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La bolla dell’intelligenza artificiale esploderà nel 2026?

Piuttosto che chiedersi cosa l’intelligenza artificiale potrà offrire di straordinario nel futuro, il mercato si sta avviando con passo sempre più deciso a chiedersi quanto e come saprà rendere indietro gli enormi investimenti in proporzione. L'approfondimento di Claudia Giulia Ferrauto, autrice della newsletter Tech & Privacy

E’ da mesi ormai che la voce di una bolla AI corre sospesa nei passaparola che contano. Si tratta di una lettura controversa, ma che riflette un sentimento crescente: la concorrenza si intensifica, l’offerta aumenta e non tutte le aziende riusciranno a sopravvivere in un mercato più affollato e selettivo. Ma non c’è solo questo a freddare gli animi. L’approfondimento di Claudia Giulia Ferrauto, autrice della newsletter Tech & Privacy

 

A poco più di tre anni dal lancio di ChatGPT, l’entusiasmo che ha accompagnato l’ascesa dell’intelligenza artificiale mostra i primi segni di raffreddamento. Gli investitori iniziano a porre domande più stringenti ai grandi gruppi tecnologici, mentre il settore affronta una fase di maggiore scrutinio. La crescente competizione tra i colossi, la volatilità di alcune valutazioni e il rallentamento di aspettative che si sono rilevate come troppo ottimistiche, alimentano un interrogativo sempre più centrale: l’IA è una rivoluzione produttiva destinata a consolidarsi in modo esponenziale o si tratta di una bolla speculativa prossima allo scoppio?

Negli ultimi anni, il mercato ha assistito a un forte aumento delle valutazioni delle aziende legate all’intelligenza artificiale, spinto dall’aspettativa di benefici futuri e da ingenti flussi di capitale.

È in questo contesto che  si parla di “bolla dell’AI” per descrivere una dinamica in cui i prezzi degli asset superano i fondamentali economici, sostenuti più dall’euforia (dopata da particolari commistioni geopolitiche) che da risultati concreti. Ma se le aspettative non vengono confermate, il rischio è che si arrivi a una brusca correzione, o peggio.

Gli analisti restano divisi. Alcuni vedono parallelismi con la bolla delle dot-com di fine anni Novanta, citando valutazioni elevate per startup ancora prive di modelli di business sostenibili e investimenti massicci in infrastrutture come data center e chip avanzati. Altri sottolineano invece come l’attuale crescita sia supportata da progressi tecnologici reali e da primi guadagni di produttività, elementi che distinguerebbero l’AI dalle precedenti ondate speculative.

Un punto di fragilità emerge tuttavia nella struttura economica del settore.

Da un lato, i produttori di hardware, in particolare nel campo dei semiconduttori, registrano profitti record.

Dall’altro, molte aziende impegnate nello sviluppo di modelli di intelligenza artificiale continuano a operare in perdita, con flussi di cassa negativi attesi ancora per diversi anni (qualcuno ipotizza oltre i dieci).

Questo squilibrio è un trend sotto gli occhi di tutti che solleva ormai interrogativi sulla sostenibilità complessiva dell’ecosistema, soprattutto in uno scenario di rallentamento degli investimenti.

A rafforzare queste preoccupazioni ha contribuito tra l’altro l’arrivo di modelli open-source sempre più competitivi, come il cinese DeepSeek.

Qui il primo passo verso un cambiamento in cui i costi di sviluppo sono così inferiori rispetto alle alternative proprietarie, a fronte di prestazioni comparabili, che hanno alimentato il timore che i modelli di AI stiano rapidamente diventando una commodity. Qualcuno giustamente obietterà che andrebbe indagata la natura stessa di questa startup, nel suo sviluppo tecnologico che ha aperto molte polemiche, ma questo punto – anche fosse – non cambia gli esiti.

Se l’offerta di soluzioni “buone ed economiche” dovesse moltiplicarsi – cosa che non solo non è da escludere, ma che potrebbe essere la più probabile – i margini (ad oggi più esigui di quanto non si creda) delle aziende leader potrebbero ridursi in modo significativo, mettendo sotto pressione le valutazioni attuali.

Secondo alcuni osservatori, tra cui l’analista britannico Julien Garran, il settore si troverebbe di fronte a una delle più grandi bolle speculative degli ultimi decenni.

Non a caso il timore sta facendo riaffiorare tra i più irrequieti, l’ombra effervescente della Tulipomania.

Tutto ebbe inizio nell’Olanda del seicento, un’epoca di ricchezza senza precedenti.

