Skip to content

rio tinto

Perché è fallita la maxi-fusione tra Rio Tinto e Glencore

Rio Tinto e Glencore hanno abbandonato i piani per la fusione, che avrebbe creato la compagnia mineraria più grande al mondo. Ecco cosa è andato storto.

Il gruppo anglo-australiano Rio Tinto e la società anglo-svizzera Glencore hanno abbandonato i piani per la fusione, che avrebbe creato la compagnia mineraria più grande al mondo attraverso un’operazione dal valore di 260 miliardi di dollari.

PROBLEMI DI PREZZO E DI GOVERNANCE

Rio Tinto aveva tempo fino al 5 febbraio per presentare un’offerta formale a Glencore, ma le due parti non sono riuscite a trovare un accordo sul prezzo dell’operazione e sulla governance della futura entità.

Già un mese fa, comunque, quando erano iniziate le trattative, gli investitori di Rio Tinto non si erano mostrati granché convinti della bontà della fusione, ritenendola troppo costosa. Giovedì, in un comunicato, il gruppo anglo-australiano ha fatto sapere di aver “stabilito che non sarebbe stato possibile raggiungere un accordo che garantisse valore ai propri azionisti”.

Glencore, invece, ha dichiarato di essersi opposta sia alla richiesta di Rio Tinto di mantenere il suo presidente e il suo amministratore delegato alla guida della nuova società, sia all’offerta economica che “sottovalutava in modo significativo il valore relativo sottostante di Glencore”. In particolare, Glencore ha accusato Rio Tinto di non aver valutato adeguatamente gli asset sul rame, un metallo richiestissimo per via della sua elevata conducibilità elettrica e termica che lo rendono indispensabile nei cavi per gli impianti energetici e i data center.

COSA VOLEVA GLENCORE, COSA VOLEVA RIO TINTO

Stando a Bloomberg, Glencore puntava a ottenere da Rio Tinto un premio che avrebbe garantito ai suoi azionisti una quota di circa il 40 per cento della nuova società. Il Financial Times ha scritto che le due parti potrebbero in futuro decidere di riprendere le trattative per la fusione. Rio Tinto – le cui entrate sono legate in buona parte all’estrazione di minerale ferroso – vuole espandersi nel mercato del rame, di cui Glencore è il sesto maggiore produttore al mondo: possiede, tra gli altri depositi, la ricca miniera di Collahuasi in Cile.

LA REAZIONE DEI MERCATI

L’annuncio del fallimento dei negoziati sulla fusione ha fatto calare del 7 per cento le azioni di Glencore, mentre il titolo di Rio Tinto ha perso all’incirca il 2,6 per cento.

La discesa più netta di Glencore in borsa potrebbe essere dovuta allo scetticismo dei mercati circa le capacità dell’azienda di sviluppare autonomamente la propria divisione sul rame, considerato che i livelli produttivi di questo metallo sono diminuiti di oltre il 40 per cento nel giro di un decennio. Sempre a proposito di rame, se Rio Tinto fosse riuscita ad assorbire gli asset di Glencore ne sarebbe probabilmente diventata la maggiore estrattrice al mondo.

Torna su