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Uber è pronta per una Ipo?

Uber Cina

Il nuovo ceo di Uber parla di Ipo come strada maestra per il futuro della società, ma Uber non è ancora pronta

 

Nel 2015, spiegando perché Uber Technologies Inc. era lontana dalla sua offerta pubblica iniziale, il co-fondatore Travis Kalanick paragonava la società ad un adolescente di terza media, dicendo che era troppo giovane per il ballo delle scuole superiori. Se è vero che in questi due ani Uber non è cresciuta assai, è anche vero che però di cose ne sono cambiate tante.

Uber, la società che farebbe concorrenza ai taxi con passaggi low cost, ha dovuto affrontare numerose turbolenze. Il fondatore e Ceo Kalanick è stato accusato di molestie sessuali, la società è stata definita razzista, Google l’ha accusata di essersi impossessata di alcuni segreti commerciali (progetto guida autonoma), Kalanic è stato costretto ad abbandonare il timone. In tutto questo, il nuovo Ceo ha parlato di Ipo entro il 2019. Bloomberg si chiede se questa sia una buona soluzione.

Gli scandali degli ultimi mesi hanno avuto un forte impatto sulla valutazione di Uber, scesa da 69 miliardi di dollari a 48 miliardi di dollari (accordo con SoftBank). Nel frattempo, l’azienda che domina il settore dei passaggi in Cina, Didi Chuxing, ha guadagnato una valutazione di 56 miliardi di dollari ed è pronta a fare seria concorrenza al gigante di San Francisco. Guadagna terreno anche Lyft, che ha conquistato nel 2017 importanti quote di mercato americano.

Alla concorrenza spietata si aggiungono poi i problemi giuridici. La società, infatti, ha dovuto affrontare cinque indagini separate del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, a partire da ottobre: appropriazione indebita della proprietà intellettuale, violazioni della trasparenza dei prezzi e delle leggi sulla corruzione all’estero, uso di programmi software per spiare società concorrenti e regolatori. Se Uber dovesse essere incriminata, questo significherebbe una supervisione di tutte le sue operazioni, ordinata dal tribunale. E questo non è certo una prospettiva esaltante per gli investitori.

C’è poi la questione degli hacker, che non aiuta. I malfattori del Web hanno rubato i dati di ben 57 milioni di persone. L’azienda di San Francisco ha tenuto tutto nascosto per un anno, preferendo pagare un riscatto, da 100 mila dollari, agli hacker che avevano piratato nomi, email, numeri di telefono di 50 milioni di clienti e 7 milioni di autisti. Travis Kalanick, ex Ad, seppe della violazione degli archivi della società a novembre del 2016, un mese dopo l’attacco, ma non denuncitò la questione, diventando complice a tutti gli effetti del capo della sicurezza Sullivan.

E ancora. Uber è impegnata anche in un contenzioso di difficile risoluzione con i suoi autisti, che chiedono una migliore retribuzione e più benefici. Nel Regno Unito, per esempio, già due sentenze ahnno stabilito che i conducenti Uber debbano essere considerati come dipendenti.

Che cosa significa tutto questo per un’IPO finale? Non è certo una buona partenza. Eppure il nuovo CEO, Dara Khosrowshahi, quando si è presentato al personale di Uber, alla fine di agosto, ha fin da subito parlato di un’Ipo che sarebbe arrivata entro massimo 36 mesi. I tempi non sono certamente brevi, come fa presagire il fatto che Khosrowshahi non ha ancora assunto un chief financial officer. Ed è difficile prepararsi ad un Ipo senza questa figura nel team.

Uber

Nel frattempo, Uber deve imparare a smettere di perdere tanti soldi, come fino ad oggi è accaduto. I conti sono in rosso, mentre gli investitori continuano a chiedersi quale futuro spetti a questa società. E’ vero che fino ad oggi è possibile dare gran parte delle colpe a Kalanick, che ha una visione personalizzata della Legge, ma le sfide che attendono la società (di cui Softbank sarà maggiore azionista) sono grandi ed importanti, impongono a Khosrowshahi un cambio di rotta che possa dare nuova fiducia agli azionisti. E possa, soprattutto, gettare le basi per una Ipo di successo.

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