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Perché le tre crisi internazionali dell’Italia hanno una lettura interna

Italia in crisi diplomatica con USA, Israele, Svizzera. Che si può interpretare come politica interna: elezioni americane di Midterm, precarietà del governo di Tel Aviv, rapporto tra poteri politico e giudiziario a Roma e Berna. Il corsivo di Battista Falconi.

Tra gli effetti a catena dell’inedita e sconcertante situazione geopolitica c’è la crisi dei rapporti tra l’Italia e tre nazioni di cui è stata sempre buona vicina e alleata fidata: USA, Israele, Svizzera. I casi belli sono, rispettivamente: l’insultante ignoranza di Trump sul contributo offerto in Afghanistan, l’aggressione minacciosa di un colono contro due carabinieri, la scarcerazione di Jacques Moretti dopo la strage di Crans-Montana.

Dalle condanne del governo italiano di questi fatti, molto determinate, emerge una convergenza tra i diplomatici di Palazzo Chigi e della Farnesina cui si potrebbe dare una lettura di politica interna, come segno di vicinanza tra Meloni e Tajani, FDI e Forza Italia in una campagna elettorale ormai vigente, che spinge i partiti di governo ad accentuare identità e posizioni. Mente la Lega appare più isolata e presa da beghe interne, incertezza sul futuro dell’ondivago Vannacci in primis. Un quadro in cui si inserisce l’avvicinamento di Calenda agli azzurri, temuto quanto quello di Renzi al centrosinistra data la tendenza sfascista di entrambi. “Sono finiti i tempi del pentapartito”, osserva Barberis sul Giornale, oggi servono capacità aggregative, non coacervi di microcosmi, le corse al centro moderato spesso sfiancano inutilmente.

Si potrebbero interpretare in termini di politica interna anche gli episodi che hanno determinato le crisi di relazione con i tre Paesi citati. Gli States si avvicinano alle elezioni di Midterm e la durezza anti-migratoria di Trump, l’uso spregiudicato dell’ICE con i due morti di Minneapolis potrebbero rientrare nella solita tattica populista della distrazione di massa. Stavolta, però, con effetti che paiono controproducenti: il rifiuto degli eccessi polizieschi attecchisce anche tra Maga e repubblicani, tra l’altro le vittime sono due bianchi, e già trapela la solita incertezza trumpiana, lo stop&go con retromarcia. Tra i democratici c’è persino chi paventa che il presidente voglia tirare la corda della Costituzione ai limiti, dichiarare uno stato di eccezionalità e un regime autocratico ancor più deciso, quello che l’Unità sobriamente titola in prima pagine “nazismo nascente”.

In Israele Netanyahu si muove da prima dell’inizio della guerra, con equilibrio precarissimo, su una maggioranza di governo frammentata, risicata e condizionata da forze estremistiche. Analogamente a Trump anche per lui si sospetta, più fondatamente, che la durezza militare dopo gli attentati di Hamas sia tesa proprio a consolidare la leadership. Ma la conflittualità coi palestinesi, IDF e Hamas a parte, passa anche per la spregiudicatezza dei coloni di cui i nostri carabinieri hanno fatto le spese, per fortuna mantenendo la freddezza necessaria e dettata dalle loro regole di ingaggio in Israele.

A proposito di forze dell’ordine e militari, montano le polemiche sulla morte, a Rogoredo, di uno spacciatore maghrebino che aveva minacciato gli agenti con una pistola a salve. La tentazione del link con Minneapolis è troppo forte e il Foglio le cede con un titolo, mentre il segretario ANM si spinge oltre e in un post poi rimosso (getta il sasso, nascondi la mano) collega gli agenti assassini americani e la riforma Nordio.

Sempre a proposito di polemica, e per arrivare alla Svizzera, le repliche difensive dell’autonomia del potere giudiziario proseguono dopo che Meloni ha ricevuto l’ambasciatore a Berna, concorde Tajani e presenti anche Mantovano e l’Avvocato Generale dello Stato Palmieri Sandulli, stabilendo di subordinarne il rientro a “un’effettiva collaborazione tra le Autorità giudiziarie dei due Stati e all’immediata costituzione di una squadra investigativa comune” su Crans-Montana. Le dichiarazioni hanno suscitato altre forti reazioni tra i politici elvetici, trasversali a destra a sinistra. La mossa governativa sa di campagna elettorale per il cosiddetto “referendum sulla giustizia”. Il fronte del “no” ha un’altra occasione di accusare premier, esecutivo e maggioranza di voler sottomettere il potere giudiziario a quello politico. Accusa verosimile, ma solo perché è ancor più vero che la magistratura cerca di fare l’inverso, quanto meno dai tempi di Mani pulite.

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