Rischia di trasformarsi nell’ennesimo scontro tra una Big Tech estera, per la precisione americana e un legislatore del Vecchio continente (questa volta italiano) la multa da 14 milioni di euro al gigante della Silicon Valley accusato di è di aver ignorato i blocchi imposti tramite la piattaforma Piracy Shield, offrendo nei fatti un “contributo agevolatore” alla diffusione dei contenuti illegali. Necessario perciò ripercorrere la vicenda in breve per poi soffermarsi sull’inedita risposta all’Autorità (ma de facto indirizzata più al governo italiano) che pone il nostro Paese di fronte a un bivio: lasciare le norme anti pirateria così come sono rischiando le ripercussioni ventilate dagli imprenditori Usa o cambiarle per venire incontro alle lagnanze dei gestori del Web statunitensi?
IL FATTO SCATENANTE
Secondo l’Agcom, Autorità per le garanzie nelle comunicazioni cui il legislatore ha dato il compito di gestire la complessa materia del rispetto delle norme anti pirateria che vengono mediaticamente riassunte in “leggi anti pezzotto”, Cloudflare, società americana che si occupa di content delivery network, servizi di sicurezza internet e di DNS, non avrebbe dato seguito all’ordine di rendere inaccessibili una serie di contenuti segnalati dai titolari dei diritti attraverso la piattaforma “Piracy Shield” ritenuti responsabili di avere commesso abusi.
AGCOM MULTA CLOUDFLARE
L’Agcom ha così deciso di elevare a Cloudflare una sanzione di oltre 14 milioni di euro, pari all’1% del fatturato globale, notificata l’8 gennaio 2026. L’Autorità chiarisce che quello ignorato dalla Big Tech Usa non fosse un invito generico, ma un intervento concreto per impedire la fruizione: “Adottare le misure tecnologiche e organizzative necessarie per rendere non fruibili da parte degli utilizzatori finali i contenuti diffusi abusivamente”.
L’AGCOM ORA ELEVA SANZIONI MULTIMILIONARIE PER DIFENDERE IL DIRITTO D’AUTORE
Il provvedimento, ricorda l’Autorità presieduta da Giacomo Lasorella, “oltre a costituire una delle prime sanzioni pecuniarie in materia di diritto d’autore, assume particolare rilevanza alla luce del ruolo svolto da Cloudflare; infatti, una larghissima percentuale dei siti oggetto di blocco da parte dell’Autorità in applicazione del regolamento sulla tutela del diritto d’autore online utilizza i servizi offerti da questa Società per diffondere illecitamente opere tutelate”.
CHI PUO’ COLPIRE L’AGCOM IN NOME DELLA LEGGE ANTI PEZZOTTO
Con questa decisione, l’Autorità dà piena applicazione alla legge antipirateria che ha ampliato “espressamente il novero dei soggetti obbligati” includendo “tutti i fornitori di servizi della società dell’informazione”: dai servizi di Vpn ai Dns oltre ai gestori dei motori di ricerca. Tutti loro, per l’Agcom, sono perciò chiamati a fare fronte comune con lo Stato italiano nel suo sforzo di combattere chi viola il diritto d’autore. Pena multe che rischiano di infastidire non poco persino chi fattura miliardi, considerato che nella sola stagione sportiva rischiano di ripetersi a ogni match.
LA REAZIONE MINACCIOSA CHE L’AGCOM NON SI ASPETTAVA
L’Autorità è stata però presa in contropiede dalla replica furibonda dell’amministratore delegato nonché fondatore di Cloudflare, Matthew Prince (in foto), che sembra approfittare del periodo di massima tensione tra i Ceo delle Big Tech Usa e le autorità europee agevolato dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump per minacciare direttamente lo Stato italiano.
Yesterday a quasi-judicial body in Italy fined @Cloudflare $17 million for failing to go along with their scheme to censor the Internet. The scheme, which even the EU has called concerning, required us within a mere 30 minutes of notification to fully censor from the Internet any… pic.twitter.com/qZf9UKEAY5
— Matthew Prince 🌥 (@eastdakota) January 9, 2026
“Tutto ciò, ovviamente, è DISGUSTOSO e, anche prima della multa di ieri, avevamo diverse sfide legali in corso contro il sistema alla base di tutto questo. Noi, ovviamente, ora combatteremo questa multa ingiusta. Non solo perché è sbagliato per noi, ma perché è sbagliato per i valori democratici”, lo sfogo di Prince.
COME MAI CLOUDFLARE NON HA ADEMPIUTO
Il Ceo in un primo tempo elenca i motivi di principio che hanno portato Cloudflare a ignorare le istanze di Agcom: l’accusa, spiega ai propri follower, è “non aver assecondato il loro piano di censura di Internet. Il piano, che persino l’UE ha definito preoccupante, – continua il founder dell’azienda americana – ci imponeva, entro soli 30 minuti dalla notifica, di censurare completamente da Internet qualsiasi sito che un’oscura cricca di élite mediatiche europee ritenesse contrario ai propri interessi. Nessuna supervisione giudiziaria”.
