Domani si terrà in Oman il primo incontro diretto di alto livello dall’inizio della seconda amministrazione Trump, obiettivi la de-escalation militare e un accordo per il programma nucleare, dopo la scaramuccia del giugno 2025, un anno di tensioni e il braccio di ferro su sede, formato e contenuti, col rischio di annullamento evitato dalle pressioni dei Paesi arabi. Saranno solo parole? Teheran vuol trattare solo sul nucleare, non su missili balistici e milizie regionali su cui Washington vorrebbe impegni, come pure sulla repressione interna. In Iran, peraltro, l’eventuale e improbabile caduta degli ayatollah non porterebbe un approdo certo alla democrazia, potrebbe persino configurarsi un ritorno della monarchia Pahlavi.
Gli Stati Uniti restano scettici e mantengono la minaccia militare, come pure l’Iran; Witkoff giunge al vertice col ministro degli Esteri iraniano dopo aver consultato Gerusalemme, timorosa che i negoziati servano all’Iran solo a guadagnare tempo (nel frattempo, Gaza resta sotto pesanti raid israeliani, con numerose vittime civili e una grave crisi umanitaria). Ricordiamo che, scaduto il Nuovo Start, non c’è più un limite agli arsenali atomici, cresce così anche il rischio di una nuova corsa con il coordinamento tra Russia e Cina.
Si conferma comunque che, nel male e nel bene, da Washington non si prescinde. Lo dicono altri due punti della mappa planetaria. La vecchia cara Ucraina, per la quale proseguono i negoziati ad Abu Dhabi, altro Paese del Golfo sempre più centrale negli equilibri globali. Il ciclotimico inquilino della Casa Bianca (per quanto ancora?) è ottimista e annuncia “presto buone notizie” ma restano irrisolti i nodi di sempre, dal Donbass al Donetsk, e le tregue dichiarate funzionano poco. Detto ciò, che Kyev e Russia si parlino rimane una buona notizia, che Dio salvi gli USA.
Poi c’è stato il faccia a faccia tra Trump e Petro, due ore a porte chiuse per chiudere un anno di insulti ed evitare che con la Colombia si apra una crisi di tipo venezuelano. A proposito della quale Trump, nel frattempo, ha dichiarato lo stato di emergenza e imposto dazi sui Paesi che forniscono petrolio a Cuba, accusandola di minacciare la sicurezza e ospitare basi russe, cinesi e gruppi terroristici. L’Avana ha reagito parlando di “brutale aggressione” e Mosca avverte Washington che a Cuba “non sarà una passeggiata” come in Venezuela.
Tornando all’Iran, la crisi più esemplificativa del “relativismo assoluto” è forse quella con Bruxelles. La Repubblica islamica, dopo che l’UE ha dichiarato terroristi i Pasdaran, ha convocato i diplomatici europei. “Il mondo al contrario”, per citare il best seller dell’uomo politico del momento. Anche Italia e Iran sono in tensione, dopo l’inserimento delle guardie della rivoluzione islamica nella lista delle organizzazioni terroristiche, Teheran ha convocato la nostra ambasciatrice e minacciato conseguenze, mentre Roma per prudenza ha ridotto il personale diplomatico. Ma persino con la Svizzera è scontro diplomatico, dopo il ritiro dell’ambasciatore italiano legato alla strage di Crans‑Montana. Politici elvetici accusano l’Italia di minacce allo Stato di diritto e ingerenza, come fa l’Iran, in nome dell’indipendenza della propria giustizia, anche se Berna apre sulla richiesta italiana, concede l’assistenza giudiziaria e avvia la collaborazione investigativa tra le procure.
Sono solo parole? “Quando la legge del potere sostituisce il potere della legge, le conseguenze sono destabilizzanti” dice a Repubblica l’opinabile segretario dell’inutile Onu, Antonio Guterres. D’altra parte, è con le parole che la diplomazia cerca un’alternativa all’uso della forza, come richiedono la Costituzione italiana e la morale quasi univetsale. Ripudio della guerra, risoluzione delle controversie, nuovo ordine mondiale, esportazione della democrazia, scontro di civiltà, ingerenza, diritto internazionale, diritti umani e civili, pace giusta e duratura… La nomenklatura geopolitica risale in gran parte al passato ma va di gran moda: proprio come la guerra, solo che si dia un’occhiata a qualche spicchio della mappa planetaria.
L’Europa, spinta dal possibile disimpegno USA, accelera sul riarmo e discute, ovviamente dividendosi, di difesa comune. La Germania pensa al “supercaccia del futuro” di sesta generazione, il Gcap che l’Italia sta costruendo con Gran Bretagna e Giappone, concorrente del Fcas voluto da Macron e Merkel. Francia e Germania potenziano eserciti e leve volontarie, i Paesi nordici si preparano a scenari bellici, il ministro Crosetto sostiene la riserva volontaria e la spesa militare come “prerequisito” di libertà, servizi e democrazia, un po’ come si diceva per la sanità ai tempi del Covid, e l’Italia ha aderito ai prestiti europei Safe per il riarmo. Il quadro mostra insomma un’Europa incerta ma consapevole dei rischi e intenzionata a difendersi. Persino la neutralissima Svizzera valuta un aumento temporaneo dell’IVA per finanziare il riarmo.






