Proprio nel momento in cui i capi di Stato e di governo si stanno per riunire per decidere se fare sul serio sulle sue raccomandazioni per rilanciare le sorti economiche dell’Unione europea, Mario Draghi ieri ha aggiunto un addendum politico al suo famoso rapporto che potrebbe essere tanto indispensabile quanto politicamente indigesto per i leader europei che si riuniranno in un “ritiro” il 12 febbraio.
L’occasione è stata un discorso all’Università di Lovanio, dove è stato insignito di un dottorato honoris causa. Il vecchio ordine globale su cui si sono costruite la prosperità e la pace in Europa è “defunto” e gli europei hanno bisogno di “un approccio diverso”, ha detto l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex primo ministro italiano. Draghi lo ha chiamato “federalismo pragmatico”. E’ una coalizione di volenterosi che inizia il cammino dalla confederazione alla federazione, anche a geometrie variabili, nei settori dell’energia, della tecnologia, della difesa e della politica estera. “Ma ogni passo deve rimanere ancorato all’obiettivo: non una cooperazione più lasca, ma una vera federazione”, ha detto Draghi. La sua raccomandazione politica rischia di avere ancora meno successo delle raccomandazioni economiche del suo rapporto.
Mario Draghi e il suo rapporto sono sulla bocca di tutti gli attori dell’Ue da oltre due anni e mezzo. Ursula von der Leyen aveva annunciato la scelta di affidare a Draghi la redazione di un rapporto sul futuro della competitività europea nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del settembre 2023. Un anno dopo, nel settembre 2024, von der Leyen ha presentato insieme a Draghi i risultati del suo lavoro, promettendo di farne la “bussola” del suo secondo mandato come presidente della Commissione.
Da allora ci sono stati molti discorsi di Draghi, centinaia di dibattiti nei think tank e nelle istituzioni pubbliche, una conferenza di alto livello organizzata da von der Leyen per festeggiare un anno di vita del rapporto. Ma ci sono stati pochi risultati. Sono nati diversi strumenti online per monitorare i progressi realizzati sulle raccomandazioni di Draghi. Il Draghi Tracker indica un affliggente 14 per cento di raccomandazioni implementate. Il Draghi Observatory mostra un deprimente 10 per cento.
Von der Leyen ha usato il rapporto per lanciarsi in uno sforzo di deregulation caotico attraverso una serie di pacchetti Omnibus. Poco o nulla è stato fatto in settori come il completamento del mercato unico, la riduzione dei costi dell’energia, la concentrazione delle risorse per far crescere le imprese, gli investimenti nell’intelligenza artificiale o la realizzazione di un vero mercato unico dei capitali. Alcuni temi sono rimasti tabù per von der Leyen, come la creazione di un “attivo sicuro” – nuovo modo per definire i vecchi eurobond, destinati a finanziare il debito comune.
La diagnosi di Draghi è ancorata nella nuova realtà geopolitica. Con Trump, l’America “impone dazi all’Europa, minaccia i nostri interessi territoriali e chiarisce, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi”. Con Xi Jinping, la Cina “controlla nodi critici delle catene globali del valore ed è disposta a sfruttare questa leva”. Secondo Draghi, “questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata — tutto insieme. E un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”.
Gli accordi commerciali che von der Leyen ha concluso o sta negoziando vanno bene, ma sono “una strategia di contenimento, non una destinazione”, ha avvertito Draghi. L’Europa ha di fronte a una scelta: “Restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiere i passi necessari per diventare una potenza?”.
Secondo Draghi, l’Europa ha le dimensioni, la ricchezza, la cultura politica e istituzioni comuni costruite in 75 anni, che le permettono di diventare una “vera potenza”. Ma “la potenza richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione. Dove l’Europa si è federata — commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria — siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto”, ha ricordato Draghi.
Il federalismo pragmatico permetterebbe di “rompere l’impasse che ci troviamo ad affrontare oggi, e lo fa senza subordinare nessuno. Gli Stati membri aderiscono volontariamente. La porta rimane aperta agli altri, ma non a coloro che potrebbero compromettere l’obiettivo comune. Non dobbiamo sacrificare i nostri valori per raggiungere la potenza”, ha detto l’ex presidente della Bce.
Il suo discorso ha risvegliato il campo federalista. “Mario Draghi ha detto una verità che l’Europa non può più rinviare: o scegliamo di diventare una potenza, o accettiamo di restare subordinati. Non esistono vie di mezzo”, ha commentato l’europarlamentare di Renew, Sandro Gozi. Gran parte dei capi di Stato e di governo e Ursula von der Leyen saranno molto meno entusiasti.
Senza mai citarli, Draghi ha gettato uno sguardo critico agli immobilisti, agli scettici, a quelli che hanno frenato la risposta dell’Ue a Trump sui dazi per paura delle conseguenze. “Alcuni diranno che non dovremmo agire finché la nostra posizione non sarà più forte, finché non saremo più uniti, finché l’escalation non sarà meno costosa. Ma questo compromesso è illusorio”, ha avvertito Draghi. Basta guardare a quanto accaduto sulla Groenlandia. “La decisione di resistere invece di accomodare” Trump ha funzionato. “Stando uniti di fronte a una minaccia diretta, gli europei hanno scoperto una solidarietà che in precedenza sembrava irraggiungibile” e “la determinazione condivisa (per difendere la Groenlandia) ha risuonato nell’opinione pubblica come mai un communiqué di un summit avrebbe potuto fare”, ha spiegato Draghi.
Pubblicamente applaudito, Draghi rimane inascoltato dalla Commissione e dal Consiglio europeo.
(Estratto dal Mattinale Europeo)