“Nessun giusto processo. Nessun appello. Nessuna trasparenza – sottolinea Prince. Ci imponeva non solo di rimuovere i clienti, ma anche di censurare il nostro resolver DNS 1.1.1.1, il che significava rischiare di oscurare qualsiasi sito su Internet. E richiedeva di censurare i contenuti non solo in Italia, ma a livello globale. In altre parole, l’Italia insiste sul fatto che un’oscura cricca mediatica europea debba poter dettare cosa è e non è permesso online”.
IL RICATTO DI CLOUDFLARE AL GOVERNO ITALIANO
Poi però abbandona il diritto e aggiunge in tono di ricatto: “stiamo valutando le seguenti azioni: interrompere i servizi di sicurezza informatica pro bono da milioni di dollari che stiamo fornendo per le imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina; interrompere i servizi di sicurezza informatica gratuiti di Cloudflare per qualsiasi utente con sede in Italia; rimuovere tutti i server dalle città italiane; cancellare tutti i piani per costruire un ufficio Cloudflare in Italia o effettuare investimenti nel Paese”.
TRUMP CHIAMATO IN CAMPO
Nel suo intervento torrenziale, il numero 1 della Big Tech americana sanzionata dall’Agcom chiama in campo anche l’amministrazione Trump: “A giochi stupidi, si vincono premi stupidi. Sebbene ci siano cose che gestirei in modo diverso rispetto all’attuale amministrazione statunitense, apprezzo il ruolo di leadership di @JDVance nel riconoscere che questo tipo di regolamentazione è una questione fondamentale di commercio sleale che minaccia anche i valori democratici”.
E l’avvertimento di maggior peso: “La prossima settimana sarò a Washington per discutere di questo con i funzionari dell’amministrazione statunitense e poco dopo incontrerò il CIO a Losanna per illustrare il rischio per i Giochi Olimpici se @Cloudflare ritirasse la nostra protezione per la sicurezza informatica”.
LE POSSIBILI CONSEGUENZE
Ancora una volta, perciò, la situazione si sposta velocemente dal piano legale e delle norme giuridiche a una questione politica nella quale gli amministratori delegati di realtà al di là dell’Oceano pretendono di sfruttare il peso tecnologico delle loro aziende (e anche la loro insostituibilità) per guardare direttamente negli occhi un legislatore del Vecchio continente e spingerlo a più miti consigli, non accettandone la giurisdizione.
Le ritorsioni ventilate dal leader di Cloudflare sono così minacciose da rischiare di far scivolare il nostro Paese fuori dal Web in un periodo in cui, peraltro, ha investito circa 6 miliardi per mandare in scena le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. E la centralità di Cloudflare nel ‘www’ è stata ben resa dal suo recente down dello scorso novembre che ha procurato un blackout di buona parte di Internet.
IL DIBATTITO TRA ESPERTI ED ECONOMISTI
Tra gli esperti del settore, si segnalano le prese di posizione antitetiche di Franz Russo (che però più che prendere le parti di Agcom torna a chiedere di pensare a un concetto di sovranità tecnologica europea che ci ponga al riparo da simili ricatti) e dell’economista Michele Boldrin che retwitta un post scritto da terzi ma dal forte significato: “Il Piracy Shield è una normativa scritta da analfabeti digitali che per proteggere il calcio, un settore economicamente marginale mette a rischio tutta l’infrastruttura digitale con impatti negativi potenzialmente miliardari. La sanzione a Cloudflare è solo l’ultimo esempio”.
Matteo Flora invece ritiene che, al netto che la normativa italiana sia giusta o sbagliata, la multa da 14 milioni a Cloudflare non sia un attacco alla libertà di Internet bensì “il prevedibile epilogo dello scontro tra la cultura della Silicon Valley e lo Stato di Diritto europeo. Questa vicenda – scrive – segna la fine dell’alibi della neutralità tecnica per i giganti dell’infrastruttura” e sarebbe “la dimostrazione che operare in Europa significa rispettarne le leggi, non solo i profitti, sancendo la fine dell’eccezionalismo infrastrutturale”.
Flora poi si sofferma su quello che ritiene essere il bluff di Prince: “Se Cloudflare ritirasse i suoi server dall’Italia, non starebbe ‘punendo l’Italia’: starebbe degradando il servizio che ha venduto a Netflix & Co. Se i film di Netflix (o chiunque altro) iniziassero a caricare lentamente in Italia perché Cloudflare ha spostato i suoi server per un capriccio normativo, Cloudflare si troverebbe in violazione dei suoi contratti (SLA, Service Level Agreements) con i suoi clienti più importanti. Un incubo legale e commerciale”.






