Le tariffe doganali imposte da Donald Trump non hanno chiuso il buco del deficit commerciale americano, che anzi è cresciuto nonostante un dollaro debole e barriere all’import.
Su questo sfondo interviene un articolo su The National Interest di Desmond Bachman, senior fellow presso l’American Enterprise Institute, che esplora come questo squilibrio rifletta problemi più profondi, come deficit di bilancio record e basso risparmio nazionale, con rischi per il dollaro e l’inflazione che i mercati già segnalano.
Quando Trump ha varato la sua politica di tariffe sulle importazioni, giurava che avrebbe azzerato il deficit commerciale degli Stati Uniti, quel buco nero che vede l’America spendere più di quanto produce. Invece, i numeri raccontano un’altra storia.
A novembre, il deficit su beni e servizi è schizzato a 56 miliardi di dollari, quasi il doppio del mese prima. E nei primi undici mesi dell’anno, è salito del 4% a 840 miliardi, nonostante tariffe ai massimi da un secolo e un dollaro deprezzato del 10% rispetto all’anno scorso.
Trump sembra non cogliere il punto: le tariffe non bastano se il problema è strutturale.
I dati che smentiscono la narrativa
Secondo i rapporti del Census Bureau e del Bureau of Economic Analysis, il deficit non solo resiste, ma cresce.
Le tariffe dovevano spingere le esportazioni e frenare le importazioni, ma non è successo. Il dollaro più debole avrebbe dovuto rendere i prodotti Usa più competitivi all’estero, eppure l’import ha continuato a galoppare.
È un campanello d’allarme: la politica protezionista non risolve squilibri che nascono da consumi e investimenti interni eccessivi rispetto alla produzione nazionale.
La radice economica: risparmio e investimento
Come spiegava Keynes, ricorda l’autore, un deficit commerciale è solo lo specchio di un Paese che risparmia meno di quanto investe. Gli Usa consumano e investono oltre le loro possibilità, e finché il risparmio nazionale resta basso, il deficit persisterà, tariffe o no.
Oggi, con deficit di bilancio da 1,7 trilioni di dollari all’anno (pari al 5,5% del Pil), il governo sta prosciugando il risparmio. Politiche che stimolano investimenti, come quelle sull’IA, amplificano il problema: più si investe senza risparmiare, più si dipende dall’estero per colmare il gap.
L’impatto delle politiche fiscali
Il “One Big Beautiful Bill Act” di Trump non aiuterà: secondo il Congressional Budget Office, aggiungerà 3,4 trilioni al deficit nei prossimi dieci anni. L’Fmi prevede deficit tra il 6 e il 7% del Pil per anni. Questo deprime il risparmio e alimenta il deficit commerciale, soprattutto con un boom di investimenti guidato dall’IA.
Se Trump passa proposte come un “dividendo” da 2000 dollari finanziato dalle tariffe o 500 miliardi extra per la difesa, il buco si allargherà ancora, rendendo la situazione insostenibile.
Rischi per il dollaro e l’inflazione
Gli Usa dipendono dagli stranieri per finanziare questi “deficit gemelli”: budget e commercio.
I soggetti stranieri detengono 8,5 trilioni in Bond, il 30% del totale. Ma Trump li aliena con tariffe punitive, insulti ai partner commerciali e attacchi all’indipendenza della Fed. Risultato? Potrebbero esitare a prestare ancora.
I mercati già fiutano guai: il dollaro ha perso il 10% in un anno, l’oro è raddoppiato a oltre 5000 dollari l’oncia, i rendimenti dei Bond a lungo termine salgono nonostante tagli ai tassi della Fed di 175 punti base.
Segnali di crisi e prospettive future
Questi indicatori – dollaro debole, oro alle stelle, Bond nervosi – sono avvertimenti di una possibile crisi valutaria o obbligazionaria. Trump dovrebbe agire sui deficit, ma i suoi commenti recenti, in cui accoglie un dollaro debole, suggeriscono che non cambierà rotta.
Se la Corte Suprema dovesse invalidare le tariffe basate su motivi di sicurezza nazionale, le cose potrebbero peggiorare.
Alla fine, conclude Lachman, senza un’inversione, gli Usa rischiano instabilità finanziaria, con inflazione in agguato e fiducia internazionale in calo.




