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Il colosso cinese Byd scalda i motori in Europa ma fatica in patria

Traballa il mito economico dell'irrefrenabile corsa dell'auto cinese: il mercato del Dragone sembra ormai incapace di assorbire l'enorme produzione delle varie Case, così si guarda a Ovest. Byd ha appena acceso l'impianto in Ungheria. E non sarà troppo a lungo l'unico a presidio del Vecchio continente

Byd, il costruttore di auto made in China maggiormente agguerrito, il solo marchio finora capace di superare l’americana Tesla nella sfida sulla produzione e consegna di auto elettriche nonché quello così intenzionato a marcare stretta l’Europa da puntare su Alfredo Altavilla (ex Fca) per capire quali siano le strategie migliori da adottare per posizionare in modo strategico un marchio oggi sconosciuto, tra showroom in piazza Duomo a Milano e l’auto che fa la sua comparsata come mezzo presidenziale nel film La Grazia di Sorrentino e Servillo ora al cinema, si presenterà pure nel Vecchio continente decisa a divorare il mercato, ma intanto ha registrato un calo del 20% delle vendite a gennaio, un dato che ha trascinato le azioni quotate a Hong Kong al ribasso del 6,9%.

BYD SBANDA IN CINA

Si tratta dell’inciampo giornaliero più evidente conteggiato da maggio scorso e, se si prende come riferimento proprio quel periodo, si nota un calo verticale del 40% da quella data mentre peraltro Berkshire Hathaway di Warren Buffett, che aveva scommesso nel produttore asiatico fin dal lontanissimo 2008, lo scorso settembre annunciava di esserne sceso.

Tutta colpa della fine dei sussidi statali, che hanno drogato il mercato cinese inondandolo con miliardi. Quando sono finiti è esploso il darwinismo industriale: le varie Case, fino ad allora allevate in un ambiente protetto e abituate a percentuali di crescita a doppia se non a tripla cifra, in preda all’assuefazione hanno avviato una distruttiva guerra dei prezzi che ha messo a seria prova i loro bilanci e soprattutto ha dimostrato che Pechino non ha poi molta presa sul settore, dato che aveva fatto di tutto per scongiurare un simile scenario.

IL 2026 PARTE IN SALITA PER LE AUTO CINESI?

La China passenger car association prevede un 2026 molto più difficile rispetto ai 12 mesi appena archiviati. Come un terreno che ha assorbito troppa pioggia diventa impermeabile all’acqua, allo stesso modo il mercato autoctono non sembra in grado di far correre ancora i marchi locali.

Diventa fondamentale guardare altrove e con gli americani trincerati dietro dazi e norme che impediscono alle auto smart, per non meglio precisati motivi di sicurezza nazionale, di correre lungo le loro strade, la meta obbligata è per forza l’Europa.

Byd, che come si ricordava è attualmente il primo produttore mondiale di auto elettriche e ha a listino moltissime ibride, ha visto le spedizioni all’estero calare del 25% su base mensile a gennaio mentre in Italia festeggiava una crescita del 329%. Il suo obiettivo è aumentare le spedizioni nei mercati esteri di un quarto arrivando a 1,3 milioni di auto nel 2025 così da totalizzare quota 5 milioni di unità nel 2026 in aumento rispetto ai 4,6 milioni registrati alla fine dell’anno scorso.

AVVIATA (CON RITARDO) LA FABBRICA MAGIARA

Centrale, anche soprattutto per evitare i dazi comunitari – che potrebbero comunque avere vita breve – l’impianto ungherese che, a detta del sindaco László Botka, avrebbe ormai aperto i battenti anche se la produzione delle auto cinesi in terra magiara è prevista da calendario solo da questa primavera.

La fabbrica di Szeged avvia le prime operazioni potendo contare su circa 1000 operai – per la precisione 960 – destinati a raddoppiare a regime, quando sarà in grado di assemblare e sfornare 200.000 veicoli all’anno. Nella sede ungherese sarà attivo anche un centro di ricerca e sviluppo che contribuirà alla nascita della nuova generazione di modelli elettrici.

La sua apertura è stata ritardata rispetto ai piani iniziali e dovrebbe essere affiancata da impianti in gemelli localizzati in Turchia e in Spagna, così da servire la richiesta di auto alla spina che giungerà dal Vecchio continente, puntando anzitutto su soluzioni ibride. Con la domanda interna che si affloscia, per i cinesi sarà strategico vendere in Europa dove peraltro sono corteggiate da sempre più governi, a iniziare da quelli sovranisti.

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