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Perché le previsioni catastrofiche sull’economia americana sono farlocche

Ecco come sono invecchiati precocemente tutti i pensosi editoriali sulla crisi epocale del dollaro, sulla sfiducia nella corporate America e altro terrorismo mediatico vario e assortito. L'analisi di Liturri

Questa settimana ne abbiamo lette di tutti i colori sul dollaro. Spesso a cura di chi ha più dimestichezza con i mercatini rionali che con i mercati finanziari.

Il motivo conduttore è stato unico: fuga dal dollaro e dalle attività finanziarie denominate in dollari, per mancanza di fiducia nelle prospettive della corporation America.

“Sell America” pare sia stata la parola d’ordine, più sui giornali e nei mercatini rionali che nelle sale operative. Una distinzione rozza e irridente ma che trova fondamento nei freddi numeri.

Prendiamo il mercato azionario: a Wall Street lo S&P500, al lordo di qualche correzione giornaliera, ha serenamente proseguito la sua corsa verso quota 7.000.

Il rendimento dei T-Bond è rimasto inchiodato intorno al 4,20-4,25%.

I primi annunci dei risultati trimestrali delle maggiori società Usa hanno rinsaldato e alimentato la tenuta dei mercati.

Più articolato il movimento del dollaro. Qui è accaduto qualcosa di significativo, la cui spiegazione non è riconducibile ad un’unica causa (come spesso accade) ma che non coincide con nessuna di quelle lette e ascoltate a reti unificate.

Va dimenticata la Groenlandia, l’Iran e qualsiasi altra spiegazione barocca e bisogna volgere lo sguardo verso l’estremo Oriente, verso Tokyo.

Qui, tra venerdì 23 e lunedì 26 si sono rincorse voci di un intervento concertato di Usa e Giappone sul mercato dei cambi per vendere dollaro contro yen e così provare a fermare la discesa della valuta nipponica, ormai ai minimi da oltre 30 anni, per i motivi spiegati qui.

Qualcuno è arrivato ad evocare un ormai imminente nuovo accordo del Plaza, dopo quello del 1985 che dette il via ad un periodo di marcata debolezza del dollaro.

Questo evento ha provocato la rottura al ribasso per il dollaro (contro euro) del canale 1,15-1,18 che durava ormai da 6-7 mesi, dopo la rapida svalutazione successiva al Liberation Day di aprile. Più volte in questi mesi il cambio, appena ha toccato la soglia o il tetto del canale, ha rimbalzato decisamente. Reazione che chi opera sui mercati, e non si affaccia talvolta come un turista, ha più volte saggiato in questi mesi.

Quel canale sembrava costituire un livello di mutua soddisfazione su entrambe le soglie dell’Atlantico, fino a quando non è arrivato lo scossone da Tokyo. Che, in parallelo con l’indebolimento del dollaro contro yen, ha portato ad un minimo del dollaro contro euro intorno a 1,2040, livello che non si vedeva dall’autunno del 2021.

Poi martedì sera è arrivato Donald Trump con quella battuta “il dollaro sta andando alla grande”, in risposta a chi gli faceva notare la debolezza degli ultimi giorni e i mercati hanno reagito violentemente, portando, come anzidetto,  il dollaro a un minimo di lungo periodo.

Ma il segnale politico vero è arrivato mercoledì con le parole del Segretario al Tesoro Scott Bessent in un’intervista a Cnbc. Ha affermato che gli Stati Uniti mantengono una “politica di dollaro forte” (“strong dollar policy”), precisando che ciò significa impostare i fondamentali economici corretti (“setting the right fundamentals”). Secondo lui, con politiche solide (come quelle dell’amministrazione Trump su tasse, regolamentazioni e riduzione dei deficit commerciali), i capitali affluiranno naturalmente, rafforzando il dollaro nel tempo.

Ha anche negato categoricamente qualsiasi intervento sul mercato valutario per indebolire il dollaro o sostenere lo yen giapponese, rispondendo “absolutely not” a domande in merito per la competitività delle esportazioni.

È così terminato sul nascere un movimento che stava assumendo dimensioni preoccupanti per gli esportatori europei – immediatamente corsi a lamentarsi in Bce, mettendo in cattiva luce tutta la ridicola retorica costruita intorno all’euro forte  – e per gli importatori Usa, che si sarebbero visti costretti ad aumentare i listini su tutta la merce importata dall’Europa ed alimentare così una pericolosa ondata inflazionistica.

Nulla di tutto questo: fine della ricreazione dopo appena 72 ore. Facendo invecchiare precocemente tutti quei pensosi editoriali sulla crisi epocale del dollaro, sulla sfiducia nella corporate America e altro terrorismo mediatico vario e assortito.

Allora cosa è effettivamente accaduto e come si giustificano i movimenti su azioni, obbligazioni e cambi? Nessuno sano di mente pensa oggi di uscire dal mercato azionario e obbligazionario più liquido, ampio e profittevole del mondo. E poi per fare cosa? Investire in obbligazioni cinesi o, peggio, europee, con queste ultime che quotano peggio dei Bund tedeschi? Oppure nei mille miliardi di eurobond sognati da Federico Fubini sul Corriere?

Ecco perché Wall Street e T-Bond hanno tenuto e il dollaro si è indebolito.  Nessuno ha venduto nulla ma, c’è un ma. Dopo la rapida svalutazione di aprile, quando in molti sono rimasti scottati, ora gli investitori europei che comprano o detengono titoli Usa stanno coprendo il rischio di cambio sui loro investimenti finanziari. Perché non possono correre il rischio di veder erodere i loro rendimenti denominati in dollari, dalle perdite sul cambio. E fanno questa attività di copertura (hedging) in misura più o meno intensa in relazione alle prospettive economiche degli Usa e alle dichiarazioni di intenti dell’amministrazione Trump.

In sostanza si vende dollaro – in varie forme tecniche – per coprirsi dal rischio di cambio sulle attività finanziarie detenute in dollari e si neutralizza il rischio.

Quando sui mercati si è capito che a nessuno (Usa e Ue) conviene che il dollaro si indebolisca ulteriormente oltre la soglia psicologica di 1,18-1,19 che aveva retto più volte a partire da luglio, tutti si sono calmati e sono tornati a restare stabilmente investitori in un mercato che non ha prospettive comparabili in tutto il pianeta.

Da ultimo, qualche parola sull’andamento erratico di oro e argento, con oscillazioni giornaliere davvero fuori scala. Appare evidente che quei metalli sono interessati da un flusso di domanda anormale (soprattutto banche centrali non UE, spaventate dai sequestri delle riserve russe, non a caso il movimento è cominciato con la guerra in Ucraina) rispetto all’offerta e ai volumi stessi di quei mercati. Altrettanto evidente è che è pericoloso considerarli uno strumento per facili guadagni. Valgono sempre le regole di diversificazione del rischio e coerenza dell’orizzonte temporale di investimento col personale profilo di rischio. Altrimenti ci si fa male.

Questi sono i fatti e la loro interpretazione, di cui si può trovare sporadica traccia in qualche illuminato articolo sulla stampa estera, il resto sono interessate disamine invecchiate precocemente.

Nel frattempo venerdì sera il dollaro ha chiuso all’incirca dove aveva chiuso venerdì scorso e molte cose scritte a sproposito questa settimana possono tranquillamente essere smaltite nell’indifferenziato, ricordandosi che è a Tokyo che bisogna guardare per capire dove andranno i mercati finanziari nei prossimi mesi.

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