Caro direttore,
mi sembra di notare qualche segno di affaticamento nell’impresa di demolire quotidianamente, più volte al giorno, l’immagine dell’inquilino della Casa Bianca, che impegna da più di un anno il sistema dei media mainstream (come se Donald Trump non facesse già di suo il possibile e l’impossibile per provocare l’altrui oltraggio, anch’egli più volte al giorno e con lo sleale vantaggio, in questa competizione con i suoi amati detrattori, di disporre di una piattaforma social tutta sua).
Prima di motivare con un paio di esempi questa sensazione devo aggiungere – mi scuserai l’ovvietà ma con gli anni si diventa pignoli – che l’irriducibile russofobia già coltivata nei migliori ambienti ma fiorita rigogliosamente dal febbraio 2022 non è che l’altra faccia di una moneta che come vedrai si può ribattezzare nostalgia.
Non ti sarà sfuggito un caffè del Corriere della Sera di pochi giorni fa, dove per celebrare il sequestro di Nicolàs Maduro ad opera del Delta Force e ricollegarlo al catastrofico incendio a Crans-Montana nel segno dell’avidità si è operata una sorta di crasi tra Simon Bolivar e Donald Trump: “Trumpòn Bolivar”. Diciamo la verità, solo un momentaneo logoramento da rubrica quotidiana può spiegare il ricorso a un espediente da prima elementare da parte di un intellettuale dello spessore di Gramellini.
Sull’altra faccia della moneta ti segnalo questo breve brano della prosa di Pina Picierno, in “risposta” alla ultima provocazione dell’inimitabile Goffredo Bettini: “Il caso vuole che io sia in Lituania per una serie di incontri di lavoro e che proprio oggi abbia visitato a Vilnius il museo dell’occupazione sovietica e del Kgb. Ho pianto di fronte a prove di una atrocità che faccio fatica a raccontare e che è durata praticamente fino a ieri qui, fino al 1991”. Resisto alla tentazione di commentare la scelta della fonte, il “museo dell’occupazione sovietica e del Kgb” per ispirarsi in materia di relazioni politiche dell’Ue con la Federazione Russa. Mi limito a rilevare che 35 anni anni fa, per l’autorevole esponente del Pd è “ieri”.
Non c’è dubbio che questo modo di esprimersi denota una sofferenza, la sofferenza di una perdita: ancora più acuta perché all’epoca, nel magico triennio 1989-1991 che ha decretato, almeno per qualche anno, la fine della storia (cioè di quella sporca cosa che è la politica, ma questo ce lo diciamo solo tra di noi, direttore), la signorina Picierno era troppo giovane per goderne appieno, donde una forma atipica di nostalgia.
Scusami la quasi involontaria deriva psicologica, direttore, torno coi piedi per terra. Quel triennio che ha inebriato anche un sociologo assolutamente razionale come Ralf Dahrendorf, ha inaugurato due decenni di pacifica e gentile egemonia americana che non aveva neppure bisogno di dichiararsi tale perché il potenziale avversario, ciò che restava dell’Urss, era un cumulo di macerie mentre la Cina era ancora nel Terzo Mondo. Sì, c’è stata la violentissima (ma breve) crisi dei subprime, il cui conto finale è stato pagato dalle banche europee, cioè dai risparmiatori, c’è stata l’invasione dell’Irak del 2003 con contorno anche allora di volonterosi (ma Starmer e Macron non potevano inventarsi un nome meno scemo, se non altro per scaramanzia?). É nata l’Unione europea sulle ceneri della brutta, prolissa e in ogni caso naufragata costituzione. Gerhard Schröder ha raddrizzato l’economia tedesca mentre Helmuth Kohl “riunificava” la Germania in vista dell’Euro. Incidentalmente, direttore, hai notizia di qualcuno che abbia studiato le conseguenze della cancellazione tra la mattina e la sera di un intero stato sulla popolazione che in quello stato aveva vissuto per quarant’anni?
In ogni caso per parecchio tempo, fino alla cesura del Covid, gli europei, soprattutto i tedeschi, hanno campato di esportazioni e di delocalizzazioni in Paesi a basso costo del lavoro. Chi è cresciuto in quegli anni è irremovibilmente convinto che quella fosse la normalità e oggi non sente ragione: qualcuno ci liberi di quei due bastardi di Putin e Trump e ci restituisca gli anni della nostra felice adolescenza! Intendo dire, direttore, che il consenso obiettivamente stupido sulla tesi che il nostro problema di europei è che Usa e Russia sono rispettivamente governate da Trump e da Putin, cioè da due autocrati che hanno distrutto un mitico “ordine internazionale” che regnava nei due decenni felici e in tutti i precedenti, non si può spiegare solo con il – pur pesante, costante e saldamente orientato – condizionamento dei finanziamenti a fondo perduto della Ue alla ricerca universitaria, ai media e a una miriade di organizzazioni che possono definirsi non governative solo perché la Commissione europea non è un governo. Spiegarsi, in parole povere, con la manipolazione.
Ciò non toglie che sia un consenso stupido e gravemente pregiudizievole per il futuro dell’Europa che ha condannato una o due generazioni all’analfabetismo politico, analfabetismo che ha permesso all’oligarchia burocratica di Bruxelless di rimanere in sella (anche se Bettini dice che von der Leyen è a fine corsa, saprà lui perché). É del tutto evidente, infatti – qualunque cosa si pensi di Trump, di Putin, dell’autocrazia in astratto e delle nostre democrazie ex parlamentari in concreto – il cosiddetto ordine internazionale, cioè l’egemonia apparentemente gentile esercitata dagli Usa, è stato reso possibile proprio dalla sostanziale onnipotenza di cui hanno goduto gli Usa negli anni del declino dell’Ussr, della caduta del muro di Berlino e della caduta degli ex paesi satelliti – via Ue – nella rete della Germania di Bonn allora fedele a Washington perinde ac cadaver, pronta però a diventare Germania di Berlino. Oggi quell’ordine non esiste più. L’idea che una lega internazionale dei benintenzionati (magari anche volenterosi…) possa farlo ritornare non è nemmeno propaganda, è delirio, anche se magari tra le nevi di Davos sono in tanti a pensarlo (e questo è in realtà ulteriore motivo di preoccupazione).
Adesso però arriva una consolazione da oltreoceano. Dopo una serie di appunti che ricalcano tutto quanto si dice e scrive nei media che contano sulle malefatte di Trump (un peccato, per un grandissimo economista adorato da generazioni di studenti) Joseph Stiglitz scrive: A hegemon that abuses its power and bullies others must be left in its own corner. Resisting this new imperialism is essential for everyone else’s peace and prosperity. While the rest of the world should hope for the best, it must plan for the worst; and in planning for the worst, there may be no alternative to economic and social ostracism – no recourse but a policy of containment. Come puoi vedere, un’esortazione alle “intelligenze con lo straniero” del nostro codice penale. Anche Stiglitz analfabeta politico? Non mi permetto nemmeno di chiedermelo, ma mi chiedo dove si trova la fonte della fiducia inesausta nei destini immarcescibili dell’Occidente cui si abbevera il mondo dei media che contano.



