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Cosa c’è e cosa non c’è in Groenlandia

La Groenlandia è un moltiplicatore geopolitico, dove convergono risorse critiche, commercio globale, cambiamento climatico e sicurezza nazionale. L'analisi di Luca Longo.

L’interesse statunitense verso la Groenlandia – culminato nelle recenti dichiarazioni di Trump sulla necessità strategica di “possedere” l’isola – nasconde molto di più di semplici esigenze di sicurezza e altre retoriche nazionaliste. Questa terra rappresenta un crocevia di geoeconomia, geopolitica e transizione energetica globale, dove la competizione per risorse naturali essenziali si intreccia con i rapporti di forza tra Stati Uniti, Cina, Russia… ed Europa.

Il profilo geologico della “Terra verde”

A volte la toponomastica può dare indizi illuminanti: l’isola di cui parliamo deriva il suo nome dal norreno Grønland, che significa “Terra Verde”. Fu scelto dal vichingo Erik il Rosso nel X secolo per attirare coloni dall’Islanda, descrivendo le rigogliose aree verdi dei fiordi meridionali come se fossero l’intera isola in una delle prime strategie di “marketing territoriale” della storia. In realtà, questa provincia danese, grande sette volte l’Italia, è coperta di ghiaccio per il 90%.

Geologicamente, la Groenlandia non è un “nuovo Eldorado” di risorse miracolose, ma è comunque significativa: anche se gran parte dell’isola è sotto il ghiaccio, lungo il perimetro costiero sono stati identificati depositi di numerosi minerali critici. Secondo indagini geologiche, la Groenlandia ospita 25 dei 34 minerali considerati “materie prime critiche” dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti.

Fra questi spiccano grafite e litio, fondamentali per le batterie di veicoli elettrici e sistemi di stoccaggio energetico, ma anche terre rare, indispensabili per magneti permanenti in turbine eoliche, veicoli elettrici e applicazioni militari avanzate.

Vi si trovano anche risorse minerali meno “critiche” ma abbondantemente utilizzate dall’industria, come rame, nickel e altri metalli base, mentre sono presenti giacimenti di uranio che fino ad ora il governo danese ha sottoposto al divieto di sfruttamento.

La cartina geologica del territorio mostra che queste risorse sono generalmente localizzate in formazioni ipogee complesse; e questo rende l’estrazione e la lavorazione difficili, costose e tecnologicamente impegnative – un fattore che, finora, ha frenato lo sviluppo su larga scala di progetti minerari.

Petrolio e gas nell’Artico orientale

Se gli studi quantitativi sui minerali critici sono relativamente recenti e tutt’ora in corso, per quanto riguarda gli idrocarburi troviamo una base scientifica più consolidata nel report Professional Paper 1824-K del U.S. Geological Survey. Questa valutazione geologica del East Greenland Rift Basins – parte della più ampia analisi Circum-Arctic Resource Appraisal – stima che questa provincia artica contenga circa 31,4 miliardi di barili equivalenti di petrolio e gas naturale non scoperti, con la maggior parte situata in aree offshore profonde e difficilmente accessibili.

La metodologia USGS si basa su modelli geologici relativi a sistemi petroliferi giurassici marini e su analogie con altre analoghe province artiche; tuttavia, nessun giacimento è stato ancora perforato o confermato in termini commerciali. Il potenziale teorico è dunque notevole, ma l’effettiva fattibilità tecnica ed economica rimane incerta, come sottolinea il Greenland Resource Assessment project completato dagli esperti di NUNAOIL e GEUS.

Una risorsa strategica… con limitazioni reali

L’accelerazione dell’interesse verso la Groenlandia è stata in parte dettata dai cambiamenti climatici: il riscaldamento artico sta alleggerendo la copertura glaciale, facilitando l’accesso a rocce e sedimenti un tempo irraggiungibili. Questo fenomeno ha alimentato la percezione di un “tesoro nascosto” sotto la calotta, attirando investitori, governi e speculatori.

