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Vi racconto come Alibaba fa lobby negli Stati Uniti

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L’articolo di Andrea Pira, giornalista di Mf/Milano Finanza ed esperto di Asia

Anche Alibaba si è unita all’American Legislative Exchange Council (Alec), la lobby aziendale che contribuisce alla stesura dei disegni di legge presentati dai legislatori statunitensi. A scrivere del legame tra il colosso cinese dell’e-commerce e il gruppo di pressione è il sito investigativo The Intercept.

Secondo quanto riportato, lo scorso dicembre Bill Anaya, responsabile per i contatti con il governo di Washington per il gruppo fondato da Jack Ma, ha partecipato assieme a un migliaio tra politici e lobbisti a un appuntamento dalla Alec dedicato alle politiche condotte a livello nazionale e di singoli Stati. Il gruppo di pressione è conosciuto anche per portare avanti posizioni spesso ritenute conservatrici in materia di utilizzo delle fonti di energia fossili, di lotta contro i cambiamenti climatici e di salari. L’interesse di Alibaba comunque si inserisce nella strategia del gruppo per espandere la propria presenza globale e quindi anche nel mercato statunitense.

Dopo la vittoria di Donald Trump alle presidenziali di novembre 2016 Jack Ma ha cercato di assecondare le strategie del nuovo presidente Usa incontrandolo e garantendo che avrebbe contribuito a creare un milione di posti di lavoro negli Usa. L’incontro, sottolinea Intercept, è stato anche uno degli argomenti scelti da Anaya in occasione del convegno a Nashville.

Il rappresentante di Alibaba, invitato da un componente dell’Alec coinvolto nei gruppi sul salario minimo, ha quindi ricordato come Trump e Ma abbiamo discusso delle possibilità di accedere alle piattaforme e-commerce della società e quindi delle opportunità per le aziende statunitensi di esportare e vendere in Cina. Il tutto mentre sui rapporti tra Pechino e Washington si alzano i venti della guerra commerciale.

«Se ci sono forze che ci costringono a combattere una guerra, non ci faremo spaventare né ci nasconderemo», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri cinese rispondendo all’ipotesi che, forse già oggi, l’amministrazione Trump approvi dazi per 60 miliardi di dollari su centro prodotti cinesi, appellandosi alla sezione 301 dello Us Trade Act del 1974 e facendo leva su un’indagine per violazione della proprietà intellettuale lanciata la scorsa estate. Il governo di Pechino continua comunque a smussare gli angoli, alternando la minaccia di misure contro gli Usa a rassicurazioni, facendo intendere che una guerra sui dazi non avrebbe alcun vincitore.

Nel caso dovesse scoppiare, i cinesi sembrano però già sapere dove andare a colpire: eventuali contromisure dovrebbero avere come bersaglio l’industria agricola e tra i settori più oltranzisti dell’amministrazione cinese si parla di misure contro l’importazione di fagioli di soia statunitensi, settore che vale una decina di miliardi di dollari.

(articolo di Mf/Milano Finanza)

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