La guerra commerciale degli Stati Uniti contro quasi tutto il mondo sta avendo un effetto a “cascata”. Il governo del Messico, infatti, è pronto ad aumentare i suoi dazi sui prodotti cinesi nel suo prossimo bilancio 2026. Ed è una mossa, che potrebbe riguardare anche altri paesi asiatici, arrivata dopo le richieste specifiche del presidente Usa Donald Trump.
IL PIANO DEL MESSICO
Ancora non ci sono dettagli ufficiali di una proposta che sarà presentata al Congresso nazionale nei primi giorni di settembre, ma, come riportato da Bloomberg, gli aumenti interesseranno soprattutto le importazioni di automobili, di tessuti e materie plastiche. Oggi i veicoli cinesi importati devono subire una tariffa del 20%, ma rispetto ai dazi del 100% americani (imposti già da Joe Biden) sono poca cosa.
Il Congresso messicano dovrà dare l’autorizzazione al piano dell’amministrazione di Claudia Sheinbaum, ma dovrebbe essere un passaggio quasi automatico considerando che il partito della presidente – insieme ai suoi alleati – controllano la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere. Come sottolinea Il South China Morning Post, l’aumento – se andrà in porto – “segnerebbe uno dei più drastici cambiamenti commerciali del Messico negli ultimi anni”.
E da parte di Pechino è arrivata una forte critica. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha ribadito che il paese “si oppone fermamente a misure adottate sotto coercizione per limitare la Cina o minare i suoi legittimi diritti e interessi con qualsiasi pretesto”.
LA PRESSIONE AMERICANA SUL MESSICO
È da mesi che gli Stati Uniti hanno alzato la pressione sul Messico affinché aumentasse le tariffe sulla Cina. In modo da fare un fronte comune, quasi unico, a livello commerciale e produttivo, rispetto soprattutto a Pechino. L’idea è di una cosiddetta “Fortezza Nord America”, che leghi Washington a Città del Messico e a Ottawa, salvo che i primi paesi attaccati sui dazi da Trump sono stati proprio Messico e Canada. L’accusa statunitense è che i molti prodotti cinesi diretti in Messico poi entrino negli Usa.
Trump aveva messo nel mirino la questione anche durante la sua campagna elettorale, la seconda, puntando il dito contro la costruzione di stabilimenti e impianti in Messico, vicini al confine Usa, da parte delle case automobilistiche cinesi. Aziende che erano attratte dai vantaggi economici del paese americano ma la cui intenzione era di usare il Messico come base per poi esportare negli Stati Uniti.
IL TEMA DELLE AUTOMOBILI
Una pressione, quella statunitense, che ha portato per esempio alla cancellazione di fatto del progetto multimiliardario della cinese BYD di costruire una maxi fabbrica di veicoli elettrici. Un passo indietro arrivato a luglio, motivato proprio da “problemi geopolitici che hanno un impatto significativo sull’industria”.
La decisione di bloccare – anzi, ufficialmente rinviare a tempo indeterminato – il piano di BYD conferma e “sottolinea la tendenza globale alla frattura delle catene di approvvigionamento delle tecnologie pulite lungo linee di faglia geopolitiche”, spiega un lungo articolo di The Diplomat. Che aggiunge: “Le aziende dell’Asia-Pacifico ora si muovono tra blocchi concorrenti”.
Il Messico, tra le proteste dei produttori locali, negli ultimi anni è diventato la destinazione principale a livello mondiale dei veicoli cinesi. Ma in generale, le importazioni del paese americano dalla Cina l’anno scorso hanno superato i 51 miliardi di dollari, una cifra pari a quasi un quinto di tutto l’import messicano dall’estero. Numeri enormi. Che ora con un possibile aumento dei dazi potrebbero sensibilmente cambiare.