Nell’era dei partiti piglia-tutto anche il movimento che nel frattempo è diventato il più vecchio della politica in Italia, la Lega, deve adeguarsi ai tempi: guai a non cogliere le esigenze di un elettorato aperto che non esprime più – come una volta -, soprattutto il senso di appartenenza a una parte. Oggi riflette il pensiero di un’opinione pubblica in perenne libera uscita, cioè che non si fa incasellare.
Nella prima Repubblica sarebbe stato arduo per due personalità spesso agli antipodi e dalle visioni politiche tanto differenti come il già governatore Luca Zaia e il fu generale Roberto Vannacci convivere nello stesso partito.
Ora tale stravaganza è inevitabile: entrambi sono portatori di idee e specie di voti che nel partito di Matteo Salvini trovano una ragion d’essere. Almeno finché la corda non sarà tesa oltre ogni ragionevole dubbio. E il dubbio è fortissimo, adesso che Vannacci, vicesegretario della Lega ma pure leader in carriera, ha depositato il marchio “Futuro nazionale”. “Nuovo partito? No, solo un simbolo”, dice lui.
Intanto, la “convivenza per convenienza” è la ragion politica e pratica sul perché Salvini assista all’arrabattarsi di Vannacci fingendo che gli altrui malumori (anche di Zaia e dell’anima originaria del Carroccio) siano immotivati. “Abbiamo bisogno di tutti”, rassicura il capo leghista. Limitandosi all’avvertimento: “Chi esce dalla Lega, finisce nel nulla”. Per Vannacci, par di capire, siamo a un passo da quel nulla evocato.
Eppure, per la Lega di lotta e soprattutto di governo la vera insidia è un’altra. Con o senza Vannacci l’ala autonomista del Nord s’è da tempo amalgamata al destino nazionale che Salvini ha impresso alla Lega.
Il rischio politico reale il partito invece lo corre per la sua politica internazionale. Si pensi alla posizione neutralista e trumpiana sulla guerra scatenata da Vladimir Putin. La difesa dell’Ucraina è un punto cardinale nella strategia geopolitica dell’Unione europea. La posizione di Salvini mal si concilia con le scelte del governo di aiuto anche militare a Kiev.
Èun tema che purtroppo resterà a lungo in agenda, constatata la volontà guerrafondaia dello Zar e il plateale disimpegno occidentale di Trump.
Su questa sfida la corda può spezzarsi con maggiori contraccolpi rispetto al caso-Vannacci. Il giochino del bastian contrario a parole sulle decisioni pro Zelensky e pro riarmo dell’Europa per la propria difesa da parte del governo italiano – salvo poi votarne i conseguenti provvedimenti in Parlamento -, non può durare in eterno.
Tanto più che all’orizzonte Carlo Calenda e Antonio Tajani scaldano i motori per ritrovarsi insieme in un centro più ampio dell’attuale Forza Italia. Un centro di stampo europeo, cioè ostile alla politica dell’acquiescenza per chi, come Putin, attenta ai diritti e ai valori dell’Europa. E per chi li disconosce e insulta come Trump.
Se la Lega non riesce a interpretare la gravità del nostro tempo, rischia di finire in fuorigioco. Escludendosi da future maggioranze di governo non ammaliate da Trump né intimorite da Putin.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova
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