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Tutti i rischi per l’Italia con la guerra dei dazi

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L’intervento di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale di Assopopolari

Nuove incertezze si addensano sull’economia reale. Malgrado la ripresa dell’economia globale, dopo il decennio nero, continua a essere estremamente fragile e in Europa si inizia timidamente a discutere della necessità di imboccare la strada della normalizzazione della politica monetaria, torna, direttamente dagli Stai Uniti, il pericolo “dazi”. Il Presidente Donald Trump ha sempre mostrato una particolare sensibilità al tema dei commerci internazionali considerandolo nevralgico nelle politiche economiche nonché strumento per esercitare la propria supremazia a livello mondiale. Trump, interessato molto di più alle sorti dell’economia del suo Paese di quanto non lo sia nella sua dimensione globale, è sinceramente convinto che essere in avanzo commerciale significa essere vincenti nello scacchiere mondiale, al contrario, una situazione di deficit sarebbe indice di sofferenza e debolezza. Ecco allora che il Presidente Usa lancia, via twitter, la sua campagna: “Quando un Paese perde molti miliardi con gli scambi commerciali con quasi tutti quelli con i quali fa affari, le guerre commerciali sono giuste e facili da vincere. Per esempio, quando siamo sotto di 100 miliardi rispetto a un Paese che si mette a fare il furbo, interrompendo gli scambi commerciali, vinciamo alla grande. E’ facile”.

Come però ricorda il premio Nobel Paul Krugman le cose non stanno esattamente così per il semplice motivo che in un’economia globalizzata i commerci mondiali accrescono la produttività e la ricchezza dell’intera economia. E se il disavanzo commerciale può rappresentare un problema in una situazione di depressione economica e disoccupazione non è questa la situazione attuale degli Stati Uniti. Dunque, la guerra annunciata da Trump può portare soltanto ad una spirale di attacchi e ritorsioni con l’immediata conseguenza di una drastica riduzione degli scambi commerciali mondiali e un impoverimento globale che non risparmierebbe certo neanche gli stessi USA. Tutta l’economia, qualora alle minacce protezionistiche seguissero i fatti, sarebbe sottoposta a trasformazioni gigantesche dagli esiti finali non proprio prevedibili e sicuramente non positivi per nessuno. Dovrebbe essere superfluo ricordare che viviamo in un’epoca nella quale nessun Paese, Stati Uniti compresi, è autonomo nella propria attività produttiva ma ogni cosa è costruita usando componenti o altri fattori necessari (es. energia) prodotti o disponibili altrove.

Un’eventuale “guerra commerciale” che renderebbe immediatamente più costosi i prodotti venduti sui mercati esteri, penalizzando così soprattutto gli esportatori, avrebbe effetti evidentemente negativi anche per l’economia italiana. L’Italia si colloca, infatti, all’ottavo posto nella classifica dei Paesi dai quali importano gli Stati Uniti che a loro volta sono il terzo mercato di destinazione dei prodotti italiani. Secondo l’Osservatorio economico del Mise dal 2009 le nostre esportazioni verso gli Usa sono cresciute del 137%, l’attivo della nostra bilancia commerciale ha oltrepassato i 25 miliardi e nel 2017 abbiamo venduto agli statunitensi per un valore di 40,5 miliardi. Sono numeri che ci dicono chiaramente come e quanto una guerra commerciale sia pericolosa per la nostra economia – sia per i settori che più caratterizzano le esportazioni italiani, quali l’agroalimentare, il tessile e la moda, sia, a catena, per tutti gli altri settori – mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro e reinnestando una crisi dalla quale sembrava stessimo lentamente e faticosamente uscendo.

Seppur con esiti fino ad ora negativi, l’Unione Europea ha preso posizioni nette ricordando di essere «alleato e partner commerciale degli Stati Uniti e per questo da escludere dalle misure annunciate dalla Casa Bianca». Come abbiamo più volte sottolineato, la mutazione radicale degli equilibri economici frutto della globalizzazione rende necessario l’intervento della sfera pubblica, non più nazionale ma soprannazionale dal quale sarà impossibile prescindere e nel quale però l’Italia deve intervenire a difesa della propria economia che è prima di tutto economia reale fatta di tante Piccole e Medie Imprese. Distratta dalle trattative post–elettorali, la politica italiana sarà in grado di avvertire fino in fondo la delicatezza del problema? Sarà in grado di difendere, come sta facendo in questi giorni Macron, con determinazione la propria economia? Sarà in grado di fare asse con Bruxelles ma anche con Berlino e Parigi? Non possiamo che augurarcelo.

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