La scintilla della bolla scoccò quando alcune varietà rare iniziarono a mostrare petali striati di colori spettacolari, un effetto dovuto, ironia della sorte, a un virus del bulbo. La rarità scatenò il desiderio: possedere un tulipano “Semper Augustus” divenne il segno distintivo della nobiltà.

Presto, però, il meccanismo del desiderio si trasformò in bene da ostentare, quindi divenne un asset d’investimento e sfociò nell’avidità. La gente smise di comprare i bulbi per la loro fioritura e iniziò ad acquistarli solo per l’aspettativa di rivenderli a un prezzo più alto. È qui che nacque la bolla: qurl bene si era scollegato dalla sua realtà. In breve tempo, i prezzi raggiunsero vette surreali: un singolo bulbo poteva costare quanto una casa di lusso o quanto lo stipendio di quindici anni di un operaio.

Il mercato divenne così frenetico che non si aspettava nemmeno più la fioritura. Si inventò il “commercio del vento”, ovvero i mercanti si scambiavano pezzi di carta che promettevano la consegna di bulbi ancora interrati. Intere famiglie impegnarono risparmi, terreni e bestiame pur di partecipare a quello che sembrava un guadagno certo, rapido e facile.

Nel febbraio del 1637, ad Haarlem, un’asta andò deserta. Per la prima volta, non ci fu nessuno disposto a rilanciare. In un istante, il velo di Maya si squarciò e la percezione di valore evaporò perché il panico prese il posto dell’euforia. In pochi giorni, quelli che erano considerati tesori inestimabili tornarono a essere ciò che erano sempre stati, semplici cipolle di fiori. La Tulipomania finì – lasciando conseguenze rilevanti- restando per sempre il primo, grande monito su quanto possa essere distruttiva l’irrazionalità dei mercati.

Tornando a noi, è da mesi ormai che la voce di una bolla AI corre sospesa nei passaparola che contano. Si tratta di una lettura controversa, ma che riflette un sentimento crescente: la concorrenza si intensifica, l’offerta aumenta e non tutte le aziende riusciranno a sopravvivere in un mercato più affollato e selettivo. Ma non c’è solo questo a freddare gli animi.

Una delle spinte che ha facilitato gli entusiasmi galoppanti più che di natura tecnica è di natura politica. Negli Stati Uniti, l’intelligenza artificiale è considerata un asset strategico nella competizione geopolitica internazionale, in particolare verso la Cina.

Le politiche di deregolamentazione e i programmi di sostegno al settore mirano a preservare la leadership tecnologica americana – che ricorderete tutti, presente vestita a festa seduta nei palchi che contano il giorno “dell’incoronazione” di Trump –  a mantenere alta la fiducia degli investitori. Investitori che spesso hanno legami all’interno della stessa struttura o strategia politica dell’amministrazione Trump.

Un intreccio di interessi e iniziative che da solo è un rompicapo, tenuto su con i denti tech.

Tuttavia ormai gli interessi economici sono diventati enormi e gli investitori iniziano a voler toccare terra nel loro tornaconto, per questo il 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta.

Diversi fattori potrebbero innescare una correzione significativa.

Il primo è la progressiva mercificazione dei modelli di intelligenza artificiale, con una pressione al ribasso sui prezzi che renderebbe difficile sostenere modelli di business basati su abbonamenti elevati. Il secondo è un possibile shock finanziario che riduca la disponibilità di capitale, se i ricavi non cresceranno in linea con le spese, le aziende potrebbero essere costrette a ridimensionare ambizioni e investimenti. Il terzo – molto importante a parte di chi scrive – riguarda i vincoli energetici, sempre più rilevanti. La  crescente domanda di elettricità e di data center rischia di scontrarsi con limiti infrastrutturali e costi in aumento, nonché questioni logistico-economiche proibitive.

In questo scenario, l’anno che si è aperto potrebbe segnare la fine della fase più euforica dell’intelligenza artificiale.

L’attenzione si potrebbe orientarsi dalle promesse alle metriche concrete: costi, ritorni sull’investimento, sostenibilità economica. Ne emergerebbe un mercato più selettivo e forse più sano, ma non privo di rischi per investitori e aziende meno solide.

Nel frattempo, da ora in avanti, piuttosto che chiedersi cosa l’intelligenza artificiale potrà offrire di straordinario nel futuro, il mercato si sta avviando con passo sempre più deciso a chiedersi quanto e come saprà rendere indietro gli enormi investimenti in proporzione. In una domanda gli investitori si chiedono; abbiamo in mano dei bulbi di tulipani?

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