Mercoledì scorso, Ursula von der Leyen ha illustrato con chiarezza come sarà utilizzato il prestito da 90 miliardi di euro concesso all’Ucraina per il periodo 2026-2027. Due terzi dell’importo – 60 miliardi – saranno destinati alla spesa militare. “È una somma molto elevata”, ha sottolineato la presidente della Commissione, ricordando che si tratta di un prestito finanziato da debito comune sostenuto dai contribuenti di 24 Stati membri (Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca ne sono esentate), rimborsabile solo se la Russia accetterà di pagare riparazioni.
Verrà applicata una forma di preferenza europea, simile a quella prevista dallo strumento SAFE per la difesa. “Laddove possibile, gli appalti pubblici saranno assegnati per l’acquisto di equipaggiamenti prodotti nell’Unione europea, nello Spazio economico europeo e in Ucraina”, ha precisato von der Leyen. L’obiettivo è creare posti di lavoro, stimolare ricerca e innovazione e rafforzare la base industriale della difesa europea per garantire la sicurezza del continente.
L’industria europea della difesa non è in grado di fornire i volumi di armi e munizioni necessari per consentire alle forze ucraine di tenere la linea del fronte. L’Europa non è entrata in economia di guerra. Le sue imprese della difesa continuano a ragionare in termini di concorrenza globale più che di strategia collettiva europea, dice un funzionario della Nato. Come scrive l’analista Stéphane Audran, l’Europa soffre di un problema industriale, di produzione e politico: ha delegato ad altri sia la capacità di “produrre” sia quella di “esistere”.
La disputa pubblica tra Parigi e Berlino appare quindi in gran parte sterile, soprattutto considerando che i primi esborsi del prestito europeo non avverranno prima di aprile e che la guerra è tutt’altro che finita. Donald Trump ha nuovamente cambiato posizione, accusando Zelensky di ostacolare la pace. L’Ucraina ha un bisogno urgente di munizioni, difese antiaeree, artiglieria ed equipaggiamenti. Gli Stati Uniti sono assenti, e l’Ue conta sugli altri membri della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” per anticipare i loro contributi, ha riconosciuto von der Leyen.
Resta però un disaccordo più profondo tra europei. Gli Stati Uniti hanno istituito in seno alla Nato un meccanismo chiamato PURL – una lista prioritaria dei bisogni ucraini – che consente a Washington di vendere equipaggiamenti e munizioni per 4 miliardi di dollari, finanziati dai contributi europei. Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha spinto il cinismo fino al limite, annunciando che le armi vendute tramite PURL sarebbero state fatturate a prezzi superiori a quelli di mercato. Nessun alleato europeo ha protestato.
Più l’Ucraina sarà equipaggiata con materiali americani, più dipenderà dagli Stati Uniti per munizioni e pezzi di ricambio – e maggiore sarà la leva politica di Washington, mentre le porte della Nato restano chiuse. È questo il motivo per cui la Francia insiste affinché, al momento dell’adesione all’Ue, l’esercito ucraino sia equipaggiato principalmente con sistemi europei. Questa logica sembra però sfuggire ai leader olandesi e tedeschi, i cui scontri ricorrenti con Parigi sulla difesa europea finiscono per logorare l’Unione.
Il fatto che alcuni Paesi europei sostengano oggi la necessità di continuare ad armare massicciamente l’Ucraina con armi americane vendute a un prezzo superiore a quello di mercato e pagate con fondi europei dimostra, secondo Stéphane Audran, quanto la sottomissione a Washington abbia superato i limiti della razionalità. La Francia porta comunque una parte di responsabilità dopo decenni di arroganza sulle vendite di armi e sulla diplomazia.
(Estratto dal Mattinale europeo)



