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Tutti i veri timori di Boeing, Apple e Caterpillar con la guerra dei dazi Usa-Cina-Europa

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Dalle gru al bourbon del Kentucky, ecco le imprese Usa che temono la vendetta dei partner commerciali. L’approfondimento di Patrizia Licata

La guerra dei dazi innescata da Donald Trump rischia di pesare su alcune delle maggiori aziende degli Stati Uniti, comprese quelle di cui il presidente Trump ha detto “Mi piacciono, dio le benedica”.
La Corporate America comincia a essere un po’ nervosa, scrive Bloomberg, prefigurandosi una risposta colpo su colpo da Ue e Cina con tasse su prodotti che arrivano dagli Stati Uniti, tra cui gli escavatori di Caterpillar e gli aerei della Boeing, utilizzatori intensivi di metalli. Per non parlare delle bottiglie di whiskey e degli iPhone di Apple.

VITTIME ILLUSTRI

Convinto che “le guerre commerciali si vincono facilmente“, anzi fanno bene, Trump si fa beffe dei rischi di ritorsione: quando l’Unione europea ha indicato che potrebbe mettere dazi sulle moto della Harley-Davidson e il bourbon del Kentucky, Trump ha risposto che lui tasserà le importazioni di automobili dell’Ue. Mentre buona parte della stampa Usa cerca di ricordare che le guerre commerciali non sono poi così facili e benefiche, la prima azienda a preoccuparsi è Caterpillar che ha previsto vendite in crescita nel 2018 per il suo business delle attrezzature per scavi e costruzioni in parte grazie alla robusta domanda della Cina, che sta spendendo per le infrastrutture della nuova Via della seta; un braccio di ferro con Pechino potrebbe voler dire contratti annullati per l’americana a favore di concorrenti locali come le cinesi Sany Heavy Industry, Zoomlion Heavy Industry Science & Technology e la giapponese Kamatsu.

Stessi rischi per Boeing: il colosso Usa dei jet intende raddoppiare la sua flotta globale nei prossimi venti anni grazie al boom di richieste dalla Cina, che entro il 2022 diventerà, in base alle stime, il più grande mercato mondiale dell’aviazione.”Incredibile opportunità”, ha detto il Ceo Dennis Muilenburg, “ma dobbiamo essere in grado di competere”. Appunto. Siccome l’alluminio rappresenta circa l’80% del peso del tipico aereo commerciale, i dazi di Trump faranno lievitare i costi della materia prima per il costruttore di Muilenburg, a tutto vantaggio dei suoi concorrenti. In Cina, Boeing ha una rivale che si chiama Commercial Aircraft Corp. of China e che sta lavorando per portare sul mercato entro il 2021 un velivolo concorrente del best-seller Boeing 737.
In più Airbus, l’arci-rivale europea di Boeing, si è già data da fare per crearsi un solido avamposto nella Repubblica popolare, un impianto di assemblaggio a Tianjin, e riferisce di avere ordini per 551 aerei da compratori in Cina e Hong Kong, contro le 325 commesse di Boeing.

I RISCHI PER I GRUPPI HITECH

Le politiche commerciali di Trump non piacciono nemmeno all’industria hitech, che rischia impatti significativi dalla guerra con i partner commerciali. In bilico ci sono i mega-deal che devono ottenere il via libera dei regolatori di mercato di tutto il mondo, tra cui l’antitrust cinese Mofcom e che – non a caso – non ha ancora dato l’ok all’acquisizione di Nxp Semiconductors da parte del gruppo americano dei chip Qualcomm (un’operazione annunciata 15 mesi fa). Il Mofcom prende tempo anche in reazione all’atteggiamento severo assunto dal Cfius,
il potente comitato americano sugli investimenti esteri a cui non piacciono le acquisizioni cinesi in territorio Usa. In un complicato mix di interessi, Qualcomm ha bisogno dell’aiuto del Cfius per respingere le avances della rivale Broadcom che ha lanciato un’Opa ostile su Qualcomm bloccata ieri da Donald Trump; al momento il Cfius ha poteri sull’operazione perché Broadcom ha la sede legale a Singapore. Quanto a Apple, il suo fatturato annuale cinese, pari a 45 miliardi di dollari, è di gran lunga il più cospicui generato da un’azienda statunitense in Cina e ora un risentimento di Pechino sulle politiche commerciali di Trump potrebbe far crollare le vendite di iPhone nella Tigre asiatica.

MALE PER I COSTRUTTORI D’AUTO (TRANNE TESLA)

I dazi sono una cattiva notizia anche per i produttori d’auto che si sono lasciati convincere da Trump a riportare la manifattura in America: aziende come Toyota, Daimler, Mazda e Volvo (oggi di proprietà cinese), pronte a spendere quest’anno oltre 5 miliardi di dollari per le fabbriche in territorio Usa – dove però ora i metalli che usano costeranno di più. “Le tariffe potrebbero avere un impatto negativo sulla nostra produzione negli Usa e su una eventuale prossima espansione”, ha confermato il costruttore d’auto coreano Hyundai che, tramite la controllata Kia Motors, ha messo in cantiere investimenti per 3,1 miliardi di dollari negli Usa di qui al 2022.

Dal coro sembra staccarsi Elon Musk, il fondatore e Ceo del costruttore di super-car elettriche Tesla, che ha chiesto aiuto a Trump contro le regole “sleali” che la Cina impone alle case automobilistiche estere: Pechino limita le quote che un’azienda straniera può possedere nelle joint venture cinesi e prevede dazi sui veicoli importati. “Eppure in America ci sono 5 aziende dell’auto elettrica di proprietà 100% cinese”, ha scritto Musk in un tweet citato da Trump proprio in questi giorni. Un caso isolato, perché, come scrive Bloomberg, “Una cosa è certa: la guerra dei dazi cosiddetta facile da vincere avrà molti caduti. Americani”.

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