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Dazi, le vere mire di Trump, i precedenti con Obama e le paure della Germania

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donald trump

Fatti, numeri, approfondimenti, reazioni e scenari dopo la decisione di Donald Trump di aumentare i dazi su acciaio e alluminio. L’approfondimento di Michelangelo Colombo per Start Magazine

Si cela uno scontro tutt’altro che sotto traccia fra Stati Uniti e Germania nel dossier tariffario che si apre dopo la decisione del presidente americano Donald Trump di aumentare i dazi su acciaio e alluminio. Una diatriba dunque che riguarda non solo l’Asia, Cina in primis. E sullo sfondo c’è chi sottolinea un recente studio che evidenzia come già con l’amministrazione democratica di Obama la politica protezionistica aveva preso piede.

LO STUDIO

Un’ analisi appena pubblicata dalla compagnia Euler Hermes (gruppo Allianz) ha calcolato che tra il 2014 e il 2017 nel mondo siano state introdotte 3.439 misure protezioniste di diverso tipo, dall’imposizione di tariffe a controlli sanitari, ambientali e di sicurezza. Di queste, hga sottolineato di recente il Corriere della Sera la maggior parte è stata introdotta da Washington, 401: più di 300 delle quali dall’ Amministrazione Obama. Trump ne ha decise 90 nel 2017 ma la sua politica commerciale è andata oltre il protezionismo alla frontiera. Inoltre empre tra 2014 e 2017, l’ India ha introdotto 293 misure protezioniste, la Russia 247, la Germania 185. La Cina meno, ma da anni sussidia la sovra-produzione in settori come l’ acciaio e i pannelli solari provocando le reazioni commerciali degli altri.

DECISIONE E TEMPISTICA

Ma vediamo ora numeri e portata della decisione della Casa Bianca ora a gestione repubblicana. Il presidente Donald Trump, ieri sera ha incontrato alla Casa Bianca lavoratori e dirigenti dell’industria siderurgica per firmare il suo “proclama” in difesa di acciaio e alluminio made in Usa: ha indicato una correzione in senso selettivo della minaccia di generalizzate crociate protezionistiche che potrebbero scatenare guerre commerciali, pur senza ritirare l’offensiva sull’interscambio. I dazi sono stati formalmente adottati ed entreranno in vigore dopo 15 giorni.

LE PAROLE DI TRUMP

Donald Trump ha adottato formalmente i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, ma ha “graziato” Canada e Messico e ha dato la possibilità ai Paesi che si sono dimostrati “veri amici” degli Usa di essere esentati. “Dobbiamo proteggere e rafforzare le nostre industrie di acciaio e alluminio, dimostrando allo stesso tempo una grande flessibilità e cooperazione nei confronti di coloro che sono i nostri veri amici”, ha dichiarato Trump alla Casa Bianca, circondato dai lavoratori dell’industria siderurgica.

I DETTAGLI SUI DAZI

“Le nostre industrie sono state prese di mira da anni e anni da pratiche straniere scorrette”, cosa che ha portato alla chiusura di diversi “impianti” e “alla decimazione di intere comunità. Questo si fermerà “, ha aggiunto Trump. Il presidente ha dichiarato che imporrà una penalità del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% sulle importazioni di alluminio.

I NUMERI SULLE TARIFFE

Le tariffe, che entreranno in vigore entro 15 giorni, rischiano di innescare tensioni con la Ue e altri produttori di acciaio e ad aumentare i timori di una guerra commerciale. Il regime tariffario, però, è stato attenuato all’ultimo minuto per risparmiare Canada e Messico, anche se temporaneamente, mentre gli Stati Uniti e i loro vicini rinegoziano l’accordo di libero scambio nordamericano. “Vista la natura particolare delle nostre relazioni con il Canada e il Messico e del fatto che stiamo negoziando il Nafta, abbiamo sospeso i dazi, per vedere se siamo in grado di trovare un accordo sul libero scambio”, ha spiegato Trump.

LE ECCEZIONI ALLA REGOLA

Nel pomeriggio europeo Trump aveva twittato in attesa del meeting alla Casa Bianca promettendo “grande flessibilità e cooperazione verso coloro che sono veri amici e ci trattano con correttezza sia nel commercio che in ambito militare”. Poi ha aggiunto: “Saremo molto giusti”. In particolare, aveva anticipato la possibilità di esentare i Paesi Canada e Messico oltre all’Australia con cui “abbiamo un rapporto molto stretto”. Tirata d’orecchi, invece, per la Germania.

LA CONTROMOSSA

Intanto, undici Paesi, tra cui alcuni tra i maggiori alleati degli Stati Uniti sono pronti a firmare un accordo commerciale che sfida i dazi protezionistici Usa. L’accordo, che include tra gli altri Australia, Vietnam, Nuova Zelanda, Cile, Malesia, Perù, Singapore e Brunei, coprirebbe 500 milioni di consumatori. In mattinata il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha avvisato che Pechino “metterà certamente in atto una risposta appropriata e necessaria” in caso di dazi che danneggino l’economia della Cina.

LO STRATTONE ALLA GERMANIA

“Abbiamo amici e anche nemici – ha detto Trump – che hanno enormemente approfittato di noi per anni nel commercio e nella difesa. Se guardiamo alla Nato, la Germania paga l’1% mentre noi paghiamo il 4,2% del Pil, una quota molto più grande. Non è giusto”. Un siluro anti tedesco. E a Berlino la decisione di Trump fa preoccupare non poco.

CHE COSA SCRIVE IL SOLE

La Germania è uno dei Paesi europei più esposti, per grandi numeri il primo,alla ventata di protezionismo che soffia dagli Usa. L’anno scorso le aziende tedesche hanno venduto 112 miliardi di euro di prodotti e servizi agli americani tra cui 500mila automobili. L’Associazione dei produttori di auto in Germania, VDA, guidata da Bernhard Mattes, che è anche il presidente della Camera di commercio Germania-Usa, – racconta oggi il Sole Ore – ha subito ammonito: «Una guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa deve essere evitata a tutti i costi, ci sarebbero solo perdenti».

NUMERI E TIMORI TEDESCHI

Dal 2013 l’industria automobilistica tedesca ha aumentato la produzione negli Stati Uniti da 180mila unità a 804mila veicoli,impiegando 36.500 dipendenti negli Stati Uniti, 5.700 in più rispetto al 2013. Jürgen Pieper, analista del settore auto di Metzler bank e citato da DW, ha puntualizzato che la Germania vende più auto in Cina che non negli Usa e che le case automobilistiche tedesche fanno il 10-13% dei loro profitti negli Usa: corrono il rischio di perdere un terzo dei profitti con dazi del 10 per cento. Scrive il Sole: “Ma per alcuni marchi, come Audi,Porsche, BMW e Mercedes, può andare molto peggio con dazi che potrebbero dimezzarne i profitti, stando agli esperti della materia qui in Germania. Ma non è soltanto una questione di industria automobilistica. Die Welt in un’inchiesta dai toni allarmistici ha detto provocatoriamente che il Dax dovrebbe essere ribattezzato “Daax”: un indice azionario tedesco-americano perché le 30 aziende dell’indice vendono più negli Stati Uniti che in Germania, con un euro ogni cinque guadagnato negli Usa”.

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