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Vi spiego cosa sta succedendo in Iran. Parla Nicola Pedde (Igs)

La matrice delle proteste in Iran nell'analisi di Nicola Pedde, direttore dell'Institute for Global Studies.

Le proteste in Iran, scoppiate a fine dicembre 2025, nascono dal carovita insostenibile ma sono diventate una sfida diretta al regime, come spiega Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, in questa conversazione con Start Magazine. Partite dai commercianti del bazar – storicamente fedeli o neutrali – per il crollo del rial e l’inflazione galoppante, si sono allargate ai giovani radicali che chiedono la caduta della Repubblica Islamica. La novità chiave segnalata da Pedde è la saldatura tra classi sociali e componenti etniche diverse. Non è ancora una rivoluzione, ma il rischio c’è.

Siamo di fronte a protesta per il carovita o a vere e proprie rivolte contro il regime?

Siamo di fronte a proteste che sono tanto per il carovita quanto per una richiesta di caduta delle autorità del regime della Repubblica Islamica. Il primo nucleo di queste manifestazioni è stato quello dei piccoli commercianti del bazar, dei piccoli imprenditori, di tutto quel tessuto economico e imprenditoriale che risente fortemente della crisi economica e che ha voluto mandare un chiaro segnale al governo attraverso queste proteste alla fine di dicembre, soprattutto quando si è raggiunto questo storico limite nel rapporto di cambio non ufficiale tra il rial e il dollaro.

Quindi i fattori economici sono stati il motivo scatenante.

Direi di sì. Il contesto economico ha voluto mandare un messaggio molto chiaro alle autorità di regime attraverso una protesta in un certo qual modo senza precedenti, perché questo contesto, quello del commercio, del bazar è un contesto che non ha avuto particolari motivi per protestare contro le autorità della Repubblica Islamica in passato e in un certo qual modo addirittura ha sostenuto le autorità della Repubblica Islamica. Le motivazioni dunque sono essenzialmente economiche, sono legate alla crisi, al malgoverno, all’incapacità di definire progetti di riforma importanti e soprattutto c’è stato un forte accenno alla corruzione dilagante nel Paese che accentua questo problema della crisi economica.

Quali sono le altre componenti di questa protesta?

Parallelamente si sono unite a queste componenti della protesta altre due componenti importanti: una è quella giovanile che è quella della terza generazione iraniana che è quella che storicamente esprime le posizioni più radicali ed ostili contro la Repubblica Islamica, quella che vuole la caduta del regime, che vuole una trasformazione democratica del Paese e quindi una transizione istituzionale importante che spazi via tutto ciò che è rappresentato dall’establishment clericale o comunque rivoluzionario del regime iraniano. Il terzo elemento è quello di una matrice etnica, soprattutto in ambito regionale a maggioranza kurda o nelle regioni con una prevalenza di popolazione di matrice araba, dove abbiamo visto emergere gruppi più o meno organizzati che hanno partecipato a queste proteste e che hanno catalizzato in una chiave etnica il meccanismo di rivolta e quindi hanno localizzato in alcune specifiche aree a nord est e sud ovest del Paese una ulteriore ondata di manifestazioni che ha allargato enormemente la portata geografica di queste proteste che hanno ormai interessato quasi tutte le province dell’Iran.

Siamo di fronte all’embrione di una rivoluzione?

Difficile dire se in questa fase la protesta sia ancora relegata nell’ambito di una sua concezione puramente tradizionale, quindi una fase di protesta che è sicuramente poi evoluta in dimensione di vere e proprie rivolte in alcune località o se dall’altra parte siamo di fronte a un meccanismo prerivoluzionario, perché questo costituirebbe l’ulteriore grande differenza rispetto al passato.

Quali sono gli elementi di continuità e quelli di discontinuità rispetto a precedenti ondate di protesta?

Ci sono alcuni elementi di continuità rispetto a quelle che sono state le precedenti fasi della protesta in Iran e alcuni elementi di novità. L’elemento di novità è sicuramente quello di una saldatura di più contesti sul versante sociale ed economico all’interno di questa matrice di insubordinazione verso le autorità della Repubblica Islamica che in passato sono mancati. Solitamente in passato il regime ha dovuto gestire soprattutto proteste giovanili e quindi un po’ attraverso la repressione, un po’ attraverso la capacità di anemizzarne la capacità di attrazione su altre componenti della società è sempre riuscito nel corso degli ultimi anni a reprimerle e a farle poi pian piano sfumare, facendone scemare gli effetti sul piano di quello che avrebbe potuto invece essere determinato in termini di mutamento istituzionale. In questa circostanza ci sono sicuramente elementi di novità che rendono molto più pericoloso per il regime il fenomeno in atto.

