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Che cosa deve preoccupare davvero l’Europa (altro che il voto italiano)

Il commento dell’editorialista Roberto Sommella, giornalista e saggista, sulle ultime sortite di Juncker e non solo…

Invece di preoccuparsi per l’esito del voto del 4 marzo e mettere i mercati in pre-allarme Jean-Claude Juncker dovrebbe pensare alle storture che da tempo ingabbiano l’economia europea e al crescente nazionalismo. Sono questi i fattori che possono ingenerare incertezza piuttosto che l’esito delle elezioni italiane.

I PRECEDENTI

Non una delle ultime urne in Europa, pur non registrando la vittoria netta di formazioni europeiste (si pensi a Germania o Austria), ha generato panico sui listini. Persino il referendum greco o la Brexit non hanno creato allarme più di tanto. C’è invece da temere uno scollamento interno e il caso Embraco è in questo senso paradigmatico di come le regole europee possano funzionare peggio del Rosatellum: le imprese vanno via e restano i migranti.

I VERI TIMORI

Complici l’assenza dell’Unione Fiscale, il mancato rispetto degli accordi sui ricollocamenti e il Trattato di Dublino (che impone l’accoglienza a chi salva i disperati del mare), negli ultimi anni dall’Italia sono andate via 7 mila aziende e nei centri di assistenza attendono asilo 123 mila persone, mentre ne sono state salvate negli ultimi tre anni qualcosa come mezzo milione.

COSA SUCCEDE A EST

Nello stesso tempo e nello stesso continente Repubblica Ceca e Slovacchia hanno invece accolto rispettivamente solo 12 e 16 richiedenti asilo, qualcosa meglio di Ungheria e Polonia, ferme a quota zero, in barba agli obblighi imposti dal diritto Ue. La stessa Slovacchia, facente parte del suddetto gruppo Visegrad, già per tre quarti sotto procedura d’infrazione, può fare dumping fiscale e sostenere i muri anti-immigrati dei suoi alleati, nonostante abbiano tutti firmato un accordo con la Commissione. Questa è la vera Europa a due velocità.

I VERI PERICOLI PER L’EUROPA

Questa è l’Europa che si deve temere. Ed è questa l’Europa su cui voteranno gli italiani. Di fronte hanno un mondo spaccato a metà: chi ha l’euro, i vincoli di bilancio, il nodo occupazione da una parte; chi è fuori dalla moneta unica e può permettersi basso costo del lavoro, zero contributi sociali e zero immigrati dall’altra. Chi salva i disperati del mare e chi li ignora. Non si tratta di criticare l’attuale assetto industriale che ha permesso agli ex componenti del sistema del socialismo reale di diventare i paradisi produttivi per qualsiasi imprenditore; è lecito voler star meglio. Occorre piuttosto capire quanto può durare un’Unione così sbilanciata a favore dei nuovi entranti, senza una vera armonizzazione tributaria e senza modificare quell’assurdo obbligo di prima accoglienza. Evidentemente poco. E a poco servono anche le promesse di alleggerire l’onere della solidarietà.

LE MIRE DELLA GERMANIA

La Germania, grande elettrice del presidente della Commissione Ue, vuole infatti che i Paesi che ospitano più migranti siano ricompensati con maggiori contributi comunitari, sottraendoli a quelli più poveri dell’Europa centrale e orientale (quelli che peraltro attraggono imprese dell’Ovest), come ha rivelato il Financial Times. Ma la proposta lascia perplessi, anche se forse è pensata proprio per l’Italia, che di certo non si può comprare con un po’ di contributi in più a patto che si tenga i rifugiati. I tedeschi, così preoccupati delle nostre vicende politiche, hanno scoperto che l’Europa dell’Est, nel prendere più contributi comunitari dell’Europa dell’Ovest, ha deciso di virare brutalmente sul nazionalismo e sull’illegittima ricostituzione delle frontiere.

LO SCENARIO

Il problema dell’Unione non sono quindi le vicende domestiche, come le elezioni italiane, quanto le coalizioni intergovernative che puntano a smontarne l’architettura, il sempiterno direttorio franco-tedesco, il Patto di Visegrad, le piccole e grandi concorrenze sleali svuota-aziende, che alla fine dimostrano agli elettorati che è molto meglio andare da soli o stringere piccole alleanze, piuttosto che complicarsi la vita con centri di accoglienza, assistenza e solidarietà.

(articolo pubblicato su Milano Finanza)

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