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Ma il bazooka Ue anti Trump evocato da Macron può davvero funzionare?

Imbracciare il bazooka e poi scoprire che non ci sono le condizioni per sparare oppure - peggio ancora - che il colpo è a salve, sarebbe un disastro per l’Europa. Il commento di Stefano Feltri estratto da Appunti

Sabato Trump ha annunciato dazi al 10 per cento contro Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Finlandia, gli Stati europei che hanno mandato truppe in Groenlandia per chiamare il bluff trumpiano, cioè per dimostrare che gli Stati Uniti non possono annettere quel territorio strategico nell’Artico senza una guerra con gli ormai ex alleati europei.

Quel 10 per cento, nell’annuncio di Trump, è la prima ritorsione pronta a scattare il primo febbraio a cui poi seguirà un altro 25 per cento il primo giugno se la Danimarca non cederà la Groenlandia.

Sul piano commerciale, è una questione davvero rilevante solo per la Germania, che esporta ogni anno 163 miliardi di dollari di merci verso gli Stati Uniti. La Gran Bretagna e la Francia esportano meno dell’Italia che vende merci per 78 miliardi: i britannici si fermano a 68, i francesi a 61. Finlandia e Norvegia stanno a 6 e 7 miliardi rispettivamente.

Comunque, non è affatto detto che questi dazi arriveranno mai davvero: anche quelli al 25 per cento contro i partner commerciali dell’Iran, annunciati una settimana fa, non si sono mai materializzati.

E abbiamo già visto questo copione un anno fa: la minaccia di un dazio punitivo, una trattativa, un rinvio, un compromesso. Risultati ambigui, nel senso che dopo un anno di protezionismo americano la quota di mercato delle esportazioni dei prodotti europei è addirittura aumentata.

Come hanno calcolato Daniel Gros e Niccolò Rotondi dell’Institute for European Policymaking della Bocconi, poiché soltanto alcuni settori hanno davvero un dazio, la barriera effettiva media per le merci europee è del 6 per cento, a fronte di un 15 per cento dichiarato.

Poiché è molto più bassa di quella per le merci di Paesi concorrenti, come la Cina o l’India o il Giappone, il protezionismo di Trump finisce per favorire le imprese europee a danno di quelle del resto del mondo.

Dunque, i mercati finanziari hanno reagito male alle ultime notizie più per il timore che stia tornando una fase di volatilità e incertezza, che per la razionale analisi delle potenziali conseguenze negative di questo ennesimo pestaggio commerciale da parte di Trump.

Per tutto il 2025, Trump ha annunciato dazi che poi non ha messo, o che ha tolto, con sconti per certi settori e punizioni per altri. I dazi del 100 per cento sul settore farmaceutico, per costringerlo a produrre negli Stati Uniti, sono stati annunciati a settembre e mai arrivati.

Dunque, le sue minacce non sono più tanto credibili. E quando una controparte si dimostra inaffidabile, come è il caso degli Stati Uniti, riduce l’incentivo a cercare un compromesso.

Questa nuova ondata di aggressività verso l’Europa arriva prima ancora che il Parlamento europeo abbia ratificato l’accordo commerciale di luglio, quello che a fronte di dazi del 15 per cento da parte degli Stati Uniti prevedeva la sospensione delle misure ritorsive preparate dall’Unione europea nella prima fase del negoziato.

Il pellegrinaggio della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sui campi di golf di Trump in Scozia è stato una pubblica umiliazione, ma su un piano economico aveva senso accettare dazi del 15 per cento e rinunciare a reagire.

I dazi sono una tassa che spesso finisce per essere pagata soltanto dai consumatori dello Stato che alza le barriere e, nel medio periodo, ogni dazio ritorsivo aumenta il rischio di una guerra commerciale globale come quella che portò alla Grande depressione un secolo fa.

Poco dopo l’accordo di luglio, però, era diventato chiaro che gli Stati Uniti di Trump non sono un partner affidabile, neppure per quanto riguarda la logica “transazionale” che il presidente sostiene di praticare: la transazione non è mai conclusa, il negoziato è sempre aperto, ogni concessione dalla controparte è un’ammissione di debolezza che quindi legittima nuove richieste.

Per semplificare, ma non troppo: il cedimento sui dazi ha convinto Trump che poteva prendersi anche la Groenlandia.

I capi di Stato e di governo si devono riunire in settimana, hanno alcune opzioni sul tavolo: confermare il congelamento dell’accordo di luglio farebbe scattare contro-dazi su 93 miliardi di dollari di importazioni di beni americani in Europa e poi c’è lo Strumento anti-coercizione, che qualcuno si ostina a chiamare il “bazooka” commerciale dell’Unione anche se non è affatto detto che sia in grado di sparare.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto l’uso dello Strumento anti-coercizione, ed è palese che quella americana sia coercizione ai sensi della legge europea:

Ai fini del presente regolamento, si ha coercizione economica allorché un paese terzo applica o minaccia di applicare una misura che incide sugli scambi o sugli investimenti al fine di impedire od ottenere la cessazione, la modifica o l’adozione di un particolare atto da parte dell’Unione o di uno Stato membro, interferendo in tal modo nelle legittime scelte sovrane dell’Unione o di uno Stato membro.

Molto più complicato stabilire se uno strumento pensato per far deterrenza verso la Cina possa essere applicato davvero a un partner come gli Stati Uniti: davvero, per esempio, qualche Stato se la sentirebbe di escludere imprese americane dagli appalti della Pubblica amministrazione? Ci sono interi Paesi che si fermerebbero senza i servizi di Microsoft o Amazon Web Service, non parliamo di Google.

Insomma, imbracciare il bazooka e poi scoprire che non ci sono le condizioni per sparare oppure – peggio ancora – che il colpo è a salve, sarebbe un disastro per l’Europa.

(Estratto dal Appunti)

 

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