Esiste una regia?

È ancora oggi difficile poter individuare in questa nuova fase delle proteste tanto una leadership e quindi una cabina di regia che sappia catalizzare e unificare le matrici della protesta in un unico solco narrativo, il tema della protesta e dall’altra una progettualità, ovverossia una qualche forma di organizzazione e proposta politica che possa costituire una sorta di manifesto capace di trasformare poi in vero e proprio un movimento e quindi in forza rivoluzionaria queste forze: questo sembra ancora oggi mancare.

Anche in questo però ci sono alcuni elementi di novità. Per la prima volta c’è una forte narrativa che richiama la figura del figlio dell’ultimo Shah, e in particolare il figlio Reza Pahlavi che in passato era stato presente in modo più sporadico. In questa occasione c’è un forte richiamo alla figura dello Shah e all’istituto della monarchia come elemento catalizzante di una parte della protesta. Difficile dire in questo momento quanto le figure dell’erede al trono e della monarchia siano effettivamente dei collanti ideologici per l’intera matrice della protesta; buona parte della componente giovanile chiede una trasformazione democratica e quindi non è in alcun modo interessata ad una forma di governo monarchico.

Come si sta muovendo il figlio dello Shah?

Il figlio dello Shah tenta di proporsi come elemento di coesione per la gestione di una fase di transizione che potrebbe portare anche alla scelta tra un regime parlamentare democratico e uno monarchico di stampo costituzionale, quindi all’inglese, ma è molto presto per poter definire quali siano effettivamente gli obiettivi ideologici e politici di questa fase della protesta. Sicuramente però c’è questo elemento nuovo, difficile però anche qui stabilire se effettivamente la figura dell’erede al trono che ha vissuto in esilio dal 1979 possa effettivamente essere quel coagulante delle istanze di cambiamento degli iraniani che in questo momento sono per le strade delle città iraniane.

Quali sono le condizioni dell’economia iraniana?

L’economia iraniana è sicuramente entrata in una fase di profonda crisi, questo non da dicembre, ma da diversi anni, in conseguenza soprattutto delle sanzioni e dell’isolamento internazionale dell’Iran, ma anche per elementi strutturali del sistema economico iraniano che non hanno mai saputo trovare una soluzione attraverso processi di riforma, di ottimizzazione delle capacità soprattutto in termini di diversificazione industriale rispetto alla produzione del petrolio e del gas naturale. Non trascurerei la diffusa corruzione che è peraltro uno degli elementi dal quale è scaturita la protesta soprattutto del settore del commercio.

Come ha reagito il regime di fronte a chi ha protestato per il carovita?

In questo possiamo vedere un aspetto della strategia del regime per contenere questa protesta che è quello di intervenire attraverso alcuni meccanismi urgenti di risposta sull’economia che hanno una chiara finalità sul piano politico, cioè quella di spaccare il fronte della protesta e quindi di identificare la protesta del settore economico come sostanzialmente legittima alla quale le istituzioni del regime vogliono offrire una risposta concreta, e una protesta invece illegittima, rivoltosa, criminale che è quella giovanile e dei gruppi etnici alla quale invece il regime intende rispondere attraverso l’uso della forza e l’applicazione del rigore.

Sul piano della risposta economica il governo iraniano si è mosso soprattutto attraverso l’iniziativa del Presidente Pezeshkian che ha detto di riconoscere le legittime posizioni della protesta e quindi di volerle assecondare, soprattutto ha indicato chiaramente quali sono le responsabilità di questa crisi da addebitarsi alle autorità di governo. Quindi, per gestire questa parte della risposta e spaccare il fronte della protesta, è intervenuto sulla legge di bilancio 2026-27 attraverso dei correttivi urgenti che hanno portato da una parte alla promessa di incrementare l’aumento dei salari tra il 20 e il 40%, quindi per contenere gli effetti dell’inflazione, mantenere l’IVA al 10% e soprattutto stanziare un fondo emergenziale di 9 miliardi di dollari per incrementare le politiche di sussidio del governo, soprattutto sugli aiuti per i generi di largo consumo, in modo particolare il settore alimentare, quindi ripristinare tutta una serie di sussidi che erano stati revocati per aiutare la capacità di spesa degli iraniani.