Tuttavia, persistono ostacoli geologici, ambientali e infrastrutturali. Questa terra, quasi interamente a nord del Circolo polare artico, presenta una complessa orografia, costituita da catene montuose, che arrivano ai 3.700 m del Gunnbjørn Fjeld, circondate da un intrico di fiordi e isolotti creati dall’erosione dei ghiacci. Fatti salvi 150 km di strade, vi è una totale assenza di infrastrutture di trasporto.

A questi ostacoli – che moltiplicano i possibili costi operativi e limitano la competitività rispetto ad altri paesi minerari – si aggiungono quelli promossi da comunità indigene e partiti politici locali, preoccupati per l’ambiente e per la loro identità culturale. La loro ferma opposizione ha già efficacemente bloccato progetti come quello di Kvanefjeld – per l’esplorazione e lo sfruttamento di terre rare – e introdotto normative che vietano l’estrazione di uranio e limitano fortemente gli altri sfruttamenti minerari. Gli ultimi ancora attivi scadono fra il 2026 e il 2027.

Geopolitica delle materie prime

L’interesse di Trump non è semplicemente dettato dalla ricerca di risorse in senso tradizionale, ma dalla competizione con la Cina per la supremazia nelle catene di approvvigionamento di metalli critici.

Per Washington, garantire fonti alternative di questi materiali significa ridurre la dipendenza strategica da un rivale geopolitico e rafforzare la sicurezza nazionale nelle tecnologie del futuro: dalla difesa alla mobilità elettrica, dall’energia rinnovabile all’elettronica.

Le rotte artiche: logistica globale e sicurezza strategica

Accanto alle risorse del sottosuolo, la Groenlandia riveste un’importanza crescente per un altro fattore decisivo: il controllo delle rotte artiche. Il progressivo arretramento dei ghiacci, direttamente collegato all’aumento delle temperature globali, sta rendendo sempre più percorribili per periodi prolungati le rotte marittime del Grande Nord, in particolare la Northern Sea Route lungo la costa russa e, in prospettiva, il Trans-Polar Route che attraversa il bacino artico centrale.

In questo scenario, la Groenlandia si colloca in una posizione chiave tra Nord America ed Europa, fungendo da snodo geografico naturale per il traffico marittimo, le comunicazioni e la proiezione militare. Queste rotte consentono di ridurre drasticamente tempi e costi di trasporto rispetto ai corridoi tradizionali (Suez e Panama), con implicazioni dirette per le catene di approvvigionamento globali, in particolare per materie prime, energia e componenti industriali critici.

Non meno rilevante è la dimensione della sicurezza: il controllo degli accessi all’Artico, delle infrastrutture portuali, dei cavi sottomarini e delle basi di sorveglianza assume un valore strategico crescente in un contesto di competizione tra grandi potenze. La Groenlandia, già oggi sede di installazioni militari e radar statunitensi fondamentali per l’allerta precoce e il controllo dello spazio aereo nord-atlantico, diventa così un moltiplicatore geopolitico, dove cambiamento climatico, commercio globale e sicurezza nazionale convergono in modo sempre più evidente.

Promesse e realtà

La Groenlandia rappresenta oggi più un simbolo geopolitico di una nuova corsa alle risorse critiche che una soluzione immediata alle carenze globali di materie prime. I dati geologici confermano l’esistenza di un potenziale sostanziale sia per gli idrocarburi sia per i minerali strategici, ma le barriere tecniche, ambientali e sociali ne limitano l’immediata estrazione commerciale su larga scala.

In questo contesto, l’ossessione per l’acquisizione territoriale – come quella evocata da Trump – riflette più una tensione strutturale nella geoeconomia globale che una reale strategia di sviluppo sostenibile delle risorse: un intreccio di sicurezza nazionale, competizione tecnologica e pressioni climatiche che ridefinisce il valore delle materie prime nell’era post-fossile.

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