Negli ultimi anni, una parte più vasta del pubblico ha preso confidenza con quattro lettere, ASML, che indicano una delle aziende più importanti del mondo, il campione tecnologico dei Paesi Bassi che ha il monopolio nelle più avanzate macchine per la produzione dei semiconduttori.
Come ho spiegato in vari scritti, da “Il dominio del XXI secolo” (2022) in poi (e anche in un lungo saggio su Substack dove ho riassunto tutto), il successo di ASML, nata nel 1984, è dipeso da diversi fattori, organizzativi, tecnologici, finanziari e politici. A partire dalla vicenda delle mancate licenze per la vendita delle sue macchine più avanzate in Cina nel 2017-2018, il ruolo politico di ASML nella guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina è più evidente.
Pertanto, non si parla di ASML quanto di Fabrizio Corona o di Garlasco, ma esiste una maggiore consapevolezza. Nel contesto internazionale, non credo che si consideri abbastanza (al di fuori, ovviamente, della cerchia degli esperti) quanto i processi della produzione dei semiconduttori abbiano bisogno anche di altri attori, che compongono il segmento di strumentazione e macchinari per i semiconduttori. Gli attori principali (ma non sono certo solo questi) sono aziende statunitensi come Applied Materials, KLA e Lam Research, e la giapponese Tokyo Electron. Non si tratta di piccole aziende ma di veri e propri giganti industriali e tecnologici. Il fatturato di Applied Materials nel 2025 è stato superiore a 28 miliardi di dollari.
Non a caso, fin dall’amministrazione Biden le discussioni sulla politica dei semiconduttori sono avvenute anche attraverso tentativi di multilateralismo selettivo da parte di Washington coinvolgendo i Paesi Bassi e il Giappone.
Se guardiamo in termini complessivi alle aziende dei macchinari per semiconduttori, possiamo vedere che il mercato cinese è un vincolo importante per i loro ricavi. La Cina negli ultimi anni ha pesato in media per circa il 30-35% del fatturato, in alcune trimestrali con picchi al 40%. È quindi difficile per queste aziende rinunciare da un giorno all’altro, o da un anno all’altro, al mercato cinese.
Un recente tweet di SemiAnalysis, la principale società di consulenza sui semiconduttori, ha evidenziato un altro elemento: la struttura manifatturiera di queste aziende statunitensi al di fuori dagli Stati Uniti, dall’espansione di Lam Research in Malaysia (che nel polo di Penang è un hub internazionale molto importante dell’industria dei semiconduttori) agli investimenti di Applied Materials e KLA a Singapore. La rinascita manifatturiera dei semiconduttori negli Stati Uniti convive quindi in ogni caso con un’altra forza, che è quella della regionalizzazione asiatica, in grado di competere sul costo del lavoro, sulla formazione, sulla struttura degli ecosistemi. Quando si chiude una porta cinese, si apre una porta cinese, e la porta cinese – intesa come cliente – non viene mai veramente chiusa.
Forse queste aziende, anche per via della notorietà di SemiAnalysis, annunceranno piani più consistenti sugli Stati Uniti. Ma l’impronta industriale asiatica non può essere cancellata. La nostra epoca di capitalismo politico continua e continuerà a oscillare tra le spinte politiche e di sicurezza nazionale e le realtà dell’interdipendenza.