Intanto, però, il regime preme l’acceleratore sulla repressione.

Per quanto riguarda la protesta giovanile, la protesta di quelle componenti che chiedono apertamente la caduta del regime, la risposta delle autorità è stata chiaramente espressa in termini repressivi. Lo aveva detto prima il Ministro della Giustizia, lo ha ribadito la Guida Suprema: non tollereranno quelle che considerano delle attività criminali e quindi è stata adottata a partire dalle successive 48 ore una strategia molto rigida di gestione che è passata attraverso la chiusura completa della connessione Internet e telefonica del Paese. Siamo di fronte al principio di una fase di repressione che sta interessando in questo momento l’impiego anche di forze militari della IRGC, quindi dei Pasdaran e che verosimilmente potrebbe provocare un elevato numero di vittime.

Intanto, la comunità internazionale guarda.

E infatti, la repressione costituisce un grave elemento di pericolo per le autorità della Repubblica Islamica perché un’altra differenza di questa protesta rispetto a quelle del passato è determinata dal forte peso che la politica internazionale, le dinamiche globali e regionali hanno in questo momento sull’Iran. C’è stato un conflitto di 12 giorni con Israele, in parte con gli Stati Uniti, ci sono le minacce che Trump ha mosso al Paese dicendo se ci sarà la repressione noi interverremo a favore dei manifestanti e quindi c’è l’esigenza da parte del regime di attuare una repressione che non generi un numero crescente di vittime perché questo potrebbe innescare quel meccanismo di percezione della crisi che giustificherebbe poi la capacità di intervento da parte di attori esterni e quindi un fattore di novità che rappresenterebbe un ulteriore problema per le autorità della Repubblica Islamica.

Quali scenari intravede nel prossimo futuro?

Secondo me ci sono quattro possibili scenari. Uno scenario nell’ambito del quale questa protesta viene da una parte repressa, dall’altra spaccata al suo interno facendo diminuire la portata della protesta del comparto economico e quindi pian piano anemizzare le capacità dei manifestanti e far cessare queste attività come è stato fino ad oggi l’iter di quasi tutte queste proteste.  Un secondo scenario invece è quello nel quale le proteste riescono a trovare una leadership, riescono a definire un proprio programma politico e quindi si trasformano in vero e proprio movimento così da trasformare la protesta sostanzialmente in una fase prerivoluzionaria o rivoluzionaria che riesce ad innescare quel meccanismo tecnicamente capace poi di crescere nelle dimensioni e diventare una vera e propria forza di cambiamento che fa cadere il regime.

Il terzo scenario è quello forse più preoccupante, che è quello di una protesta nell’ambito della quale si inseriscono fattori esterni come potrebbero essere un intervento israeliano, americano. Questo esacerberebbe il piano della violenza interna, a questo punto la minaccia sarebbe percepita come esistenziale da parte delle autorità della Repubblica Islamica e probabilmente sfocerebbe in una fase di diffusa violenza in tutto il Paese con la possibilità proprio di un collasso della capacità di mantenere l’ordine e la sicurezza e quindi una fase di crisi che potrebbe interessare tutto il paese, portando sostanzialmente a una forte e diffusa conflittualità civile.

Il quarto scenario è quello invece di una trasformazione interna generata proprio all’interno delle forze stesse del regime, una sorta di golpe bianco chiamiamolo, dove una componente del regime, quelle di seconda generazione, quelle più vicine all’IRGC, ai Pasdaran, alla componente militare, prende il potere attraverso la forza e quindi sostanzialmente rimuove quelli che sono gli elementi caratterizzanti di questo regime sotto il profilo clericale e rivoluzionario e adotta invece una politica di gestione molto rigida e militare del potere, schiacciando da una parte la protesta di piazza, ma dall’altra eliminando anche il sistema della teocrazia e quindi sostanzialmente trasformando il Paese in una nuova istituzione governata da una aristocrazia militare, una soluzione un po’ all’egiziana o alla pakistana e questo potrebbe essere attuato anche attraverso un processo di gestione delle relazioni soprattutto con gli Stati Uniti in modo pragmatico.

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