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L’Iran tra petrolio, gas e minerali critici

L'Iran vive il paradosso dell’abbondanza: è un colosso energetico, ma è soffocato da regime e cattiva governance. L'approfondimento di Luca Longo

L’Iran è uno dei grandi paradossi dell’economia globale delle risorse. Sotto la sua superficie si concentrano alcune delle più vaste riserve di petrolio e gas naturale del pianeta, insieme a un patrimonio minerario che include metalli strategici e terre rare. Eppure, Teheran non può convertire questa ricchezza geologica in potere economico, stabilità industriale e influenza geopolitica. L’industria energetica iraniana è oggi il risultato di una convergenza di fattori negativi: infrastrutture obsolete, corruzione sistemica, un regime sanzionatorio pluridecennale, isolamento tecnologico e, più recentemente, l’impatto diretto del conflitto con Israele. Il risultato è un potenziale economico gigantesco, ma operativamente fragile, sempre più dipendente da canali opachi e da pochi partner asiatici.

Riserve e produzione di petrolio e gas

Secondo World Energy Review 2025 e l’ U.S. Energy Information Administration, l’Iran possiede 208,6 miliardi di barili di riserve petrolifere provate, collocandosi tra i primi tre Paesi al mondo per giacienti di greggio insieme a Venezuela e Arabia Saudita, con circa 11,6% della quota delle riserve mondiali. Nel gas naturale, l’Iran detiene 33.988 miliardi di metri cubi di riserve provate – secondo solo alla Russia – con una quota stimata di circa 16–17% delle riserve mondiali.

Nonostante queste dimensioni, la produzione liquida totale (petrolio + condensati + gas naturale) si è attestata nel 2024 tra 3,9 e 4,0 milioni di barili al giorno (bpd) — ben al di sotto del potenziale teorico e lontano dai 6 milioni di bpd prodotti negli anni ’70 sotto il regime dello Scià.

Una parte rilevante di questi volumi è oggi esportata verso l’Asia, in particolare la Cina, che da sola assorbe oltre il 90% del petrolio iraniano attraverso gli impianti dell’isola di Kharg, nodo strategico dell’export di greggio.

Sul fronte del gas, il gigante offshore South Pars — il più grande giacimento non associato al petrolio al mondo, condiviso con il Qatar — è cruciale per l’approvvigionamento interno e la modesta esportazione. Tuttavia, le pressioni geopolitiche hanno colpito anche queste infrastrutture, con attacchi israeliani che nel 2025 hanno danneggiato diverse unità produttive, facendo sospendere parzialmente le attività.

Infrastrutture, raffinazione e sanzioni

La rete di infrastrutture energetiche iraniana comprende importanti raffinerie con capacità di centinaia di migliaia di barili al giorno — tra cui Isfahan (≈370.000 bpd), Abadan (≈360.000 bpd) e Bandar Abbas (≈320.000 bpd) — oltre al grande impianto Persian Gulf Star con una potenziale capacità di quasi 450.000 bpd.

Nonostante ciò, l’industria è gravemente sottocapitalizzata: anni di sanzioni impediscono l’accesso a tecnologie avanzate e agli investimenti esteri necessari per sostenere il declino naturale dei campi storici e sviluppare nuovi progetti. La conseguenza è un settore che spesso comporta inefficienze operative, mancati investimenti nelle infrastrutture di recupero avanzato e perdite economiche.

Le rigide misure statunitensi del 2018 e successive estensioni hanno mirato specificamente a bloccare porti, navi e impianti di raffinazione collegati alle esportazioni, rendendo sempre più difficoltoso il commercio internazionale del petrolio iraniano.

Performance recente: produzione, stoccaggi e flussi commerciali

Negli ultimi anni, la produzione iraniana ha mostrato forti oscillazioni: dopo un minimo di circa 2,9 milioni di bpd nel 2019, la produzione è risalita fino a sfiorare 4 milioni di bpd nel corso del 2023, trainata da una maggiore domanda estera e da tecniche di elusione delle sanzioni come operazioni ship-to-ship e l’uso di rotte non convenzionali.

Tuttavia, oggi si sta verificando un accumulo record di greggio “on water”: a inizio 2026, tra petroliere in transito e stoccaggi galleggianti sono stati registrati tra 166 e 170 milioni di barili, equivalenti a circa 50 giorni di produzione. Questo surplus riflette sia la riduzione delle importazioni cinesi sia difficoltà logistiche legate a tensioni geopolitiche e ai rischi di attacco.

Minerali critici e territorio

Oltre agli idrocarburi, l’Iran è dotato di un patrimonio minerario estremamente ricco, con oltre 68 tipi di minerali identificati nelle rilevazioni geologiche e riserve significative di metalli come rame, ferro, piombo, zinco, cromite e barite — alcune classificate tra le maggiori a livello globale.

Per quanto riguarda terre rare e minerali critici, le ricerche indicano che questi elementi possono essere presenti in depositi associati a rocce fosfatiche, ferrose e sedimenti carboniferi, sebbene non vi siano ancora stime pubbliche consolidate di riserve certificate secondo criteri globali.

Il settore minerario non-petrolifero contribuisce tuttavia solo in misura modesta al PIL nazionale, con esportazioni minerarie complessive che nel 2025 si aggirano attorno ai 12-13 miliardi di dollari, dominati da concentrati e semi-lavorati spediti soprattutto verso la Cina e i mercati regionali.

Le ragioni della crisi e le sfide strutturali

Il quadro complessivo è quello di un Paese con potenzialità enormi ma gravato da vulnerabilità profonde: le sanzioni internazionali limitano finanziamenti, tecnologia e accesso ai mercati principali; i pozzi attivi subiscono un declino naturale che oggi non può essere mitigato da investimenti per tecnologie di recupero avanzato; mentre le infrastrutture esistenti sono state in parte danneggiate dai bombardamenti israeliani. Un ulteriore fattore di debolezza è rappresentato dal ristretto mercato ancora accessibile al regime degli ayatollah: praticamente solo la Cina. E questi problemi vengono ulteriormente amplificati da un elevatissimo livello di corruzione e di inefficienze gestionali sistemiche nel settore pubblico e nelle società energetiche statali.

Le tensioni geopolitiche hanno trasformato un vantaggio geologico in una fragilità strategica, limitando la capacità di trasformare ricchezza naturale in potere economico e politico duraturo.

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