cento e le chiusure di stabilimenti sono raddoppiate.

Quella chimica è un’industria critica, dato che i suoi prodotti vengono utilizzati in pressoché ogni settore economico, dall’automotive all’energia, dalla difesa alla sanità: non a caso, spesso viene soprannominata “la madre di tutte le industrie”. L’Europa, però, rischia di perderla e di ritrovarsi dipendente dalla Cina.

Proprio la sovrabbondanza produttiva cinese, che inonda i mercati e deprime i prezzi di vendita, unita ai costi elevati per l’energia, avrebbe fatto diventare “obsoleta” la credenza secondo cui l’Unione europea avrebbe incentivato la decarbonizzazione dalla propria industria attraverso l’Ets e l’avrebbe contemporaneamente protetta dalla concorrenza straniera con il Cbam, il dazio sulle merci ad alta intensità di CO2 proventi dall’esterno del blocco.

COSA FARÀ LA COMMISSIONE EUROPEA? LE PRESSIONI DELLA GERMANIA (E DELL’ITALIA)

Le critiche di Kamieth all’Ets hanno un peso notevole anche perché il meccanismo è uno dei pilastri del Green Deal, il piano della Commissione europea per la transizione energetica, la crescita economica sostenibile e l’azzeramento netto delle emissioni al 2050.

In realtà, già il governo tedesco – in sintonia con quello italiano – aveva chiesto a Bruxelles una modifica dell’Ets. A dicembre, durante il secondo forum ministeriale tra Italia e Germania, il ministro delle Imprese Adolfo Urso e la ministra degli Affari economici Katherina Reiche avevano firmato una dichiarazione per chiedere proprio “di rivedere il meccanismo di eliminazione graduale delle quote gratuite Ets e di creare un migliore collegamento tra le risorse generate dallo scambio di quote di emissione e il sostegno finanziario ai progetti delle industrie ad alta intensità energetica”.

L’IDEA DELLA FRANCIA

Meno drastiche, invece, sono le posizioni della Francia. Più che una revisione dell’Ets, Parigi spinge infatti per l’introduzione negli appalti pubblici di quote minime di contenuto europeo, che dovrebbero favorire l’industria regionale.

Nelle scorse settimane il commissario per l’Industria Stéphane Séjourné (francese) ha parlato della necessità di “stabilire, una volta per tutte, una vera preferenza europea nei nostri settori più strategici. Si basa su un principio molto semplice: ogni volta che vengono utilizzati fondi pubblici europei, questi devono contribuire alla produzione europea”. È un approccio che non convince Basf, secondo cui l’Unione europea non dovrebbe correre il rischio di cadere in una “trappola protezionistica”.

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