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Garante della Privacy troppo pro Meta?

Spese di rappresentanza da giustificare e la sospetta mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories sono al centro di un'inchiesta che ha portato le Fiamme gialle a perquisire la sede del Garante della Privacy. L'indagine nasce da servizi di Report relativi ad alcune procedure del collegio dell'authority ritenute opache

Guardia di Finanza per tutta la mattina negli uffici del Garante della Privacy nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma nei confronti del presidente dell’Autorità, Pasquale Stanzione, e degli altri membri del collegio – con reati ipotizzati di peculato e corruzione – alla ricerca di prove che supportino la tesi accusatoria contenuta nel fascicolo coordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco.

COME NASCE L’INCHIESTA SUL GARANTE PER LA PRIVACY

L’inchiesta, nata sull’onda di diversi servizi della trasmissione Rai “Report” viene proprio dal conduttore della trasmissione, Sigfrido Ranucci, enfatizzata via social: “Al centro delle inchieste ci sarebbero le spese di rappresentanza del Collegio, le spese per la carne comprata dal presidente Stanzione addebitate al Garante e la mancata sanzione di circa 40 milioni di euro nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg: i Ray-Ban Stories.” Ma procediamo con ordine.

garante della privacy meta

COME MAI LA GUARDIA DI FINANZA FICCANASA NELLA PRIVACY DEL GARANTE

Nelle 16 pagine del decreto di perquisizione notificato dalla Guardia di finanza di Roma ai membri dell’Autorità Garante si contestano reati in concorso e continuati fino al dicembre 2025, perché “in quanto pubblici ufficiali membri del Collegio dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali, avendo in ragione del loro ufficio denaro pubblico, se ne appropriavano, attraverso la richiesta di rimborsi per spese con finalità estranee all’esercizio di mandato, per un importo complessivo in fase di quantificazione”.

SPESE PAZZE ALL’AUTHORITY?

Secondo quanto dettagliato da Teleborsa, la magistratura intende con ogni probabilità comprendere come mai i costi di rappresentanza e gestione, a fronte di una spesa marginale nel 2021 poco superiore a 20 mila euro, avrebbero registrato un incremento significativo a partire dal 2022, raggiungendo nel 2024 circa 400mila euro annui, a seguito “dell’innalzamento del tetto di spesa autorizzato dal Collegio nel 2020 da 3.500 euro a 5mila euro”. Dall’esame ”dei bilanci consuntivi acquisiti sul sito istituzionale del Gpdp” emerge ”nel periodo 2021 – 2024, un incremento significativo delle voci riconducibili alle spese per organi e incarichi istituzionali dell’Autorità e alle spese di rappresentanza. Nello specifico, la voce relativa agli organi e incarichi istituzionali registra una crescita progressiva, che nel solo anno 2024 avrebbe raggiunto, passando da circa 851 mila euro nel 2021, l’importo complessivo di 1.247.000 euro, in larga parte riconducibile a rimborsi per viaggi, soggiorni in alberghi di categoria cinque stelle, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, fino a ricomprendere altresì fitness e cura della persona”.

Sotto la lente della Guardia di finanza anche le missioni istituzionali all’estero. Il costo ufficialmente comunicato del G7 di Tokyo (2023), –si legge nel decreto – sarebbe stato di 34mila euro, ma, secondo fonti interne e documentazione informale, avrebbe superato gli 80mila euro, di cui 40mila destinati ai soli voli. Analoga situazione si sarebbe verificata in occasione delle missioni in Georgia (Batumi) e in Canada. Ai componenti del Collegio viene contestato di aver viaggiato in business class, pur in assenza dei presupposti previsti dalla pertinente regolamentazione, riporta sempre l’agenzia di stampa.

FAVORITISMI AD AZIENDE? IL CASO META E NON SOLO

Tra le accuse contestate ai pubblici ufficiali, viene evidenziato da SkyTG24, anche presunti favoritismi alla società Ita Airways in cambio di alcune tessere “Volare Classe Executive”, del valore di 6 mila euro ciascuna. Nel capo di imputazione in cui si contesta la corruzione, si afferma che gli indagati “in concorso tra loro, quali pubblici ufficiali, omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways (nella quale – si legge – per altro il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato membro dello studio legale fondato da Guido Scorza e del quale è tutt’ora partner la moglie di questi), a fronte del riscontro di irregolarità formali e procedurali nel monitoraggio delle comunicazioni e nella tenuta della comunicazione relativa al trattamento dei dati nonché mettendo comunque a disposizione i propri poteri e la loro funzione in favore della società di volo, ricevevano come utilità tessere “Volare”. Per quanto riguarda le accuse di peculato, i magistrati di Roma contestano, inoltre, agli indagati di avere “utilizzato l’auto di servizio per finalità estranee alla funzione pubblica”.

Nel decreto di perquisizione si riporta anche la procedura sulla ”sanzione irrogata nei confronti della società Meta in relazione all’immissione in commercio dei smartglasses, dispositivi caratterizzati da evidenti criticità sotto il profilo della tutela della privacy, tanto dei detentori quanto dei terzi”. Nell’atto si ricorda che ”la sanzione, inizialmente ipotizzata in misura pari a 44 milioni di euro, sarebbe stata successivamente ridotta prima a 12,5 milioni e, infine, ad appena 1 milione di euro, e adottata con tale ritardo procedurale da renderne necessario il successivo annullamento in autotutela”. Secondo i pm ”è necessario comprendere in che termini su tale vicenda abbia avuto impatto la presunta sponsorizzazione fatta da Guido Scorza degli occhiali, dei quali” come ricorda quest’oggi Teleborsa “ha infatti parlato positivamente in un video divulgato sui social network e, altresì, se e in che modo questi, avendo ormai preso espressa posizione in ordine all’argomento, si sia effettivamente astenuto dalle adunanze riguardanti il procedimento a carico della società”.

LA REPLICA DI SCORZA

In merito a quanto scritto su quest’ultimo punto nei mesi scorsi dal Fatto Quotidiano anticipando Report si ricorda che sul proprio blog il componente aveva già respinto tutte le accuse, scrivendo in un post che risulta datato 9 novembre: “Era e per la verità resta la mia opinione. Poi che fosse o meno opportuno che io la esprimessi in quel momento, mentre i primi occhiali venivano inforcati dai consumatori italiani è qualcosa di cui si può ovviamente discutere. Io all’epoca mi sono risposto che non solo era opportuno ma necessario e ho comprato gli occhiali (ovviamente pagando il conto di tasca mia prima che qualcuno pensi male!), li ho provati e ho raccontato i rischi che vedevo e i rimedi che mi sarebbe sembrato opportuno adottare di corsa. Quando successivamente gli uffici dell’Autorità hanno deciso di aprire un’istruttoria e verificare se vi fossero illeciti privacy addebitabili al produttore degli occhiali o al fornitore dei servizi collegati, per ragioni di opportunità e non per obbligo di legge, mi sono fatto da parte e mi sono astenuto dal voto”.

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