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Da editore a prigioniero politico: venti anni per Jimmy Lai 

Jimmy Lai è stato condannato a venti anni di carcere sotto la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong per collusione con forze straniere e sedizione, diventando il simbolo più emblematico della repressione delle libertà nella città.

Jimmy Lai, il fondatore di Apple Daily e una delle figure più note del movimento pro-democrazia di Hong Kong, è stato condannato a 20 anni di carcere: la pena più pesante mai inflitta finora sotto la legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020.

La sentenza, emessa ieri, segna un punto di non ritorno nella repressione delle libertà nella ex colonia britannica, trasformando in simbolo globale la vicenda di un uomo che da decenni sfidava apertamente il potere cinese.

Insieme a lui, otto co-imputati – tra ex collaboratori del suo giornale e attivisti – hanno ricevuto condanne da 6 a 10 anni.

La pronuncia ha scatenato condanne internazionali da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Nazioni Unite e Unione Europea, mentre le autorità di Hong Kong e Pechino l’hanno celebrata come un trionfo della stabilità.

Chi è Jimmy Lai

Jimmy Lai, 78 anni, nato nella Cina continentale e fuggito da ragazzo a Hong Kong, ha costruito un impero partendo da zero: prima con catene di abbigliamento, poi con i media.

Fondatore nel 1995 di Apple Daily, il tabloid in lingua cinese diventato presto la voce più tagliente contro il Partito Comunista Cinese, Lai ha usato le sue pagine per sostenere le proteste pro-democrazia del 2019 e per criticare senza mezzi termini Pechino.

Come scrive il New York Times, era “una spina nel fianco costante per Pechino”, un miliardario autodidatta che ha scelto di restare fedele alle sue idee anche quando questo significava perdere tutto.

Cittadino britannico, era in carcere da oltre cinque anni, già condannato in procedimenti separati per frode e assemblee non autorizzate.

La condanna per “collusione con forze straniere” e “sedizione”

Il Tribunale Supremo di Hong Kong ha inflitto a Lai 20 anni di reclusione per due capi di imputazione di cospirazione per collusione con forze straniere ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale e uno di cospirazione per pubblicazione di materiale sedizioso.

La corte lo ha descritto come “la mente” di un piano per spingere governi stranieri – in particolare gli Stati Uniti – a imporre sanzioni contro la Cina e Hong Kong dopo la repressione delle proteste del 2019.

Già nella sentenza di condanna emessa a dicembre 2025, i giudici avevano scritto che “non c’è dubbio che Lai nutrisse risentimento e odio verso la Repubblica Popolare Cinese” e lo avevano definito “la mente delle cospirazioni”. Hanno poi indicato come prove principali i suoi incontri con politici americani durante il primo mandato Trump, i tentativi di contattare direttamente l’allora presidente, e l’uso di Apple Daily per invocare sanzioni internazionali contro Pechino e Hong Kong.

Nella fase della sentenza, i magistrati hanno insistito sulla natura “premeditata”e “ben pianificata” delle azioni e dirette sia a un pubblico locale sia internazionale. Hanno classificato la condotta di Lai come “seria” e inserita nella categoria “più grave” tra i reati previsti dalla legge sulla sicurezza nazionale.

Rispetto agli altri imputati, i giudici hanno sottolineato che “nel caso in esame Lai era senza dubbio la mente di tutte e tre le cospirazioni contestate”, mentre per gli altri coimputati “è difficile distinguere la loro relativa colpevolezza” in modo netto. Questo ha giustificato l’innalzamento della pena base per Lai, solo parzialmente attenuato da alcune riduzioni per l’età avanzata, le condizioni di salute e il regime di isolamento prolungato sofferto in carcere.

Come sottolinea l’Associated Press, si tratta della pena più severa mai comminata sotto questa normativa, che prevede fino all’ergastolo per i reati più gravi.

Lai, che ha sempre negato ogni accusa, ha già scontato anni di detenzione preventiva: la nuova condanna lo terrà in carcere fino a tarda età.

La legge sulla sicurezza nazionale: la scure che ha abbattuto lo stato di diritto

Introdotta da Pechino nel giugno 2020 in risposta alle grandi manifestazioni del 2019, la legge sulla sicurezza nazionale ha stravolto il panorama giuridico e politico di Hong Kong.

Ha introdotto reati vaghi come “collusione con forze esterne”, “sovversione” e “secessione”, consentendo processi senza giuria, giudici scelti dal governo e detenzioni prolungate senza cauzione.

Come scrive la BBC, ha “praticamente azzerato ogni forma di dissenso” nella città, eliminando ogni parvenza di autonomia giudiziaria e libertà di stampa.

Apple Daily stesso è stato costretto alla chiusura nel 2021 dopo raid, arresti e congelamento dei conti.

La vicenda di Lai ne è l’emblema più drammatico: un uomo processato per aver chiesto sanzioni internazionali e per aver scritto articoli di giornale.

Gli altri condannati

Con Lai sono stati giudicati e condannati otto co-imputati.

Sei erano alti dirigenti o giornalisti di Apple Daily: tra loro l’ex amministratore delegato Cheung Kim-hung (6 anni e 9 mesi), l’ex direttore responsabile Ryan Law (10 anni), l’ex caporedattore Lam Man-chung (10 anni), la vicedirettrice Chan Pui-man (7 anni), Fung Wai-kong (10 anni) e Yeung Ching-kee (7 anni e 3 mesi).

Gli altri due erano attivisti legati al gruppo “Stand with Hong Kong”: Chan Tsz-wah (6 anni e 3 mesi) e Andy Li (7 anni e 3 mesi). Molti di loro avevano patteggiato la colpevolezza, ottenendo pene ridotte rispetto a Lai.

Come rimarca Al Jazeera, le condanne riflettono l’uso sistematico della legge per colpire non solo i leader, ma l’intero ecosistema mediatico e attivista pro-democrazia.

Condanne da tutto l’Occidente

La sentenza ha provocato un’ondata di sdegno globale. Il segretario di Stato americano Marco Rubio l’ha definita “ingiusta e tragica”, chiedendo il rilascio umanitario di Lai.

Il Regno Unito, che considera Lai cittadino britannico, ha parlato di attacco alla libertà di espressione.

L’Alto Commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha chiesto il “rilascio immediato”, sottolineando che la condanna viola norme internazionali sulla libertà di parola e di stampa. L’Unione Europea, il Giappone e Taiwan hanno espresso analoga preoccupazione.

La Casa Bianca e Bruxelles hanno denunciato il verdetto come prova ulteriore del deterioramento dello stato di diritto a Hong Kong.

Pechino e l’amministrazione di Hong Kong, al contrario, hanno difeso la sentenza: il capo esecutivo John Lee ha parlato di “malefatte senza limiti”.

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