Non sono solo le Big Tech come Amazon, Meta, Microsoft, Salesforce e Pinterest a licenziare per fare posto ai sempre più ingombranti e insidiosi algoritmi di intelligenza artificiale. In questa bizzarra nuova “rivoluzione industriale” del Terzo Millennio c’è chi, in settori più tradizionali, sembrerebbe mettere alla porta i dipendenti umani per assumere robot. E’ il caso di Nike, colosso statunitense dell’abbigliamento sportivo guidato e presieduto da Elliott Hill alle prese, secondo quanto riferito da Cnbc, col licenziamento di 775 dipendenti mentre punta “a incrementare i profitti e accelerare l’adozione dell’automazione”.
COSA SAPPIAMO SUI LICENZIAMENTI IN NIKE
I tagli, secondo la testata che per prima ha riportato la notizia, si concentreranno principalmente sui centri di distribuzione in Tennessee e Mississippi, dove il colosso delle sneaker gestisce diversi grandi magazzini.
Già lo scorso agosto l’azienda aveva tagliato poco meno dell’1% della sua forza lavoro totale, pari a un migliaio di unità, ma si teme sia solo l’inizio della cura draconiana che Elliott Hill, che ha assunto l’incarico nel 2024, ha intenzione di imporre al brand. Nel maggio scorso, secondo gli ultimi documenti a disposizione, Nike contava 77.800 dipendenti in tutto il mondo, inclusi i lavoratori al dettaglio e part-time.
NIKE HA LE SCARPE SLACCIATE?
Nike è in crisi da parecchio, colpa della strategia predisposta dall’ex dirigente John Donahoe volta a privilegiare i negozi e i siti web del rivenditore rispetto ai partner all’ingrosso. I dazi imposti da Donald Trump al Vietnam, dove l’azienda dell’Oregon produce il 50 per cento delle sue calzature sportive, hanno fatto il resto.
COME CORRONO LE RIVALI
L’azienda ha registrato un calo dei margini lordi per il secondo trimestre consecutivo a dicembre con l’utile netto sceso del 32%, ma ad allarmare sono le scarse vendite in Cina. Anche perché la concorrenza asiatica è sempre più agguerrita: incalzano Li-Ning e soprattutto Anta Sports che ha appena acquisito la maggioranza della tedesca Puma. E sempre dalla Germania non smette di correre Adidas, i cui ricavi nel corso del 2025, al netto degli effetti valutari, sono aumentati del 13% per il secondo anno consecutivo.
A Reuters Nike ha affermato di volere “adottare misure per rafforzare e snellire le nostre operazioni in modo da poter agire più rapidamente e operare con maggiore disciplina”. I tagli riguarderanno principalmente le sue operazioni di distribuzione negli Stati Uniti, mossa che non piacerà alla Casa Bianca dato che il suo inquilino preme perché le grande aziende facciano la loro parte con investimenti e assunzioni nel territorio dei 50 Stati, così da attuare quell'”età dell’oro” promessa a più riprese da Donald Trump in campagna elettorale. Ma più che “età dell’oro” l’America, e forse il mondo, pare stia per entrare nell’era delle macchine. E non è una buona notizia per i dipendenti.



