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Export, l’Italia torna a crescere nonostante dazi e tensioni geopolitiche

Il Focus Sace mostra una ripresa delle esportazioni nel 2025: in prima linea la farmaceutica. Le vendite all’estero tornano a salire verso i 640 miliardi di euro, con l’Europa ancora centrale ma nuove opportunità fuori dall’Ue

In un contesto internazionale sempre più frammentato, attraversato da tensioni geopolitiche, dal ritorno delle politiche industriali nazionali e dal riemergere del rischio protezionistico, l’export italiano continua a rappresentare uno dei pilastri più solidi dell’economia nazionale. A certificarlo è un nuovo report di Sace sull’export dell’Italia. Nonostante guerre, frizioni commerciali e rallentamento del commercio mondiale, le vendite all’estero confermano una resilienza che pochi altri grandi paesi europei possono vantare.

I numeri aiutano a capire perché. La domanda estera, si legge nel report, oggi pesa circa il 33% del Pil italiano e ha contribuito in misura determinante alla crescita economica degli ultimi quindici anni. Un dato strutturale, non congiunturale, che fotografa la vocazione internazionale del sistema produttivo. A sostenere questo modello sono oltre 120mila imprese esportatrici, che occupano circa 4,3 milioni di addetti, rendendo il commercio estero non solo una leva macroeconomica ma anche un fattore chiave di tenuta occupazionale.

L’ITALIA NELLA TOP TEN DEL COMMERCIO MONDIALE

Limitando lo sguardo ai beni, l’Italia si conferma tra i primi dieci esportatori mondiali, con una quota di mercato del 2,8%. Una posizione di rilievo se si considera che il paese è strutturalmente dipendente dall’estero per energia e materie prime. Davanti restano giganti come Cina, Stati Uniti e Germania, ma l’Italia precede economie comparabili come Francia, Canada e Messico, consolidando un ruolo da “media potenza commerciale” nel quadro globale.

Dopo l’eccezionale rimbalzo del biennio 2021-2022, quando l’export ha registrato una crescita media annua del 20%, il ciclo si è raffreddato. Il 2023 ha segnato una fase di stabilizzazione, mentre il 2024 ha visto una lieve flessione (-0,5%), con esportazioni pari a 622,6 miliardi di euro. Una correzione fisiologica, aggravata dall’indebolimento della domanda globale e dalle prime avvisaglie di rallentamento in Europa.

IL RITORNO ALLA CRESCITA NEL 2025

Il 2025 segna però un ritorno alla crescita. Tra gennaio e novembre le esportazioni italiane di beni sono aumentate del 3,1% su base annua e, secondo le stime, l’anno si è chiuso con un incremento intorno al 3%, riportando il valore complessivo verso i 640 miliardi di euro. Un risultato significativo se letto alla luce di un commercio internazionale atteso in rallentamento e di un quadro geopolitico tutt’altro che disteso.

A sostenere la ripresa non è un singolo comparto, ma una pluralità di settori. In primo piano la farmaceutica, che cresce del 31% nei primi undici mesi dell’anno. Un dato che riflette la presenza in Italia di numerosi siti produttivi di multinazionali estere e che colloca il paese sempre più al centro delle catene del valore globali ad alto contenuto tecnologico. Non è un caso che proprio su questo settore si siano concentrate le aspettative – e le preoccupazioni – legate a possibili dazi settoriali, che hanno spinto molte imprese ad anticipare gli acquisti.

I SETTORI CHE TRAINANO L’EXPORT

Buona anche la performance dei prodotti in metallo (+8,4%), trainata in particolare dai metalli preziosi, e dei mezzi di trasporto (+3%), dove la cantieristica navale continua a compensare la debolezza strutturale dell’automotive europeo. L’agroalimentare si conferma una certezza del Made in Italy: alimentari e bevande crescono del 4,3%, con una dinamica sostenuta per conserve e formaggi, che intercettano una domanda globale sempre più orientata alla qualità e all’origine.

Più articolato il quadro della meccanica strumentale, che resta il primo settore di export con una quota del 15,2%, ma mostra un andamento sostanzialmente stazionario. Un segnale che riflette sia il rallentamento degli investimenti industriali in Europa sia l’incertezza legata alle politiche industriali e commerciali dei grandi blocchi economici. In contrazione risultano invece tessile e abbigliamento (-2,2%), colpiti da una trasformazione strutturale della domanda globale, e la chimica (-1,1%). La flessione dell’“altra manifattura” (-7,3%) è in larga parte spiegata dal confronto con le eccezionali vendite di preziosi registrate l’anno precedente.

L’EUROPA RESTA CENTRALE, MA NON BASTA PIÙ

Dal punto di vista geografico, l’Unione europea resta il principale mercato di riferimento. Il 51% dell’export italiano è diretto verso i paesi Ue, che nel 2025 hanno contribuito alla crescita con un incremento del 4,1%. Un dato che conferma quanto il mercato unico resti centrale, nonostante le spinte alla diversificazione e le difficoltà congiunturali di alcune economie chiave.

Germania, Stati Uniti e Francia assorbono insieme quasi un terzo delle esportazioni italiane. La Germania (+2,5%) torna a crescere dopo il calo del 2024, sostenuta da navi e imbarcazioni, alimentari e tessile. La Francia (+5,6%) beneficia soprattutto di farmaceutica e food. Gli Stati Uniti, secondo mercato di destinazione dell’Italia, registrano un robusto +7,9%, trainato dalla farmaceutica e da importanti commesse nella cantieristica navale.

MERCATI EMERGENTI E NUOVE OPPORTUNITÀ

Accanto ai mercati maturi, emergono con forza quelli ad alto potenziale. Le esportazioni verso i Paesi Opec crescono dell’11,7%, con gli Emirati Arabi Uniti in testa (+18,5%) seguiti dall’Arabia Saudita (+3,8%). Dinamica anche la domanda proveniente da Filippine (+11,1%), Marocco (+10%) e India (+7,6%). Si tratta di mercati meno presidiati, ma sempre più centrali nelle strategie di internazionalizzazione, anche alla luce delle tensioni geopolitiche che spingono le imprese a ridurre le dipendenze da singole aree.

ACCORDI UE E COMMERCIO INTERNAZIONALE

In questo contesto si inserisce il tema, sempre più politico, degli accordi di libero scambio dell’Unione europea. L’intesa appena firmata con il Mercosur – richiamata anche nel focus Sace – rappresenta un tassello rilevante di una strategia che mira a rafforzare l’autonomia commerciale europea. Un accordo che apre opportunità in America Latina e che si affianca all’accordo appena firmato con l’India e ai negoziati in corso o conclusi con paesi come Messico, Cile e Australia.

DIVERSIFICARE PER RIDURRE I RISCHI GEOPOLITICI

La lezione degli ultimi anni è chiara: la diversificazione dei partner commerciali non è più solo una scelta di crescita, ma una risposta ai rischi geopolitici. Guerre, sanzioni, dazi e interruzioni delle catene di approvvigionamento hanno mostrato quanto l’eccessiva concentrazione geografica possa esporre le imprese a shock improvvisi. Anche per questo il governo, con il ministero degli Esteri, ha messo in campo il Piano d’azione per l’export, che individua alcuni paesi strategici su cui concentrare gli sforzi e in cui è coinvolta anche Sace.

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