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Tutte le pressioni (americane e cinesi) su Nvidia per i processori H200

A due mesi dall'accordo con la Casa Bianca, Nvidia non ha ancora avviato le esportazioni in Cina dei processori H200, tanto criticate dai "falchi" nelle istituzioni americane. Il dipartimento di Stato chiede garanzie di sicurezza molto stringenti. E anche Pechino non vuole aprire del tutto alla tecnologia Usa.

Nonostante il via libero della Casa Bianca, la società di microchip Nvidia non ha ancora avviato le esportazioni in Cina dei suoi processori modello H200. Il governo degli Stati Uniti, infatti, sta completando le verifiche di sicurezza sui potenziali clienti, prima di rilasciargli le licenze di acquisto. Allo stesso tempo, i compratori cinesi continuano a rimandare gli ordini: vogliono essere sicuri di ricevere di licenze e vogliono conoscere le condizioni da rispettare.

I VANTAGGI PER LA CINA, I VANTAGGI PER NVIDIA

Nvidia si aspetta dalla Cina una domanda molto elevata per gli H200: sono del resto i secondi processori per l’intelligenza artificiale più potenti disponibili sul mercato, e offrono prestazioni nettamente superiori a quelle dei microchip che Pechino può attualmente importare o prodursi da sé. Il mercato cinese, data la sua vastità, darebbe un contributo significativo ai risultati economici di Nvidia: a detta dell’amministratore delegato Jensen Huang, potrebbe valere sui 50 miliari di dollari all’anno.

LO STALLO

I processori di Nvidia farebbero comodo alla Cina, dunque, e le vendite nel paese sarebbero proficue per la società. Ma ci sono dei problemi. Da un lato, le autorità cinesi sembrerebbero orientate verso un divieto di importazione degli H200, forse per dotarsi di una leva negoziale sugli Stati Uniti. Dall’altro lato, pare che il dipartimento di Stato americano – più rigido di quello del Commercio, maggiormente permissivo – stia chiedendo delle garanzie molto stringenti in modo da scongiurare i rischi per la sicurezza degli Stati Uniti: Pechino potrebbe infatti utilizzare gli H200 per scopi militari.

COSA PREVEDE L’ACCORDO DI DICEMBRE

L’accordo sugli H200, raggiunto a dicembre e formalizzato a gennaio, prevede che il governo degli Stati Uniti incassi una quota del 25 per cento dalle vendite di questi dispositivi. Inoltre, la Cina non potrà ricevere più del 50 per cento del totale dei chip venduti ai clienti americani. Nvidia dovrà certificare che negli Stati Uniti siano disponibili quantità sufficienti di H200, mentre i clienti cinesi dovranno dimostrare di adottare “procedure di sicurezza adeguate” e di non collaborare con le forze armate.

L’accordo di dicembre riguarda anche un modello di processore realizzato da un’altra società statunitense: il MI325X (un’unità di elaborazione grafica, o Gpu, nello specifico) di Amd. Anche Amd è in attesa delle licenze governative per l’esportazione in Cina.

LA SITUAZIONE NEL DIPARTIMENTO DI STATO AMERICANO

Chris McGuire, analista del Council on Foreign Relations, ha spiegato al Financial Times che “il dipartimento di Stato ha una profonda esperienza nel valutare se e in che modo le aziende cinesi potrebbero utilizzare questi chip a sostegno dei servizi di difesa e intelligence cinesi”. Di conseguenza, se il dipartimento “sta sollevando preoccupazioni circa le implicazioni per la sicurezza nazionale derivanti dall’approvazione delle licenze, ciò dimostra che esistono rischi reali e significativi associati a tali licenze”.

I FALCHI ANTICINESI NON APPOGGIANO LA DECISIONE DI TRUMP

I cosiddetti “falchi” anticinesi nelle istituzioni statunitensi, sia democratici che repubblicani, pensano che l’allentamento delle restrizioni tecnologiche voluto dall’amministrazione di Donald Trump permetterà a Pechino di rafforzare le sue capacità industriali e militari. In sostanza, ritengono che la Casa Bianca abbia commesso un errore nel “barattare” la sicurezza nazionale con i vantaggi commerciali.

Gli H200 di Nvidia sono quasi sei volte più potenti dell’H20, ovvero il processore più avanzato che l’azienda poteva vendere legalmente in Cina prima della nuova autorizzazione. D’altra parte, le società americane – a differenza di quelle cinesi – hanno accesso a chip ancora più performanti degli H200: questi ultimi (rilasciati nel 2023) sono stati superati dai Blackwell (2024) e dai Rubin (2025).

LA SITUAZIONE IN CINA

In Cina, stando al Financial Times, solo un gruppo ristretto di aziende ha ottenuto il permesso di accedere agli H200, ma sempre in maniera limitata: la scelta sembrerebbe volta a evitare una dipendenza eccessiva dalla tecnologia statunitense e, contemporaneamente, a sostenere lo sviluppo dell’industria nazionale del chipmaking. Inoltre, le società tecnologiche cinesi non potranno utilizzare gli H200 in data center situati fuori dal paese, un vincolo che potrebbe ripercuotersi sui loro piani di espansione internazionale.

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