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Aridatece il proporzionale?

Il frutto tossico dell’albero elettorale di Mario Segni. Il corsivo di Damato pubblicato sul quotidiano Il Dubbio

A Mario Segni, 86 anni compiuti a maggio, Mariotto come lo chiamava il padre Antonio, presidente della Repubblica fra il 1962 e il 1964, e come lo chiamano tuttora familiari e amici, fra i quali il sottoscritto, saranno fischiate le orecchie in questi giorni in cui si sprecano analisi e proposte per l’astensionismo elettorale tradottosi nel partito di maggioranza assoluta dell’Italia. Una scalata non molto onorevole, francamente, per la rivoluzione che Segni volle, o si intestò nei primi anni Novanta insieme con Marco Pannella, facendo passare il sistema politico italiano dal metodo proporzionale a quello maggioritario. E cominciando con la lotta ai voti di preferenza, prima ridotti a uno solo e poi aboliti del tutto per non dare agli elettori l’occasione di sbagliare o addirittura di corrompersi.

Lo avevo detto a Mariotto, mentre riusciva a convincere persino Indro Montanelli – che prima di conoscerlo e frequentarlo non voleva neppure sentir parlare di legge elettorale per paura di confondere la testa ai lettori – che le cose non avrebbero funzionato sulla sua strada. Lui, ostinatissimo, da sardo a tutto tondo, era irriducibilmente ottimista. Ma gli elettori, a parte la prima botta del referendum abrogativo delle preferenze plurime, al quale parteciparono largamente facendolo vincere ai promotori tra la sorpresa di politici vecchi e nuovi, vecchi come Bettino Craxi e nuovi come Umberto Bossi, accomunati dall’appello a non votare; gli elettori, dicevo, sono andati via via, inesorabilmente contromano, diciamo così, rispetto al senso unico di Mariotto.

Mescolata peraltro alla rivoluzione giudiziaria delle cosiddette mani pulite, basata sul sostanziale, presupposto che fossero sporche tutte quelle dei partiti e delle loro correnti generalmente finanziati in modo irregolare, diciamo pure illegale, la rivoluzione di Segni – e di Pannella, ripeto, ormai scomparso da tempo – ha portato il pubblico alla disaffezione, come si dice in gergo quasi scientifico. Piuttosto che riconoscersi non solo nei partiti, ma anche o soprattutto negli schieramenti in qualche modo obbligati dalla logica del sistema maggioritario, gli elettori non vanno neppure al mare o in montagna, come veniva loro consigliato dal Craxi o Bossi di turno, ma semplicemente sono rimasti a casa, preferita ai seggi elettorali.

A spingere gli italiani ormai refrattari alle urne in maggioranza assoluta -ripeto- non sarà certamente la paura della sanzione proposta dal furbo di turno aprendo su di essa persino un dibattito, o qualcosa che gli assomiglia. A far tornare la voglia e l’interesse al voto, senza criminalizzarlo come interesse al malaffare, potrò essere solo, a mio modesto avviso, il ripristino del sistema proporzionale, che comincia del resto ad essere pubblicamente rimpianto anche da parti politiche che lo avevano ripudiato. Un sistema che già uno statista come Alcide Gasperi aveva proposto negli anni Cinquanta di correggere o compensare con un premio di maggioranza liquidato come una truffa dai comunisti. Che forse se ne saranno pentiti giù prima di cambiare nome, simbolo e altro ancora al partito travolto dalle macerie del muro di Berlino. Altre sono state forse le truffe seguite a quella immaginaria.

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